Il 25 febbraio di 5 anni fa, Marisandra Lizzi ha scritto a Jeff Bezos – founder e, all’epoca, CEO di Amazon, oggi suo presidente – una lettera che ha cambiato la sua vita. Da quel turning point molte cose sono cambiate. Un libro coraggioso, una trasformazione lavorativa e un viaggio in India più tardi, Marisandra ci racconta il suo percorso.
Ha detto di no al gigante del commercio elettronico mondiale. E ha pubblicato un libro (Lettera a Jeff Bezos. Dalle Relazioni Pubbliche alle Relazioni Umane: come ho riscritto i principi di Amazon), per spiegarci il perché. Marisandra Lizzi, CEO e founder di Mirandola Comunicazione e di iPressLIVE, ha lavorato con il suo team, per quasi vent’anni, alla comunicazione di Amazon in Italia, contribuendo non poco a far conoscere al nostro pubblico i prodotti, i servizi, la missione e la visione dell’azienda.
Marisandra Lizzi, la donna che ha detto “no” a Jeff Bezos
Oggi, però, Marisandra è la donna che ha sfidato Jeff Bezos. Scrivendogli, il 25 febbraio del 2021, una lunga e bellissima lettera, in cui spiega (a Bezos, e ora, con il suo libro, a tutti noi) perché non può più lavorare per lui, nonostante ritenga ancora una delle sue più grandi fortune aver collaborato con Amazon. “Oggi dirsi addio non è facile”, scrive, “soprattutto se attorno ai tuoi valori – che ho riconosciuto come miei – ci ho costruito una vita intera, una professione che amo e un’azienda che ha come centro pulsante il digitale al servizio delle persone.”
“Persone” è la parola chiave per spiegare perché, con l’appoggio di suo marito Mauro Sarina e del team di Mirandola Comunicazione, Marisandra Lizzi abbia preso la decisione, per nulla facile, di interrompere il rapporto lavorativo della sua agenzia con il cliente più importante. Quello stesso Amazon che, dopo aver fondato il suo impero sulla “Passione per il cliente” (come recita il primo dei suoi 16 Principi di Leadership), sulla “Responsabilità”, sulla “Frugalità” e sul “Puntare a essere il miglior datore di lavoro al mondo”, ha poi dimenticato lo spirito delle origini e il suo impegno verso le persone, mettendo da parte il lato umano ed etico delle vendite e perdendo l’occasione di usare il suo grande potere per assumersi grandi responsabilità.
Abbiamo chiesto a Marisandra Lizzi di spiegarci come mai abbia deciso di scrivere Lettera a Jeff Bezos.
Partiamo dalla copertina, bellissima nella sua essenzialità. E unica nel suo genere poiché, come gli altri libri della collana “Colophon” di Do It Human Editori, riporta sul fronte i nomi di tutti coloro che hanno lavorato al libro. Con te, che sei autrice del metodo della “Scrittura creatrice”, vorrei fare un gioco: guardando la copertina di Lettera a Jeff Bezos, cosa scriveresti di getto?
La prima cosa che penso guardando la copertina è che non è solo una copertina. È una soglia. Ricordo la prima volta che l’ho vista stampata: la carta ancora un po’ rigida tra le mani, il beige che richiama il colore dei pacchi e il lembo della busta azzurra. Mi è piaciuta subito la sua essenzialità. E sopra, in copertina, non solo il mio nome, ma tanti nomi. Una sorta di spioncino che mostra il dietro le quinte di questo lavoro, chi lo ha reso possibile. È un’idea bellissima della collana Colophon di Do It Human Editori: mettere in copertina tutte le persone che hanno contribuito a realizzare l’opera. È un gesto semplice e rivoluzionario insieme. Dice qualcosa che spesso dimentichiamo.
