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      500.000 firme in due mesi per il Referendum per l’Educazione Affettiva a scuola! Continuiamo a firmare!

      By Milene Mucci09/09/20260
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    Home»Pari opportunità»Donne e diritto»I rischi di una riforma sulla violenza sessuale
    Donne e diritto

    I rischi di una riforma sulla violenza sessuale

    simonasforzaBy simonasforza14/02/2026Updated:14/02/2026Nessun commento7 Mins Read
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    La Convenzione di Istanbul (ratificata dall’Italia nel 2013) impone di considerare la violenza sessuale come qualsiasi atto non consensuale, definendo il consenso come una “libera manifestazione della volontà”. Quindi qualsiasi atto senza consenso libero, senza coercizione, e non attuale, ovvero della durata dell’intero atto, è da considerarsi violenza. C’è stata una fase in cui alla Camera è stato approvato un Ddl contenente questo principio, allineandosi anche alle pronunce di Cassazione degli ultimi anni. Poi il veto di Lega e maggioranza è arrivato a interrompere questa innovazione. Al Senato infatti è stato prodotto e votato in commissione un testo che sostituisce il consenso con la parola e il concetto di dissenso. Un pericoloso passo indietro che potrebbe portare a una rivittimizzazione delle donne e a una difficoltà maggiore di dimostrare le violenze subite.

    Domenica 15 febbraio la attuale legge 66 sulla violenza sessuale, che nel 1996 riconobbe il reato contro la persona, compirà 30 anni. Una data che ci ricorda quanto breve sia il riconoscimento di una violazione dei nostri corpi e non più della morale vigente. 

    Qualcosa che come sintetizzava la ricercatrice e psicologa Louise Fitzgerald rappresenta “l’ultimo grande segreto aperto”, così diffuso e dannoso da essere definito un “trauma sistemico”. Tutti siamo d’accordo che sia meglio prevenire, ma spesso e volentieri facciamo fatica a tradurre l’impegno in interventi concreti. Lo si vede dalla spesa italiana (2013): secondo una ricerca di WeWorld si spendono 16,7 miliardi di euro all’anno per far fronte ai costi economici causati dalla violenza maschile contro le donne, mentre per la prevenzione si spendono solo 6,3 milioni di euro.

    Per fare prevenzione esistono molti modelli, per fare progetti o semplicemente scegliere tra gli interventi possibili. Uno dei modelli potrebbe essere quello usato in ambito di salute pubblica da Gerald Caplan, che individua tre fasce di prevenzione:

    – primaria, cioè orientata a intervenire prima che qualsiasiasi situazione problematica si manifesti e rivolta quindi a tutta la popolazione, indistintamente:

    – secondaria, quando si interviene su situazioni potenzialmente problematiche o quando l’intervento consiste nell’identificazione precoce di un problema

    – terziaria, volta a intervenire quando il problema si è già manifestato e si vuole evitare l’aggravamento e la cronicizzazione. 

    Altrettanto importante è il cosiddetto “modello ecologico” secondo cui è necessario vedere la società come composta da vari livelli concentrici: l’individuo, la famiglia, le relazioni affettive, le comunità di riferimento (come scuola, gruppo sporivo, quartiere o anche posto di lavoro), la società nel suo insieme  (le leggi, le politiche sociali, i media).

    Questi due modelli possono combinarsi per fare prevenzione. 

    Le molestie o violenze sessuali fanno parte di quel continuum di violenze agite contro le donne in quanto donne (definite anche “gender-based violences)”, che possono riguardare anche gli uomini: molti degli interventi strutturali necessari per prevenire le violenze – come combattere le discriminazioni sociali ed economiche basate sul genere, contrastare l’immagine delle donne come oggetti sessuali accessibili e disponibili e, più in generale, promuovere una cultura basata sul rispetto e sulla non violenza – coincidono quindi con le azioni per prevenire la violenza contro le donne e di genere. Altri interventi sono invece diretti a contesti specifici (il posto di lavoro, il mondo dello sport, il web) o a popolazioni specifiche (bambini e bambine delle scuole dell’infanzia o primarie, adolescenti, gruppi vulnerabili). 

    Come sostiene Patrizia Romito nel saggio sulle molestie sessuali del 2019, curato con Mariachiara Feresin:

    “La loro ubiquità, la banalità che viene loro attribuita, nonché le funzioni che assolvono, rappresentano quindi un elemento portante del sistema patriarcale. Questa premessa è necessaria prima di analizzare le reazioni strettamente individuali delle vittime alle molestie, che, pur essendo individuali, vanno sempre contestualizzate. È illusorio considerare il rapporto tra il molestatore e la vittima semplicemente come un rapporto tra due persone: la vittima è un’individua quasi sempre sola in una situazione di molestia; il molestatore è pure un individuo che può anche avere dei complici, ma che ha soprattutto alle spalle, metaforicamente parlando, il sistema patriarcale. L’individua che si oppone alle molestie contrasta, in modo consapevole o meno, un sistema che anche oggi punisce severamente chi rifiuta le sue regole”.

