Cinque minuti per l’arte
a cura di Mariacristina Paselli
MICHELANGELO MERISI detto CARAVAGGIO (1571- 1610)
Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio per l’origine della sua famiglia bergamasca, nasce a Milano nel settembre del 1571, è un artista ribelle, ossessionato dalla realtà.
Cerca disperatamente, con le sue opere, di colmare il vuoto tra sacro e profano laddove il sacro dominava la pittura del tempo.
E’ un vero rivoluzionario, convinto che la grazia di Dio si manifesti nella carne umana viva e sofferente per cui cerca soggetti da ritrarre tra i ragazzi di strada, i mendicanti e le prostitute.

SCUDO CON TESTA DI MEDUSA (1598-1599)
Olio su tela 60 x 55
Galleria degli Uffizi Firenze
Il suo obiettivo è creare una pittura che scandalizzi i committenti, per superare l’ideale classico e accademico molto usato, ma formale e distante dalla realtà.
Non prepara i cartoni prima del dipinto, a differenza dei pittori suoi coevi che facevano studi complessi ante opera, ma lavora direttamente la tela, incidendola col manico del pennello per impostare le figure, lavoro questo più consono ad un regista teatrale che ad un pittore classico.
La sua vita è totalmente disordinata, lo si può trovare di giorno ad un convito intellettuale con nobili e la sera arrestato per rissa nei bassifondi di Roma mentre gioca d’azzardo a Bassetta o a Faraone, giochi di carte molto diffusi in quegli anni.
Viene accusato di omicidio per aver assassinato in un’aggressione, per futili motivi, un certo Ranuccio Tomassoni.
E’condannato a morte e dopo un’altra rissa è imprigionato, ma riesce a fuggire a Napoli poi in Sicilia.
Muore a Porto Ercole il 18 luglio nel 1610 mentre, dopo aver ottenuto la grazia, cerca di rientrare a Roma. Non è certa la causa della morte, sembra oscillare tra febbre malarica, avvelenamento da piombo per l’uso dei colori o addirittura omicidio da parte dei suoi tanti nemici.
Lo scudo di Medusa non nasce come arte da parete in quanto Caravaggio desiderava che fosse un oggetto trivalente tra arma, maschera e dipinto, qualcosa di vivo, pronto per essere usato e destinato all’azione.
Gli fu commissionato da Francesco Maria del Monte che voleva donarlo alla famiglia Medici precisamente a Ferdinando primo, granduca di Toscana, quinto figlio di Cosimo 1°De Medici e di Eleonora da Toledo.
La testa di Medusa è garanzia di protezione dai nemici e questo è anche uno dei motivi per cui la tela viene adattata sullo scudo poi donato come bene augurante.
Un omaggio scaccia guai in un’epoca in cui la superstizione era diffusa.
La superfice curva non è casuale, Caravaggio studia con cura la forma perché l’immagine sia corretta se vista di fronte, ma se inclinata i serpenti dovevano sembrare vivi e il sangue dare l’impressione di fuoruscire realmente dalla tela verso chi osserva.
L’opera viene anche detta “La rotella” viene dipinta prima su tela poi adattata su legno di pioppo convesso. Caravaggio, in modo molto originale, non rappresenta l’uccisione e la decapitazione di Medusa, una delle Gorgoni della mitologia greca, come molti pittori avevano fatto fino ad allora.
Ci fa partecipi in diretta dell’attimo di trapasso della Gorgone, da questa vita all’altra, è l’istante in cui la creatura si spegne, è il confine tra l’al di qua e l’al di là.
Si dice che il cervello dei decapitati anche solo per pochi attimi, continui a vivere e pur decollato vede e sente, capiamo perché Medusa spalanca la bocca in un atteggiamento disperato e tragico.
Caravaggio sicuramente avrà assistito alle esecuzioni di piazza, sarà rimasto colpito dallo sguardo dei condannati e l’avrà bloccato nell’istante cruciale, per poi ritrarlo.
Vi era la credenza che chi dei presenti in piazza avesse incrociato l’ultimo sguardo del condannato, sarebbe stato trascinato nel regno degli inferi.
Nel mito chi guarda Medusa resta pietrificato così come chi guarda l’opera viene colpito profondamente osservando il volto che urla in faccia con violenza.
Lo sguardo di Medusa è contaminante, tragicamente seduttivo, attrae e respinge al contempo.
Lo spettatore partecipa direttamente a questo momento terribile come se fosse presente alla decapitazione, sentendo sulla schiena un brivido di spavento.
Grazie a Caravaggio possiamo essere presenti all’attimo del trapasso e parteciparlo, subirlo in tutta la sua tragica potenza.
Chi avesse fissato la Gorgone negli occhi sarebbe rimasto pietrificato ed è per questo che Perseo per decapitarla la prende alle spalle, osservando solo il riflesso del volto nel suo scudo.
La cattura con un colpo di falcetto, le recide il capo, lo getta senza guardarla, velocemente nella bisaccia, perché non desidera incontrarne la vista, ne ha timore.
Così come noi spettatori, ipnotizzati da quel terrore, da quegli occhi disperati e crudeli, ma magnetici ne siamo altresì attratti e non riusciamo a distogliere lo sguardo.
La luce dal basso, l’espressione vivida e allucinata, il sangue che pare sgorgare dal collo, tutto dona alla forma convessa una straordinaria tridimensionalità in un fantastico e forzato realismo.
Osserviamo allora Medusa, capolavoro del Caravaggio, lasciandoci ipnotizzare da quello sguardo penetrante.
La storia ci dice che il volto di Medusa è quasi certamente un autoritratto dell’artista, dell’uomo straordinario combattuto anticipatore dei tempi e grande come pochi altri pittori della storia dell’arte.