Nel mio caso quei nomi sono volti, mani, conversazioni, caffè condivisi. C’è l’editore, la direzione editoriale di Diego Leone, che insieme ad Alberto Manieri conduce la casa editrice e il Caffè Libreria Ècate. Ècate, come la dea dei crocevia: il luogo dei passaggi, delle soglie, delle scelte. La copertina si deve ad Alberto, cofondatore della casa editrice e del Caffè. Il progetto grafico è di Denis Pitter, che devo assolutamente conoscere meglio. L’editing è della mia splendida editor, Francesca Marra, che ringrazio nelle conclusioni del libro perché lavorare con lei è stato un viaggio continuo, a volte faticoso, ma sempre appassionante. Con lei ho imparato che togliere è un atto di rispetto verso il lettore e che è importante avere uno specchio per la propria scrittura.
Il ritratto dell’autrice – che effetto mi fa leggere questa parola riferita a me stessa – è a cura di Carlo Cozzoli, fotografo di guerra. L’ho conosciuto durante una mostra sul Myanmar nella chiesetta di San Carlo alle Rottole di Paolo Iabichino. Le sue fotografie raccontano il dolore del mondo senza mai spettacolarizzarlo. Ha saputo cogliere l’ombra nel mio sorriso, e quella foto dice molto. Peccato solo che sia stata pubblicata in bianco e nero: questo non gli è piaciuto. Per il prossimo libro lo terrò a mente.
E poi c’è Assunta Corbo, curatrice della collana e fondatrice del Network del Giornalismo Costruttivo. È stata lei a proporre il mio libro quando era ancora un’idea embrionale, un manuale di Relazioni Umane alla ricerca del suo taglio. Sono persone fondamentali. Davvero. E quella copertina le rende visibili. È una dichiarazione politica: la cultura è un lavoro collettivo.
Scrivere una lettera significa esporsi. Significa non parlare a un algoritmo ma a una persona. Significa prendersi la responsabilità del proprio pensiero.
Marisandra Lizzi
Venendo al tuo gioco, se guardo la copertina di Lettera a Jeff Bezos, di getto scriverei: “Una lettera cartacea è ancora possibile.” Penso alle infinite possibilità di una lettera scritta a mano. Alla sua rarità nel tempo delle notifiche. Al gesto lento di prendere una penna, scegliere le parole, accettare che non potranno essere cancellate con un clic. Scrivere una lettera significa esporsi. Significa non parlare a un algoritmo ma a una persona. Significa prendersi la responsabilità del proprio pensiero.
Per me la scrittura non è solo comunicazione, è trasformazione. È il momento in cui la confusione prende forma, in cui ciò che è indistinto diventa visibile, in cui un disagio diventa domanda e una domanda diventa direzione. Quella copertina, così essenziale, mi ricorda questo: nel rumore del mondo esiste ancora uno spazio dove possiamo fermarci e scrivere. E da lì, forse, ricominciare.
Il sottotitolo del tuo libro è Dalle Relazioni Pubbliche alle Relazioni Umane: come ho riscritto i principi di Amazon. La tua carriera inizia infatti nel mondo delle PR e degli uffici stampa; oggi, con il team di Mirandola, porti avanti il progetto dell’Atelier delle Relazioni Umane. C’è un filo conduttore che, passando per gli anni trascorsi alla comunicazione di Amazon, lega queste esperienze?
L’Atelier delle Relazioni Umane è nato prima del libro. E, in un certo senso, il libro è nato lì dentro, tra domande che non mi lasciavano più tranquilla. Non è stata una rottura improvvisa, ma una vibrazione sottile e persistente. A un certo punto ho iniziato a chiedermi che cosa stesse diventando la nostra professione. Avevo iniziato nelle PR con un’idea quasi romantica di relazione. Al master di Franco Perugia avevo imparato che comunicare significa costruire ponti, gestire crisi con responsabilità, creare fiducia. Quella era la grammatica che mi aveva formata.
Poi sono arrivati gli anni dell’iper-innovazione, della velocità, delle metriche, delle piattaforme. Gli anni dentro Amazon. Anni intensi, formativi, potentissimi. Ma a un certo punto ho sentito che la testa correva più veloce del corpo, che la professione si stava spostando verso la performance e l’ottimizzazione, sempre meno verso la relazione autentica. L’Atelier nasce da questa frattura silenziosa. Dal bisogno di fermarmi e chiedermi se fosse possibile rimettere la comunicazione al servizio delle cause importanti, se ciò che non mi risuonava più potesse essere riscritto, se le regole imparate nel 1996 potessero essere riviste su una base di eticità e sostenibilità. Mi chiedevo anche se il corpo potesse entrare dentro tutta quella testa, dentro tutte quelle strategie.