    Il caso Epstein descrive un potere maschile organizzato, ramificato, strutturato di relazioni in cui confluisce di tutto. Si tengono insieme tutti i livelli e le caratteristiche di uomini senza scrupoli, che si credono onnipotenti, volgari pedofili e predatori sessuali. Esempio universale di come sia banale il male e la perversione violenta del patriarcato. Non guardiamo agli USA come un mondo distante, lontano. Noi abbiamo avuto il nostro se non ora quando, non molto diverso, semplicemente non abbiamo buona memoria di certi giri e prassi. Il tutto in una universale bolgia maschile che si nutre di un male che tutto può e a cui tutto è dovuto. Lo leggo quotidianamente sotto i miei post, commenti che negano i femminicidi, i diritti delle donne, l’uguaglianza stessa. I file di Epstein sono lo specchio di una maschilità pericolosa e onnipresente che si crede onnipotente e al di sopra di tutto e tutti. Catalogo maschile delle proprie nefandezze.

    Ecco perché una legge non può prescindere dalla comprensione e dall’affermazione che è contro questo sistema patriarcale che si deve operare.

    Oggi leggo su un quotidiano un aggiornamento su un caso noto di violenza sessuale, le parole della donna ci invitano a una riflessione e azione urgenti.

    “Per me ripercorrere, a distanza di otto anni, quello che ho subito è stato faticoso ed emotivamente doloroso”: ha dovuto testimoniare di nuovo in aula la donna di 49 anni, ex hostess di compagnia aerea, che nel 2018 ha denunciato di avere subito abusi sessuali negli uffici di Malpensa da un sindacalista Cisl, suo coetaneo. Si tratta della vicenda diventata celebre come della violenza sessuale “dei 30 secondi”, con l’uomo assolto sia in primo grado, sia in Appello e la Cassazione che – su ricorso del sostituto pg Angelo Renna – a febbraio 2025 ha annullato le sentenze con rinvio. Da qui il processo d’Appello bis, in corso alla II Sezione Penale di Milano. In sostanza, nei precedenti processi i giudici hanno stabilito che gli atti dell’imputato non costituiscono reato, in quanto la donna, in quei 30 secondi, avrebbe potuto opporsi all’approccio sessuale, mentre lei come messo a verbale, rimase immobile e in silenzio. La sentenza è attesa per maggio.

    Questa come altre situazioni rappresentano una tipica espressione di freezing, di cui le autorità giudiziarie dovrebbero tener conto ma che con la attuale legge è soggetto a notevoli differenze interpretative. Questa donna è dovuta tornare a testimoniare e dopo anni è ancora in attesa di giustizia. Per questo è importante che tutte noi ragioniamo insieme su quanto ancora siamo lontane da una legislazione che contempli in cosa consiste il vero consenso e le dinamiche che si attuano quando c’è un’aggressione sessuale. Quanti secondi ci verranno concessi per poter essere ritenute credibili ed ottenere giustizia? 

    Ed è per questo e per tanti altri motivi qui illustrati che domani 15 febbraio scenderemo in oltre cento piazze, luoghi di lavoro e culturali (Seguire l’account di D.i.Re – donne in rete contro la violenza per individuare il luogo più vicino), e il 28 febbraio per la manifestazione nazionale a Roma, per chiedere compatte e unite di fermare la riforma Bongiorno sul dissenso, perché va contro l’interesse delle vittime di violenza sessuale ad ottenere giustizia e contro una seria prevenzione culturale primaria. Perché la violenza è sia una responsabilità individuale che sociale. Abbiamo bisogno di avere le idee chiare prima di approntare modifiche all’art. 609 del codice penale sulla violenza sessuale. Meglio non toccarlo che farlo con una riforma sbagliata.

    consenso Convenzione di Istanbul dissenso donne in rete contro la violenza violenza sessuale
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    Blogger, femminista e attivista politica. Pugliese trapiantata al nord. Equilibrista della vita. Felicemente mamma e moglie. Laureata in scienze politiche, con tesi in filosofia politica. La scrittura e le parole sono sempre state la sua passione: si occupa principalmente di questioni di genere, con particolare attenzione alle tematiche del lavoro, della salute e dei diritti.

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