Regia di Mascha Schilinski
con Hanna Keckt, Greta Krämer, Filip Schnack, Helena Lüer, Anastasia Cherepakha
Nelle sale dal 26 febbraio
Sul filo della memoria: quanto sono affidabili i nostri ricordi? E quelli che vengono dopo di noi, che cosa riusciranno a capire e conoscere di quello che è stato? Saranno mai in grado di ritessere le trame delle vite passate?

La giovane regista di questo affresco esistenziale spiega nelle interviste che la storia del film è nata quando ha visitato una fattoria nel nord della Germania. Ha trovato alcuni vecchi oggetti e alcune immagini intatte. Da lì ha iniziato a interrogarsi sulle persone che avevano abitato quel complesso e ha immaginato, a volte col supporto di documenti, più spesso affidandosi a una ricostruzione tutta soggettiva, un suo personale percorso il cui fil rouge erano le donne.

Il risultato è un film complesso, sfumato, sfocato, come certe immagini di Francesca Woodman, dove i soggetti ripresi sono sfuggenti, sembrano irreali e forse sono fantasmi. In fondo però anche i fantasmi hanno avuto un aggancio con la realtà. Il film, che ha vinto il premio della Giuria al Festival di Cannes, si rifugia nel mondo delle suggestioni, mettendo in primo piano più i dubbi che non l’esperienza, preferendo le intuizioni alle risposte definite. Come se Novecento di Bernardo Bertolucci perdesse l’ardore mediterraneo per abbracciare il rigore calvinista tedesco. Come se Terence Malick con tutta la sua sensibilità per la luce, la natura e i tempi dilatati si spargessero su un Heimat rurale.
E tutto si costruisce sotto la benedizione di uno sguardo profondamente femminile che si interroga sulla condizione della donna in tempi i cui le donne non avevano voce, né tanto meno diritti. Eppure vivevano, vibravano, amavano, soffrivano, si dibattevano e cercavano risposte, senza mai sapere a chi chiederle.

Siamo in una fattoria della regione dell’Altmark, nella profonda campagna a metà strada fra Berlino e Amburgo, dove le vicende storiche tedesche hanno segnato il territorio. Il confine della regione è il fiume Elba che durante la Seconda guerra mondiale segnò il limite finale dell’avanzata dell’esercito russo. Dopo la guerra divenne parte della cortina di ferro tra la Germania Est e la Germania Ovest. Infine, caduto il Muro, è ora una meta di gite fuori porta per i berlinesi.

La regista ha immaginto la storia di quella fattoria, attraverso chi l’ha abitata, in quattro epoche diverse: Alma ai primi del Novecento, Erika negli anni Quaranta con l’oppressione della Seconda Guerra Mondiale, Angelika nella Repubblica Democratica Tedesca degli anni Ottanta e Lenka nel nostro presente. Quattro personaggio femminili con dettagli che tornano e dolori che si sovrappongono.

Le vicende si intrecciano nelle due ore e mezza del film. Che sono troppe, mezz’ora di meno avrebbe giovato, anche perché le storie avrebbero pure potuto dilatarsi e poco sarebbe cambiato, una volta entrati nel mood. Ma è un peccato veniale.
Ogni personaggio (tutte attrici eccezionali a cominciare dalla bambina Alba, davvero straordinaria) cerca di trovare un posto nel suo tempo, tutte pensano molto e parlano poco, tutte hanno paure e fantasie, tutte subiscono violenze, fisiche o psicologiche. Perché il mondo è violento e la cultura contadina ancora di più. Con una modalità naturale e inevitabile a cui sembra impossibile sottrarsi. I cavalli vanno ferrati. Le mucche partoriscono soffrendo come le donne, i bambini spesso si ammalano e muoiono, le cameriere vengono sterilizzate per non creare problemi agli uomini e ai datori di lavoro.

Sembra che ogni ribellione sia impossibile che ogni cambiamento sia negato. Chi cerca di farlo, chi cerca la rivolta può solo scomparire. Fuggire o morire.
Il film è costruito per frammenti con sequenze di grande fascino, immagini sgranate e una fotografia che muta epoca dopo epoca, dal dagherrotipo allo smartphone. Ci sono segreti che i bambini spiano, cercando di capire cosa il mistero della vita, regna crudele la contiguità dolorosa con la morte. Che è poi il suono della caduta del titolo. Un segno materiale che dimostra la materialità dell’esistenza ma poi si trasforma in quella caduta che prelude alla fine della vita.

Ci sono i corpi coi loro misteri, il desiderio represso e quello che esplode, i tabù, le paure, il rossore che affiora sul viso quando ci si vergogna e mostra proprio quello che si vorrebbe nascondere. E i cadaveri acconciati per la sepoltura spesso immortalati. Nel passato era abitudine fotografare i morti in tableaux vivants in cui il cadavere ricomposto stava in mezzo al gruppo famigliare. Un film forte e intensamente nordico. Una certa crudeltà fa pensare a Haneke, che ritroviamo anche nei visi pallidi dei bambini biondissimi e nei loro sguardi troppo seri e troppo adulti.

Un film che resta dentro, con inquadrature sospese in una terra di mezzo, fra vita e morte, fra realtà e immaginazione che continueranno a lungo a presentarsi e far riflettere.