All’inizio non osavo nemmeno pronunciare la parola Amazon nei laboratori dell’Atelier. Era troppo carica, troppo identitaria. Eppure il manuale che stava emergendo dai percorsi di scrittura creatrice portava dentro proprio quella esperienza. Ho capito che per tenere il buono dovevo attraversare il dolore. Non buttare via tutto, non negare, ma fare tesoro e riscrivere. Riscrivere i principi di Amazon è stato questo. Non un atto polemico, ma un atto trasformativo. Significava riscrivere le PR, trasformarle in Relazioni Umane. Significava riscrivere la mia vita professionale.
Ed è qui che entra la bioenergetica umanistica. Perché a un certo punto ho compreso che la comunicazione non può essere solo linguaggio e strategia: è postura, respiro, presenza, coerenza tra ciò che dici e ciò che sei. Il libro è un prodotto dell’Atelier. È il suo primo grande manifesto implicito. Dentro ci sono vent’anni di professione, la crisi, la gratitudine per chi mi ha insegnato questo mestiere e la necessità di evolverlo. Tutto è connesso: dal master del 1996 agli anni in Amazon, dalla ferita alla riscrittura. Non è stato un cambio di strada, ma un approfondimento radicale. Ho solo deciso di scendere più in profondità.
All’inizio non osavo nemmeno pronunciare la parola Amazon nei laboratori dell’Atelier. Era troppo carica, troppo identitaria.
Marisandra Lizzi
In Lettera a Jeff Bezos, hai riscritto i 16 Principi di Leadership di Amazon, evidenziando luci e ombre di quelli originali e offrendo alla riflessione dei lettori la tua versione. Di tutti i principi, qual è il tuo preferito, quello che vorresti davvero fosse messo sempre in pratica?
Il mio principio preferito è sempre stato Pensare in grande.
Nel libro scrivo che “Pensare in piccolo è una profezia che si autoavvera”. L’ho sentito vero fin dall’inizio. Per me non è mai stato un invito alla grandezza spettacolare, ma un atto di libertà. Nella parte “Luce” lo definisco un atto di espansione: superare i confini che ci siamo imposti, immaginare un futuro che ancora non esiste, aprirsi al possibile. Ma la frase che più mi rappresenta è questa: non si tratta solo di ambizione, ma di allineamento tra visione e vocazione. Pensare in grande, per me, è questo. Non desiderare di più, ma desiderare meglio, a partire da ciò che ci fa vibrare davvero. Ho amato questo principio perché mi ha insegnato a non rimpicciolirmi. A non adattarmi a una misura che non era la mia. A credere che si potesse costruire qualcosa di significativo, anche quando sembrava folle.
Pensare in piccolo è una profezia che si autoavvera.
Marisandra Lizzi
Nel libro ne esploro anche l’ombra. Quando diventa il mantra del “non è mai abbastanza”, quando spinge all’iperattività e al perfezionismo, quando il corpo si tende e la coscienza si mette a tacere, allora non è più grandezza, è fuga. Ecco perché oggi lo sceglierei ancora, ma nella sua versione integrata. Pensare in grande significa anche sapere quando fermarsi, guardarsi intorno e riconoscere il valore di ciò che si è già costruito. Significa restare ancorati al proprio sé profondo mentre si immagina il futuro. Se questo principio fosse davvero messo in pratica così, come libertà, come allineamento, come espansione radicata, allora non genererebbe solo crescita economica, ma crescita di coscienza.
È per questo che resta il mio preferito. Non perché sia il più ambizioso. Ma perché è quello che mi chiede, ogni giorno, di essere fedele a ciò che realmente sento e desidero essere.
Il mio principio preferito è sempre stato Pensare in grande. Non perché sia il più ambizioso. Ma perché è quello che mi chiede, ogni giorno, di essere fedele a ciò che realmente sento e desidero essere.
