Tradotto dall’inglese-EPiC: Elvis Presley in Concert è un documentario del 2025 su Elvis Presley, diretto da Baz Luhrmann, un Australiano di Sydney di 63 anni, che si basa su rari filmati d’archivio recentemente ritrovati, risalenti ai primi giorni della residenza di Elvis Presley a Las Vegas.
EPiC di Baz Luhrmann, è un documentario acclamato per aver mostrato Elvis in modo intimo e complesso, puntando sulla sua abilità nel dominare il palco. La critica ne loda la spettacolarità e l’intento di presentare il “Re” allo stato puro, in cui il lato più oscuro e fragile viene solo sfiorato.
È il seguito del biopic di Luhrmann del 2022 su Elvis.
Il film è stato presentato in anteprima al Toronto International Film Festival il 6 settembre 2025, ricevendo recensioni estremamente positive dalla critica.

Il film è descritto come un omaggio vibrante che mescola il grande spettacolo con la “purezza ed uno splendore innato” dell’artista.
Viene celebrata la capacità di Luhrmann di far percepire cosa significasse la presenza scenica di Elvis.
Invece di concentrarsi eccessivamente sul declino, il documentario mira a connettere il pubblico non con i lati più oscuri, come l’eccesso e la dipendenza, che vengono trattati solo in superficie, preferendo ritrarre un’immagine più “perfetta” del ragazzo.
Il documentario affronta il desiderio di Elvis di esibirsi internazionalmente e tocca la tragica traiettoria della sua vita.
Luhrmann insiste su un aspetto preciso: la frustrazione.

Di Elvis si è detto tutto: il ragazzo bianco che canta come un nero, il soldato, l’attore intrappolato nei filmetti balneari, il re in tuta bianca che si consuma sotto i riflettori di Las Vegas.
Ogni epoca ha avuto il suo Elvis.
Baz Luhrmann ha trasformato il cinema in una pista da ballo. Una macchina da presa che gira come una trottola impazzita, un montaggio che non concede tregua, costumi e scenografie che sembrano urlare “guardami”… il suo è un cinema che prende il melodramma e il musical, li scuote e poi li rimette in scena sotto una luce nuova.
Luhrmann è uno che ama il travestimento e la collisione tra epoche. Prova a mettersi dietro i suoi occhi(ali), a farlo parlare. A farlo cantare e raccontare la propria storia con la propria voce, pescando tra materiali rimasti per anni nei caveau: negativi dimenticati, pellicole 8mm, audio inediti.
Elvis non è raccontato, è presente. Suda, si muove, scherza, domina il palco con quella combinazione di controllo e abbandono che lo ha reso unico.
Il film lo mostra mentre combatte contro l’immagine che lo ha reso celebre. L’autodistruzione resta sullo sfondo. Il lato oscuro, l’eccesso che diventa dipendenza, la fragilità che si trasforma in abisso, vengono appena sfiorati.
Elvis qui è quasi sempre il ragazzo perfetto: look sgargiante, capelli impomatati, sorriso che scioglie le platee. Il mito è intatto. La leggenda prevale sull’uomo.
L’operazione funziona anche grazie alla colonna sonora di Jeremiah Fraites.
Si ha l’impressione che il Re non sia un fantasma ma una presenza viva, ancora capace di occupare il centro del palco. Un montaggio selvaggio con cui viene intessuto un grande mosaico di Elvis.
Il Santo Graal di Elvis Presley sono dieci concerti filmati professionalmente all’inizio degli anni ’70. Per mezzo secolo sono rimasti chiusi nelle profondità di una miniera di sale nel Kansas. Persino per i fan più accaniti l’esistenza di quelle bobine era poco più di una leggenda. Poi è arrivato Baz Luhrmann. Quando ha firmato il contratto per dirigere il biopic Elvis ha preteso che la Warner Bros tirasse fuori le 59 ore di pellicola di sua proprietà, per vedere se potevano ispirare in qualche modo il film.
«Quella roba non poteva tornare nella miniera di sale», racconta Luhrmann – «Dovevamo farci qualcosa».
Luhrmann e il montatore Jonathan Redmond hanno cominciato a rovistare tra scatole di bobine girate per il documentario del 1970 Elvis: That’s the Way It Is e per il film-concerto del 1972 Elvis on Tour. «Le abbiamo portate in sala di montaggio alla Warner, c’era un tale odore di aceto», ricorda Luhrmann. «È l’odore tipico della pellicola che si sta degradando. Era fortissimo, abbiamo capito che stava per disfarsi».

Una volta completata la delicatissima opera di trasferimento digitale, il regista ha capito che il materiale a disposizione era spettacolare. C’era un problema però, buona parte delle riprese dei concerti era priva di audio. La RCA possedeva nastri multitraccia di ogni show, nastri che sono stati poi sincronizzati con le immagini. Durante la ricerca di altro materiale audio ci si è imbattuti in un’intervista di 45 minuti fino ad allora sconosciuta e realizzata dal team di Elvis on Tour nel 1972, a telecamera spenta. «Lo senti che Elvis è stanco e vulnerabile», dice Luhrmann, «ma parla della sua vita in modo candido».
Dal ritrovamento è nata l’idea di far sì che il narratore del film fosse proprio Elvis, usando quell’intervista e altri frammenti di conversazioni registrate in altre occasioni.
Si passa a collage di apparizioni televisive degli anni ’50 e ai primi concerti ripresi dai fan. E poi i B-movie girati nei ’60, durante la fase calante della carriera, incluso uno in cui canta a un uomo-cane. «L’immagine che Hollywood aveva di me era sbagliata. Lo sapevo e non potevo dire nulla», dice Presley. «Non era colpa di nessuno o forse la colpa era solo mia, ma facevo cose in cui non credevo fino in fondo
EPiC fa avanti e indietro tra il 1970 e il 1972. Redmond, il montatore, era preoccupato di questo «saltare avanti e indietro nel tempo e nello spazio, per via dei rapporti d’aspetto e dei formati differenti. Un’inquadratura è in Super-8, quella dopo è in 35mm anamorfico, poi 16mm in 4:3». Alla fine hanno seguito l’istinto. «Non ci interessava un flusso lineare».
Il film si chiude ricordando che Elvis ha fatto oltre 1100 concerti tra il 1969 e il 1977, in certi periodi anche tre al giorno. «È volato troppo vicino al sole», dice il regista. «E per citare una sua canzone, è rimasto intrappolato e non è più riuscito a uscirne. Nemmeno lui sa perché, ma l’unica cosa che lo fa tirare avanti mentre continua a girare per l’America, concerto dopo concerto, è l’unico amore che riesce a ricevere ed è quello che deriva dalle luci della ribalta. Le esibizioni sono diventate la sua dipendenza».
Il RE è vivo più che mai. Viva il RE Elvis.

Adriana Moltedo
Esperta di cinematografia con studi al CSC Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, Ceramista, Giornalista, Curatrice editoriale, esperta di Comunicazione politico-istituzionale per le Pari Opportunità. Scout.
