Mia figlia, che da un po’ mi vede immersa in ragionamenti e approfondimenti su questioni di demografia (collegata al tema della denatalità), mi ha chiesto cosa fosse e di cosa si occupasse. Di noi, si occupa esattamente di noi, di queste ‘navi’ qua, che dovrebbero essere piramidi, ma non lo sono più da decenni. E che guardare il mondo in ottica femminista aiuti molto meglio a comprendere i fenomeni.

Qualche settimana fa leggevo una intervista su la Stampa di Alessandro Rosina. Rilevava tre macro problemi:
«Il triplo svantaggio: pochi giovani occupati, pochi giovani che diventano genitori, molti giovani che emigrano. E una scarsa capacità di attrarne dall’estero con competenze elevate, perché un Paese che mostra poca fiducia nelle proprie nuove generazioni difficilmente appare attrattivo per quelle altrui».
Qui le soluzioni proposte:
«Investire strutturalmente sul capitale umano delle nuove generazioni; costruire politiche di conciliazione e servizi che permettano a uomini e donne di lavorare e avere figli; rendere l’Italia attrattiva per giovani qualificati, italiani e stranieri, integrando formazione, innovazione e lavoro di qualità».

La decisione di diventare genitori è influenzata da una complessa rete di fattori interconnessi: la situazione economica personale, il clima economico generale, le prospettive di carriera, le politiche di welfare, ma anche la percezione del futuro plasmata dai media e dal discorso pubblico. In questo contesto la “condizione perfetta” diventa un ideale sempre più difficile da raggiungere. Molte coppie si trovano a dover bilanciare desideri personali con considerazioni pratiche, spesso in un ambiente di incertezza economica. Questo può portare a un continuo rimandare la decisione, in attesa di una stabilità finanziaria che sembra sempre sfuggente. Rimandare significa spesso, dover rinunciare.
E se sganciassimo il lavoro femminile da ogni peso e aspettativa? Se i desideri delle donne fossero nel frattempo diventati altri? Chiediamo alle donne. Ecco, perché il lavoro Senza figli – Scelte, vincoli e conseguenze della denatalità di Alessandra Minello, edizioni Laterza, è un fondamentale strumento per dotarsi di punti di riferimento e riflessione inesplorati e poco considerati. Un testo che vi consiglio di leggere insieme all’altro suo lavoro Non è un paese per madri.
Chiediamoci se con gli strumenti e le infrastrutture di welfare e politiche adatte ci sarebbe davvero quella inversione di tendenza demografica verso il disgelo che molti si aspettano. Se non inseriamo gli aspetti culturali che stanno investendo non solo l’Italia ma tutto il mondo.
Ascoltare i propri desideri significa ragionare sul contesto in cui viviamo. Se il contesto culturale e delle condizioni materiali nelle quali viviamo è ostile, abbiamo già la risposta a gran parte delle nostre domande.
Occorre mettere insieme struttura e cultura per analizzare la realtà. È un fenomeno da affrontare sotto più fattori.
Gli strumenti di condivisione e conciliazione sono la base, poi c’è da aver cura dei desideri delle persone. Risolvere il gap tra desideri e possibilità concrete.
Nessuno boicotta politiche e strumenti per la genitorialità, anzi, ci mancherebbe, l’ho sempre sostenuto, ho passato gli ultimi dieci anni a occuparmene, ma ci sono fenomeni da attenzionare e da comprendere, perché le soluzioni di welfare potrebbero non essere sufficienti per cambiare la direzione intrapresa sulla natalità.
Sulla denatalità si spendono tante parole, spesso sono altre persone che parlano in nostra vece. E se la prospettiva fosse totalmente diversa? Se riuscissimo per una volta a guardare il fenomeno con occhi diversi, finalmente accogliendo i desideri e le dimensioni cambiate? Perché non è un problema, è una questione che ci interroga nel profondo e determina scelte sul futuro.
In poco meno di 20 anni abbiamo registrato duecentomila bambini circa in meno. Lo stesso in discesa è il dato medio dei figli per donna è stato dell’1,8. Non può essere solo a causa di politiche sbagliate o di welfare abilitante mancante.