Marisandra Lizzi
Quasi alla metà esatta del libro – nella parte in cui, nei romanzi, ci imbattiamo nel “punto di svolta centrale” – scrivi: “Se oggi fossimo chiamati proprio a questo? A coltivare spazi vuoti, profondi e silenziosi? A scoprire con curiosità che cosa davvero valga la pena di imparare, senza la fretta di arrivare sempre per primi, ma semplicemente con il piacere di approfondire? Con il piacere di tornare a leggere e scrivere solo per il piacere di farlo, non sempre per ottenere qualcosa?” Nella storia della tua vita, quando si è verificato il midpoint e perché?
Per me rallentare non è una scelta estetica. È ascoltare il corpo quando ancora sussurra, prima che sia costretto a gridare. È dare spazio ai segnali deboli prima che diventino urla assordanti. Il mio midpoint è stato su un lettino di sala operatoria, sotto le luci bianche e precise che non lasciano zone d’ombra. Ricordo lo sguardo fisso verso l’alto, l’odore sottile di disinfettante, la sensazione di vulnerabilità assoluta. Attorno a me si muovevano figure concentrate e silenziose. Io non potevo fare nulla. Non potevo rispondere a email, non potevo organizzare, prevedere, coordinare. Il corpo era fermo. E io con lui.
In quell’immobilità ho sentito con una chiarezza nuova quanto fossi stata per anni sempre connessa, giorno e notte, pronta a mettere il mio cliente più grande al centro, sacrificando spazio, tempo, perfino il gusto di vivere immersa nella natura che vedevo oltre le finestre. Ero sempre presente, sempre disponibile, sempre oltre il limite. Ma lì, immobile, ho percepito la distanza tra quella missione e il mio centro. La mia missione era stata potente, generativa, mi aveva fatto crescere. Avevo amato l’energia di chi osa, la sensazione di essere parte di una rivoluzione che avrebbe cambiato il mondo. Eppure su quel lettino ho capito che stavo cambiando io. Che qualcosa dentro non coincideva più. Che il racconto che facevo e ciò che sentivo non erano più allineati.
Non è stata una ribellione. È stata una resa alla verità del corpo. Ho compreso che continuare a correre avrebbe significato tradire un segnale chiarissimo. La mia voce interiore, quella che per anni avevo messo in secondo piano, ha detto: adesso basta. Ora tocca a te. A rimetterti al centro. A riscrivere. Il midpoint è stato questo: la consapevolezza che la mia missione non poteva più essere solo innovare, crescere, ottimizzare. Doveva includere la cura, la presenza, la gentilezza. Doveva tenere insieme testa e corpo. Non potevo più accelerare ignorando il sentire.
Da quel momento ho iniziato a coltivare quegli spazi vuoti di cui parlo nel libro. Non come fuga, ma come pratica. Rallentare per ascoltare. Scrivere per capire. Fermarmi per scegliere. Su quel lettino ho compreso che la vera svolta non è cambiare azienda. È cambiare postura. E io avevo appena iniziato a farlo.
La mia missione non poteva più essere solo innovare, crescere, ottimizzare. Doveva includere la cura, la presenza, la gentilezza. Doveva tenere insieme testa e corpo. Non potevo più accelerare ignorando il sentire.
Marisandra Lizzi
Nel capitolo “Tutti i colori del washing”, parli delle iniziative filantropiche di Amazon: il Climate Pledge, Amazon in the Community e i programmi STEM. E poi la biblioteca post-terremoto ad Amatrice, la borsa di studio Amazon Women in Innovation, Amazon 15 e Lode, Un Click per la Scuola. Tu pensi, però, che un’azienda così ‘colossale’ potrebbe avere un impatto positivo molto maggiore…
Nel capitolo Tutti i colori del washing non nego ciò che è stato fatto. Racconto il Climate Pledge, Amazon in the Community, i programmi STEM, la biblioteca post-terremoto ad Amatrice, la borsa Amazon Women in Innovation, Amazon 15 e Lode, Un Click per la Scuola. Sono iniziative reali, concrete. Le ho comunicate io stessa. Ci ho creduto. Proprio per questo mi sento legittimata a dire che non basta. Nel libro scrivo che ho riscritto i Principi per “sminare la tossicità e rigenerare i codici culturali”, per immaginare una tecnologia come strumento di vita migliore. Il nodo non è la buona azione singola, ma la coerenza tra dichiarazione e sistema. Quando un’azienda ha la scala di Amazon, l’impatto non si misura solo nei progetti filantropici, ma nella struttura stessa del modello: logistica, consumo, velocità, emissioni, lavoro, linguaggio.
