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      By Milene Mucci09/09/20260
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    Home»Scrivilo su dol's»TE RITUALE
    Scrivilo su dol's

    TE RITUALE

    Renata BalducciBy Renata Balducci16/02/2026Nessun commento7 Mins Read
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    Un sorso di te

    immagine AI

    Abbiamo iniziato l’anno con un pot-pourri di gesti propiziatori: indossare come portafortuna mutande rosse, ingollare 12 acini di uva contemporaneamente ai rintocchi della campana di mezzanotte, trangugiare le lenticchie che porteranno tanto denaro. E altri riti e gesti che ognuno di noi ha accumulato negli anni ci accompagnano quotidianamente. Qualcuno ci crede ciecamente, altri no ma non si sa mai. A nulla vale la razionalità, l’aver verificato per tutta la vita che nessuno di questi riti può influenzare il futuro: se non metto la mia maglia fortunata non supererò l’esame, se dimentico i miei calzini speciali la mia squadra perderà la partita. È più forte di noi: abbiamo bisogno dell’illusione di poter avere il controllo totale su ciò che ci accade.

    Quando la realtà si fa complicata, quando la razionalità non ci aiuta e la vita si srotola velocemente facendoci perdere ogni controllo su ciò che ci accade, ci affidiamo a gesti, oggetti e parole apotropaiche. Ci affidiamo ai riti e alla fortuna per calmare l’angoscia impotente o per farci coraggio. Seguiamo rituali sponsorizzati dalla società consumistica che abitiamo oppure rituali antichi appartenuti alla nostra famiglia da sempre o ancora inventiamo gesti apotropaici solo nostri. L’importante è che funzionino.

    Sei superstiziosa?

    Sei una superstiziosa incallita, di quelle che non possono ignorare ciò che ritengono porti sfortuna? Allora elenca:

    1. Almeno dieci cose che secondo te portano sfortuna.
    2. Almeno dieci cose che portano fortuna.
    3. Le occasioni in cui un oggetto o una persona ha avuto, secondo te, un’influenza “magica” sulla tua vita.
    4. I luoghi comuni che hanno accompagnato la tua esistenza.

    Superstizioni oggi

    Anche nelle società più moderne le persone continuano ad avere superstizioni e a credere nella fortuna.
    Un sondaggio del professor Michael Robbins, docente di Antropologia all’Università di Columbia (Missouri), condotto nel 1990 sugli studenti delle sue classi, ha mostrato che:

    • un terzo degli studenti confidava in un certo tipo di vestiario per avere buona sorte all’esame;
    • alcuni si affidavano a oggetti portafortuna;
    • molti seguivano rituali propiziatori (arrivare presto, pregare, sedersi sempre sulla stessa sedia, ecc.).

    Prova a chiedere ai tuoi studenti che cosa fanno per “guadagnarsi” il favore del fato prima di un’interrogazione!

    Immagine che contiene vestiti, cartone animato, disegno, Viso umano

Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto.A casa mia, quando ero piccola, si viveva una religiosità densa di riti pagani contadini e fenomeni paranormali che congiungevano i vivi e generazioni di morti che continuavano a vegliare su di loro.

    Le gocce di olio nel piatto pieno d’acqua, se non si fossero disfatte sotto la pressione di un granello di sale, avrebbero guarito tutto: dalla tristezza, al licenziamento, al cancro.

    Ancora nel XXI secolo, perfino la persona più razionale, almeno una volta nella sua vita, ha indossato una certa maglia per avere un buon voto all’esame, un paio di calzini per vincere una partita o ha attribuito a congiunzioni magiche avverse la disfatta in amore o nel gioco.

    Esistono anche molti riti e rituali che non seguiamo per sedurre la fortuna ma che non ci sogneremmo mai di non celebrare identici a loro stessi. Si seguono per rispetto alle tradizioni delle generazioni che ci hanno preceduto o per timore. Il rito familiare dev’essere ripetuto, pena la catastrofe.

    Rifletti sulla tua storia e scrivi:

    • dei riti che aveva la tua famiglia quando eri piccolo;
    • delle cerimonie religiose alle quali hai partecipato;
    • dei tuoi rituali, delle tue superstizioni, dei tuoi tabù;
    • dei personaggi magici che hanno popolato la tua infanzia (e non solo);
    • di come la religione ha influito sulla tua vita;
    • delle esperienze paranormali che hai avuto o che ti hanno raccontato;
    • di una religione che ti affascina oppure di una religione che vorresti inventare;
    • se credi nell’astrologia e nella predizione del futuro;
    • di un amuleto che hai o che vorresti avere;
    • se credi negli angeli o negli spiriti guida;
    • di un’immagine “sacra” che hai appesa in casa.

    «Nora e io arrivammo davanti all’ingresso della casa dei miei non prima di mezzanotte.
    Dietro di noi, sulla collina e lungo la strada, la gente teneva in mano delle candele.

    Mamma diede a Nora un pezzo di impasto.

    “Appiccicalo alla trave” disse, indicando un punto vicino alla porta.

    Nora mi guardò.

    “Coraggio” la incitai.

    “Vi porterà salute e figli” spiegò Mamma.

    […]

    Mamma si piegò e, con ago e filo, cucì con due punti l’orlo dell’abito di Nora alla mia veste.

