LA GIOCONDA (77 x 53)
1503-1506
LEONARDO DA VINCI
Louvre Parigi
Questo è uno dei dipinti più famosi al mondo.
Ritrae verosimilmente Monna Lisa Gherardini, identificata nel 1503 da Agostino Vespucci.
A quindici anni, Lisa viene data in sposa a Francesco del Giocondo, ricchissimo mercante di seta, fornitore ufficiale della casa dei Medici.
Francesco, cliente del notaio Piero da Vinci, padre di Leonardo, commette la tavola all’artista, la tavola è in legno di pioppo, l’occasione della commessa erano i festeggiamenti per la nascita del terzogenito Andrea e per l’acquisto di una nuova più sontuosa dimora in Firenze.
Lisa, la modella, terminerà la sua vita a sessanta tre anni, assistita dalla figlia Ludovica, monaca nel Convento di S. Orsola.
Leonardo era nato da una scappatella del ricco e ambizioso notaio fiorentino, ser Piero da Vinci con una contadina delle campagne attorno al paese, tale Caterina di Meo Lippi che, dopo il parto, fu immediatamente data in sposa al proprietario di una fornace del luogo, con una dote che facesse dimenticare l’accaduto.
Caterina raggiunge e resta col figlio solo negli ultimi anni della sua vita, nonostante sia sempre stata in contatto con lui, perché era stata costretta ad abbandonarlo ai nonni paterni e alle balie della casa di Piero da Vinci poco dopo la nascita.
Nel 1493 Leonardo annota in modo freddo, minuzioso e distaccato tutte le spese relative al funerale della madre come se questa fosse un’estranea nella sua vita.
Una madre prima perduta poi ritrovata, ma troppo lontana negli anni importanti.
Secondo lo psicologo Sigmund Freud Leonardo subì un profondo trauma infantile per l’abbandono repentino della madre e lo stesso dipinto con l’immagine sempre ritoccata negli anni, testimonierebbe la necessità di definire continuamente e ossessivamente un’immagine femminile sfocata, sfuggente ed evanescente nei suoi ricordi.
Come figlio illegittimo era stato escluso dalla linea ereditaria e anche umiliato per molti anni da una causa legale con i dodici fratelli, non sempre amorevoli, come egli stesso annota negli appunti personali del Codice Atlantico.
Non avendo però gli obblighi ereditari del mestiere notarile ha potuto liberamente dedicarsi all’arte e alla scienza, sue curiosità e passioni così può iniziare la sua carriera presso la bottega del maestro Andrea del Verrocchio, una tra le più importanti botteghe della città anche perché era luogo di cultura ed incontri per gli intellettuali dell’epoca.
L’artista sviluppa un legame estremamente simbiotico con la tela della Gioconda, che si può definire il suo capolavoro più conosciuto.
Non consegna mai l’opera a Francesco del Giocondo che quindi non la paga, ma sembra abbia preferito venderla o regalarla al suo ultimo mecenate, re Francesco I di Francia.
Negli ultimi anni, per una probabile paralisi alla mano destra, dovuta forse ad un ictus riuscì difficile per Leonardo completare definitivamente i dettagli più minuziosi della tavola, sebbene pare abbia continuato a ritoccarla in modo maniacale con la mano sinistra e per tanti anni, lavorando e dipingendo sopra le figure, strato su strato, con infinite velature. Si parla di tre differenti strati.
Analisi digitali effettuate tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 hanno riproposto l’ipotesi che il dipinto nasconda un autoritratto del pittore stesso o il ritratto androgino del suo amante Salaì che occupava un posto speciale nella vita del maestro e giocava spesso indossando abiti e mantelli femminili in bottega.
A ventiquattro anni, nel 1476, si legge che Leonardo fu addirittura denunciato per sodomia per aver avuto rapporti con un certo Iacopo Saltarelli suo modello, l’episodio turbò molto l’artista di carattere estremamente solitario ed introverso nonostante l’archiviazione della causa per mancanza di prove.