Il Climate Pledge del 2019 prometteva zero emissioni nette entro il 2040. È una promessa potente. Ma le promesse vanno lette nel contesto dei numeri, delle metriche, dei trend. Nel libro mostro come il rischio sia che la narrazione verde diventi più visibile dei dati reali. Non è un’accusa morale, è una richiesta di equilibrio. Questa riflessione l’ho portata anche al Festival del Giornalismo Culturale di Urbino, dove abbiamo parlato di greenwashing come “attentato alle parole”. Stefania Antonioni ha ricordato quanto oggi serva spirito critico non solo davanti agli spot da trenta secondi, ma ai reel da pochi secondi su Instagram. Ha citato l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria e la Direttiva europea 2024/825 come possibili argini, ma ha anche detto con chiarezza che le norme non bastano se continuiamo ad accettare messaggi solo evocativi.
Io ho parlato di linguaggio. Non dobbiamo pretendere che le aziende dicano di essere verdi, dobbiamo pretendere che dicano la verità. Ho raccontato la mia storia con Amazon e ho riconosciuto di essere stata, senza accorgermene, parte di un greenwashing involontario finché non ho iniziato a guardare con più profondità. In parallelo, la ricerca della professoressa Laura Rita Iacovone all’Università Statale di Milano sul tema dell’overservice mette in discussione l’idea che “più” significhi sempre “meglio”. È una chiave fondamentale. Misura e limite non sono freni alla crescita, ma forme di cura. Se vogliamo uscire dalla catena di montaggio, sono questi i luoghi, università, ricerca, pensiero critico, da cui vale la pena ripartire.
In fondo non credo serva demolire i sedici Principi. Basterebbe interpretarli con una visione più equilibrata. Nel libro li leggo come forze, energie che possono sostenere o comprimere. Non è l’esistenza di una polarità a creare il problema, ma la perdita di equilibrio. Se Pensare in grande fosse davvero allineamento tra visione e vocazione e non ossessione, se Frugalità fosse vissuta ai vertici come lo è nei team, se Passione per il cliente includesse anche il pianeta e le generazioni future, l’impatto sarebbe già diverso. Forse non serve inventare nuovi principi. Serve abitarli con più coscienza. E restituire alle parole il loro peso.
Se Passione per il cliente includesse anche il pianeta e le generazioni future, l’impatto sarebbe già diverso. Forse non serve inventare nuovi principi. Serve abitarli con più coscienza.
Marisandra Lizzi
L’intelligenza artificiale è l’hype del momento. Sei andata a studiarla in Silicon Valley nel 2012, dieci anni prima che in Italia si iniziasse a parlare di ChatGPT. La tua News Social Platform iPressLIVE è basata sull’AI? Quali servizi offre? A proposito di innovazione, cosa potrebbe inventare Amazon che ancora non ha, per il bene di tutti?
L’intelligenza artificiale oggi è diventata una parola-ombrello. Tutti la pronunciano, pochi la interrogano davvero. Io l’ho studiata in Silicon Valley nel 2012, quando non era ancora hype ma ricerca, quando si parlava di machine learning come di uno strumento potente ma ancora da comprendere. Mi affascinava l’idea che potesse amplificare l’intelligenza umana, non sostituirla. iPressLIVE non si basa sull’AI. È nata nel 2010 come piattaforma che mappa notizie direttamente dalle fonti, in modo strutturato, verificabile, tracciabile. È un archivio vivo di comunicati, dati, dichiarazioni ufficiali, consultabile nel tempo. Per me è fondamentale: la memoria. In un’epoca in cui tutto scorre e si perde nel feed, avere uno strumento che conserva le promesse è un atto quasi politico.