    “Per proteggervi dagli spiriti malvagi” disse, e mi baciò sulla guancia.
    Poi si rivolse a Nora e fece lo stesso. La guardavano tutti. Le donne ci circondarono ululando e battendo le mani, mentre Nora e io entrammo nella casa dei miei, legati dal filo»

    M. Cohen Corasanti, Come il vento tra i mandorli, Feltrinelli, Milano 2024

    «La sera del Seder, che si festeggiava in casa nostra, si riuniva tutta la famiglia. A capotavola sedeva il nonno e leggeva la Haggadah, la storia dell’Esodo degli Ebrei dall’Egitto.
    Quello era per lui il momento di massimo orgoglio: non solo era posto a capo dei suoi figli e generi, che gli mostravano rispetto e deferenza e seguivano ubbidienti tutte le sue istruzioni, ma lui, il più vecchio, con la sua testa aguzza da uccello rapace, era anche il più focoso di tutti.


    Nulla gli sfuggiva: mentre leggeva con voce cantilenante, notava ogni movimento, ogni cosa che avveniva lungo la tavola, e con un’occhiata o un gesto leggero della mano badava che tutto si svolgesse secondo le regole.
    Il clima era caldo e intimo: si respirava l’atmosfera di una narrazione antichissima, nella quale ogni cosa era descritta con esattezza e trovava la sua giusta collocazione.
    Nelle serate del Seder io ammiravo moltissimo il nonno, e anche i suoi figli – che pure con lui non avevano vita facile – apparivano in quei giorni sereni e contenti.»

     I. Canetti, La lingua salvata, Adelphi, Milano 1980

    «Per Natale mia madre preparava l’albero, poi dovevo imparare a memoria una favola in versi di La Fontaine.
    Era consuetudine che scrivessi una lettera ai miei genitori.»

     D. Maraini, Il bambino Alberto, Rizzoli, Milano 2000

    «Oggi è la festa di San Giovanni Evangelista, un giorno buono per i pronostici.
    Questa mattina porto a Feia la mia tazza del caffè, dopo che l’ho bevuto. La capovolge, fa scivolare i fondi lungo la parete, poi legge i segni che hanno lasciato.
    La incito: “È in arrivo qualche novità?”.»

     J. Alvarez, Il tempo delle farfalle, Giunti, Firenze 1998

    «Ma quello che ogni volta mi colpiva – ed ero stato ormai nella maggior parte delle case – erano gli sguardi fissi su di me, dal muro sopra il letto, dei due inseparabili numi tutelari.
    Da un lato la faccia nera e aggrondata e gli occhi larghi e disumani della Madonna di Viaggiano; dall’altro, a riscontro, gli occhietti vispi dietro gli occhiali lucidi e la gran chiostra di denti aperta nella risata cordiale del presidente Roosevelt, in una stampa colorata.
    Non ho mai visto, in nessuna casa, altre immagini: né il Re, né il Duce, né Garibaldi o altri grandi uomini, e neppure i santi; ma Roosevelt e la Madonna di Viaggiano non mancavano mai.»

    C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Mondadori, Milano 1979

    «Un ricordo di mio padre, seduto sul mio letto una sera della stagione fresca (avevo sette anni), a raccontarmi con voce leggermente impastata la storia del pescatore che trovò un ginn in una bottiglia trascinata dal mare…
    “Non credere mai alle promesse di un ginn, figliolo! Fallo uscire dalla sua bottiglia e lui ti rovescerà!”
    E io: “Ma, abba, un ginn può davvero vivere in una bottiglia?”.
    Mio padre allora scoppiò a ridere, uscì dalla stanza e tornò con una bottiglia verde scura. “Vuoi vedere il ginn che è qui dentro?”.
    “No!”, strillai spaventato.
    “Sì!”, gridò mia sorella, la scimmia d’ottone.
    E lo vedemmo svitare il tappo coprendo teatralmente il collo della bottiglia con il palmo della mano.»

     S. Rushdie, I figli della mezzanotte, Garzanti, Milano 1981

    Suggerimento di lavoro Dopo aver scritto delle cerimonie che ricordi, dei riti che hanno segnato la tua vita, delle tue immagini sacre, prova a giocare un po’: inventa un rito, una preghiera, uno scongiuro, un amuleto tutto tuo, da usare per ragioni personali (per evitare un’interrogazione, per difenderti dai consigli non richiesti, ecc.).
    Descrivilo in ogni dettaglio. Se vuoi, condividi con noi e tutte le lettrici, i tuoi scritti

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    Renata Balducci

    Renata Balducci - Insegnante nella scuola primaria per 40 anni in Italia e all'estero, amante delle parole e delle diversità.  Ha pubblicato il libro "Scrivere di sé" con Sonda nel 2005. Ha lavorato alla redazione di testi didattici per Giunti Scuola oltre a collaborare alla "Vita Scolastica" per diversi anni con le programmazioni mensili di lingua, italiano L2 e intercultura. Ha collaborato anche con ICDL (International Children's Digital Library), Traduttori per la Pace, Radio Mundo Real e Selvas. Attualmente lavoro in un CPIA (Centro per l'istruzione degli adulti) di Torino.

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