La perfetta sovrapposizione tra i lineamenti della Gioconda e un famoso autoritratto conservato a Torino, suggerisce l’ipotesi che l’artista abbia fuso la fisionomia di Lisa Gherardini con la propria o con quella di un modello “gender fluid” creando un’immagine simbolica universale che racchiuderebbe entrambi i generi.
La Gioconda non è solo un ritratto, ma è una complessa sintesi di ricerche scientifiche e filosofiche dell’artista.
Il sorriso abbozzato della persona in primo piano reso così ambiguo e liquido dall’uso della tecnica dello sfumato rende l’espressione indecifrabile e sfuggente.
Alcune analisi suggeriscono che ritragga una donna che ha appena partorito, volendo vedere in quell’espressione la dolcezza della maternità, altri sostengono che il sorriso potrebbe rappresentare la dualità dell’essere umano tra conscio e inconscio, felicità e malinconia, natura maschile e natura femminile.
Nuovi studi recenti condotti da una studiosa di geologia e storia del Rinascimento, Anna Pizzorusso,indicano che il paesaggio sullo sfondo del dipinto non sia un luogo ideale o un paesaggio toscano, come si pensava, ma il lago di Garlate, nella provincia di Lecco.
L’identificazione si basa sulla conformazione delle formazioni rocciose e sul ponte raffigurato, che corrisponderebbero con precisione alla topografia del luogo.
Il paesaggio alle spalle della modella è fondamentale per comprendere il significato più profondo dell’opera, rappresenterebbe l’unione tra microcosmo e macrocosmo in quanto il pittore unisce la figura umana al paesaggio attraverso la luce e la prospettiva aerea.
Si può pensare ad un parallelismo tra il fluire delle acque che stanno sullo sfondo, il lago, e il sangue o la vita che scorre nel personaggio in primo piano.
Alla morte di Leonardo le opere finirono in eredità ai due grandi amori della sua vita:
Giangiacomo Capriotti detto Salaì o diavoletto, suo amante, assistente, allievo giovanissimo e bellissimo che era entrato nella bottega a soli dieci anni, definito poi “ladro, bugiardo e goloso”, dallo stesso maestro.
Rimase al suo fianco per venticinque anni e fu probabilmente l’erede materiale della tavola dipinta.
Il suo volto dai tratti efebici appare anche nel San Giovanni Battista.
Il secondo amore dell’artista fu Francesco Melzi, negli ultimi anni della vita, segretario del cuore e con lui in Francia.
A Francesco lasciò tutti i Codici e i manoscritti.
Anche se Leonardo scriveva: “Se sarai solo, sarai tutto solo tuo” amava circondarsi di giovani talentuosi e musicisti. Non ebbe figli biologici, ma considerava i suoi trattati e le sue macchine come la sua vera discendenza.
Leonardo morì il 2 maggio 1519, all’età di 67 anni, nel castello di Clos Lucé ad Amboise, in Francia, probabilmente a causa dell’ictus.
È sepolto nella Cappella di Saint-Hubert, all’interno del castello di Amboise.
Durante la malattia e la morte, avvenuta per cause naturali, fu assistito amorevolmente da re Francesco I, secondo la cronaca del tempo.
I resti ritrovati, presunti, riposano dal 1874 nella cappella di Saint-Hubert, nel Castello di Amboise.
Mi piace ricordare una delle frasi più celebri di Leonardo da Vinci che testimonia la sua visione geniale, legata all’osservazione, alla ricerca scientifica per il raggiungimento della conoscenza e della perfezione:
“La semplicità è la più suprema delle sofisticazioni”.
Qui il suo genio sintetizza la capacità di ridurre i problemi complessi alla loro essenza, un principio cardine sia nella sua arte che negli innovativi e straordinari studi ingegneristici.