Ho voluto fare un esperimento. Ho chiesto a ChatGPT di valutare una piattaforma che dal 2010 raccoglie comunicati direttamente dalle fonti, rendendoli ricercabili e consultabili nel tempo. La risposta è stata molto lucida: «Una piattaforma che archivia comunicati ufficiali per oltre un decennio rappresenta un dataset strutturato di alto valore per i modelli di intelligenza artificiale, perché consente di analizzare coerenza, evoluzione narrativa e scostamenti tra dichiarazioni e risultati nel tempo».
Ed è esattamente questo il punto. L’AI è potente quando incontra dati solidi e memoria storica. Senza memoria diventa solo accelerazione. La domanda allora non è cosa debba inventare Amazon, ma cosa debba finalmente incarnare. Forse non serve inventare nulla di nuovo. Forse dovrebbe semplicemente mantenere le promesse.
L’AI è potente quando incontra dati solidi e memoria storica. Senza memoria diventa solo accelerazione.
Marisandra Lizzi
Nel 2019 Jeff Bezos ha lanciato il Climate Pledge con l’obiettivo di azzerare le emissioni nette entro il 2040. È stato rilanciato ovunque, anche attraverso 133 comunicati diffusi in Italia nel primo anno di pandemia. Poi i numeri hanno raccontato una storia più complessa: emissioni cresciute, obiettivi intermedi rimossi, spedizioni aumentate. Non è una questione di marketing, è una questione di fiducia. Negli ultimi risultati finanziari Amazon ha registrato utili in crescita del 39%, raggiungendo circa 21 miliardi di dollari, mentre negli anni ha annunciato migliaia di licenziamenti e investe in data center sempre più energivori e in contratti come Project Nimbus, il cloud da 1,2 miliardi con il governo israeliano.
Io credo che l’innovazione più radicale oggi sarebbe questa: non licenziare ma riconvertire. Usare competenze e risorse per costruire davvero le basi di quanto promesso sul clima. Investire nella decarbonizzazione reale della logistica. Eliminare il washing e usare i soldi per dire la verità, anche quando è meno conveniente.
Al Wired Next Festival ho detto una cosa semplice: se sei davvero l’azienda più customer-centric del mondo, ascolti anche chi è in piazza. Non sposti l’attenzione su priorità fuori dal mondo mentre clima, guerre e diritti umani chiedono risposte.
Jeff cita spesso il nonno. Nel discorso del 2010 a Princeton racconta l’episodio della nonna che fumava e di come lui, da bambino, avesse calcolato con orgoglio quanti anni di vita stesse perdendo. Il nonno si fermò e gli disse: «Un giorno capirai che è molto più difficile essere gentili che intelligenti».
Ecco. L’innovazione che manca forse è tutta lì. Tornare a quella frase. Essere gentili oggi significa non schivare le domande sul clima, sulle emissioni, sui contratti militari. Significa non normalizzare la guerra mentre si promettono data center nello spazio. Significa massimizzare il bene comune, non solo il profitto. Se Amazon interpretasse i suoi sedici Principi con una visione più equilibrata, se li abitasse davvero nella loro luce e non nella loro ombra, il mondo sarebbe già diverso. Non servono server in orbita. Serve coerenza sulla Terra. Basterebbe che Jeff Bezos leggesse il mio libro. Scherzo, ovviamente. Ma il sogno di tradurlo in inglese, adattarlo e trasformarlo in un saggio c’è. Magari diventerà realtà. Intanto inizio a scriverlo.
Non servono server in orbita. Serve coerenza sulla Terra.
Marisandra Lizzi
Da quando Lettera a Jeff Bezos è stato pubblicato, sei impegnata in un book tour, che finora ha fatto tappa in luoghi simbolo della cultura: la libreria più antica di Venezia, nei giorni in cui Jeff Bezos si sposava in Laguna; il Digital Detox Festival, dove si spegne lo smartphone per ritornare alla lettura analogica; la libreria IoCiSto di Napoli, creata in risposta alla chiusura delle librerie. Quali saranno le prossime tappe? E il luogo ‘speciale’ dove ti piacerebbe presentare il libro?