C’è sicuramente una componente economica, ma non possiamo scartare tutta la parte personale, il confronto fra generazioni che hanno cambiato i loro progetti di vita, la protezione del proprio benessere che riporta al centro l’autodeterminazione della donna.
Il saggio si interroga anche sulla reale efficacia delle politiche pronataliste, perché guardano solo ai fattori economici, perdendo di vista la multifattorialita’ del fenomeno.
Realizzazione personale diversa dal passato. Le nuove generazioni vanno guardate con occhi nuovi e non con quelli del passato.
Se si valorizzasse il lavoro femminile sarebbe già un buon inizio.
Le fratture territoriali e di genere completano il quadro.
Al Sud il tasso di occupazione è inferiore di oltre 20 punti rispetto al Nord, il che equivale a 5,8 milioni di persone al lavoro in meno. La parità di genere resta lontana: il tasso di occupazione femminile è più basso di 17 punti rispetto a quello maschile e le donne inattive sono quasi 7,8 milioni. Se lavorassero quanto gli uomini, le occupate aumenterebbero di 3,8 milioni.
Il mercato del lavoro cresce, dunque, ma si regge sempre di più sugli over 50 e continua a lasciare indietro giovani, donne, fragili e Mezzogiorno. La sfida non è solo creare occupazione, ma riequilibrare l’uso del lavoro lungo le generazioni, i territori e i generi. È su questo terreno che si misura la distanza tra i dati positivi e la piena attuazione del diritto al lavoro sancito dalla Costituzione.
Di fronte a questa nuova demografia che c’è e che ci accompagnerà nei prossimi anni occorre ridefinire un welfare pubblico adatto e sostenibile. Il riconoscimento della valorizzazione dei più giovani non può dimenticare i più anziani e quindi ripensare alla cura. Per fare questo, sono cruciali le scelte politiche, gli investimenti, dove allocare le risorse pubbliche esigue.
Il testo è ricco di riferimenti femministi, come il pensiero di Andrea O’Reilly, teorica del femminismo matricentrico, che propone di non rigettare la maternità in sé, ma di costruire un pensiero e una pratica politica fondata sull’esperienza materna non come destino, ma come possibilità radicale di ridefinizione dei ruoli e dei poteri. Alla luce di questa visione del mondo, quindi, la riflessione non si limita a rivendicare migliori condizioni per chi sceglie di diventare madre, ma afferma con forza il diritto a non esserlo affatto. È necessario, innanzitutto, sciogliere l’identificazione storica e simbolica tra donna e madre, che ha troppo a lungo definito la femminilità come destinata alla cura e alla riproduzione. Riconoscere la maternità come una possibilità, e non come un dovere o un destino significa restituire alle donne piena soggettività e libertà. In questa prospetiva, la scelta di non avere figli non è una rinuncia, ma un’espressione legittima e piena dell’autodeterminazione femminile. Il femminismo invita allora a difendere tutte le scelte: quella di non procreare, quella di essere madri in forme non tradizionali, quella di esserlo senza per forza essere le uniche responsabili della cura. Più che imporre un modello, la sfida è aprire spazi di libertà e riflessione collettiva, capaci di accogliere la pluralità dei vissuti e di liberare la maternità -e la non maternità – dalle gabbie del dovere. Non ci saranno politiche pronataliste a seguire di questa visione del mondo, ma politiche che rinforzano l’autodeterminazione. Ma O’Reilly non è sola, sulla maternità il lavoro contiene vari spunti di riflessione e confronto.
Importante è anche la distinzione tra politiche pronataliste di destra e politiche progressiste. Così come è importante approfondire l’aumento dell’aspettativa di vita, l’invecchiamento della popolazione e raccogliere queste nuove sfide con sistemi previdenziali e di welfare adeguati e ristrutturati a tali nuove condizioni esterne. Vi sono numerosi esempi all’estero che ci potrebbero ispirare. Ma noi abbiamo perso anche il treno del PNRR. La vera sfida è ripensare lo Stato sociale alla luce di quei nuovi equilibri tra generazioni, di cui la nave iniziale è lo specchio su cui lavorare.
“Avere figli può essere, certo, un atto di amore e di generosità. Ma non deve più essere il prezzo universale da pagare per ottenere rispetto o cittadinanza sociale. Questo e solo questo, significa respirare profondamente, ascoltare il cambiamento, prendersi cura del presente per costruire il futuro. Le voci suonano armoniche solo se ascoltate tutte insieme”, scrive Alessandra Minello.
Leggendo e analizzando, mi sembra tutto più complesso ma anche più semplice da decifrare. Ci vuole cura, una cura nuova per guardare il presente con occhi nuovi, scevri da aspettative piene di pregiudizi. Non caricherei i nuovi cittadini italiani di origine straniera di oneri in tema di natalità, perché mi sembra anche questo uno sguardo antico, coloniale, quando non siamo capaci di garantire accoglienza di qualità e pieni diritti. Ragionerei di più sulle libertà di definire il proprio futuro e le proprie scelte di vita. Oggi che invece siamo sempre più assediate, in quanto donne, sul fronte di richieste, pretese, aspettative, diritti, autodeterminazione.