Da giugno a dicembre non è stato un semplice book tour. È stato un attraversamento.
Ho contato le tappe guardando la mappa che mi sono costruita strada facendo: più di sedici incontri in sei mesi. Urbino per il Festival del Giornalismo Culturale, Rovereto per il Wired Next Festival, Torino per l’Italian Tech Resistance, Sauris per il Digital Detox Festival, Milano da Ècate, Venezia alla Toletta, Napoli da IoCiSto, Cortona, Udine, Pordenone, San Quirico d’Orcia, Salsomaggiore. Ogni luogo con un’energia diversa, ogni pubblico con una domanda propria.
Presentare il libro nei giorni in cui Jeff Bezos si sposava a Venezia è stato quasi simbolico. Fuori la narrazione del lusso globale, dentro una libreria storica, con persone sedute vicine che ascoltavano in silenzio. Al Digital Detox Festival abbiamo spento gli smartphone per tornare alla lettura analogica. A IoCiSto, libreria nata per resistere alla chiusura delle librerie indipendenti, ho sentito cosa significa comunità reale.
A gennaio mi sono fermata. Avevo bisogno di respirare. A febbraio sono in India, anche questo un esito della scrittura creatrice. Da marzo ho deciso che farò uno, massimo due incontri al mese. Non voglio più correre. Voglio scegliere.
Cosa serve di più al mondo se non questo? Sapere chi si è e avere il coraggio di esserlo.
Marisandra Lizzi
È già fissato il Festival Terra Incognita a Fidenza, il 19 aprile alle 11:30. Terra Incognita è un festival che mette al centro le domande più profonde del nostro tempo, un luogo in cui filosofia, ecologia, spiritualità e cultura si intrecciano. Mi sembra il contesto naturale per questo libro, che non è un atto d’accusa ma una ricerca.
Il 3 aprile presenterò il libro di Marco Cardinale, Saggio sull’Essere. Lo farò attraverso le lenti del mio percorso, come se le due traiettorie si parlassero. Sto dialogando, grazie all’amica Silvia Morelli, con Greta Riva per un incontro alla Città delle Mille, a Bergamo. Le città hanno un’anima, e ogni anima accoglie un libro in modo diverso.
Ma il mio sogno oggi è un altro. Vorrei portare Lettera a Jeff Bezos in tutte le biblioteche d’Italia. Non per fare numeri, ma perché le biblioteche sono luoghi di verità lenta. Spazi in cui le parole non devono performare, devono sedimentare. Mi piacerebbe scrivere alle biblioteche una a una, chiedere loro di ospitare questo libro come strumento per chi sta cercando il coraggio della propria autenticità.
E poi c’è un passaggio ulteriore. Ai festival non vorrei più limitarmi a presentare il libro. Vorrei portare esperienze di scrittura creatrice, di cui il libro è solo un esito. Il 19 aprile mi diplomo facilitatrice di SoulCollage®. Dal giorno dopo posso condurre esperienze vive di scrittura a mano e SoulCollage® nei festival di tutta Italia. Questo sento che è il mio impegno principale. La scrittura mi ha aiutata a capire chi sono, a riconoscere quando la mia missione non era più allineata, a trovare il coraggio di cambiare. Cosa serve di più al mondo se non questo? Sapere chi si è e avere il coraggio di esserlo.
La scrittura mi ha aiutata a capire chi sono, a riconoscere quando la mia missione non era più allineata, a trovare il coraggio di cambiare. Cosa serve di più al mondo se non questo? Sapere chi si è e avere il coraggio di esserlo.
Marisandra Lizzi
Lettera a Jeff Bezos è il tuo primo libro e stai provando l’emozione di dialogare con il tuo pubblico. Quali commenti dei tuoi lettori ti sono rimasti più impressi, o ti hanno fatto davvero felice?
Questa è davvero la domanda più bella. Perché qui non si parla più di contenuti, ma di relazione. Mi emozionano soprattutto i messaggi privati. Quelli che non finiscono nei commenti pubblici, ma arrivano in una chat alle undici di sera, in una mail lunga scritta “quando finalmente ho trovato il tempo”, in un vocale mandato con la voce che vibra. Ho una chat che si chiama “Feedback sul libro”, condivisa con pochissime persone selezionate, persone che mi amano e mi vogliono bene, la mia famiglia compresa. È uno spazio minuscolo e prezioso dove custodisco parole che non si esibiscono, ma si affidano.
Un lettore mi ha scritto che il libro si legge con la testa e con il cuore, ma soprattutto con il corpo. Un altro mi ha confessato che, mentre lo leggeva, si chiedeva cosa avrebbe risposto ai figli se un giorno gli avessero chiesto conto delle sue scelte professionali. Una professionista mi ha raccontato di essersi rivista nel disagio di dover essere “meno emotiva e più aggressiva” per aderire a un modello di leadership che non sentiva suo. C’è chi mi ha scritto semplicemente: “Grazie, mi hai fatto sentire meno sola”.
Sono frasi che non fanno rumore, ma cambiano l’aria. Mi hanno colpita molto anche diverse colleghe, fondatrici di altre agenzie di PR. Competitor, se vogliamo usare una parola di mercato. Per me sono colleghe. Donne che mi hanno scritto cose bellissime, intime, generose. Non le ripeto perché appartengono a uno scambio di fiducia. Ma il fatto che proprio loro, che conoscono dall’interno le stesse dinamiche, mi abbiano detto “hai avuto coraggio”, per me vale moltissimo.
E poi c’è stato l’episodio più divertente, quasi surreale. Ottocento persone in sala al Politecnico di Milano. Io in piedi dove sto di solito quando lavoro per gli Osservatori Digital Innovation, dietro le quinte. Avevo donato il libro a Umberto Bertelè poche ore prima. Lui sale sul palco, modera il panel, il libro tra le mani. A un certo punto si ferma e chiede: “Marisandra Lizzi è in sala?”. Mi tremavano le mani quando sono salita. Non era previsto. Non era programmato. Ed è stato potentissimo.

Dopo quell’endorsement spontaneo ho sentito l’esigenza di ringraziare con un reel. Da quell’episodio si è scatenato l’inferno. Commenti, messaggi, condivisioni. Un effetto molto più esplosivo di quando presento io il libro. Perché non nasceva da una performance, ma da un riconoscimento pubblico inatteso. Io che per anni ho lavorato dietro le quinte, chiamata al centro da qualcuno che stimo profondamente. E sì, lo dico con un sorriso: mi piacerebbe che molti di questi commenti finissero come recensioni anche sul sito di Amazon. Così arriverebbero direttamente al destinatario della lettera. Sarebbe un cerchio perfetto.
Ma la cosa che mi rende più felice è un’altra. Quando qualcuno mi scrive: “Ho deciso di rallentare”, “Ho deciso di dire no”, “Ho deciso di ascoltare il mio corpo prima che urli”. Se succede questo, il dialogo con il pubblico non è marketing. È trasformazione reciproca.
I miei sogni erano scrivere un libro e poi fare un viaggio in India. I prossimi sono portare le mie esperienze di scrittura creatrice nei festival, scrivere un saggio, magari in inglese, e trasformare Mirandola in laboratorio creativo di Relazioni Umane. Qual è il tuo? Qual è il vostro?
Per saperne di più
Lettera a Jeff Bezos: https://letteraajeffbezos.mirandola.net/
Atelier delle Relazioni: https://www.mirandola.net/formazione/ | https://medium.com/ipresslive
Mirandola Comunicazione: https://www.mirandola.net/
Marisandra Lizzi: https://chiarasangels.net/libri/marisandra-lizzi-lettera-a-jeff-bezos/
Image credits
Immagine in evidenza: dal sito di Mirandola Comunicazione
Copertina del libro Lettera a Jeff Bezos: Do It Human Editori
Intervista “I miei anni con Jeff Bezos”: articolo di Myriam Defilippi su “Donna Moderna”, agosto 2025
Foto di Marisandra Lizzi con Adamà Faye e Fausto Manzana: Wired Next Festival, Rovereto, 4 ottobre 2025
Foto di Marisandra Lizzi in India: Marisandra Lizzi



