Il 17 giugno 1983 Enzo Tortora, il personaggio televisivo italiano più famoso e seguito, viene
arrestato con l’accusa di essere un camorrista e un trafficante di droga. Ad accusarlo? Assassini
psicopatici. Sembra un equivoco, che sarà chiarito in fretta. E invece, pur senza prove, Tortora
viene condannato a dieci anni. Solo il processo d’appello lo assolve con formula piena, oltre tre
anni dopo. Nel 1988 muore di malattia a 59 anni. «Mi è scoppiata dentro una bomba al cobalto»
disse.
A raccontare questa vicenda drammatica ed emblematica è oggi la serie “Portobello” di Marco
Bellocchio. Sei puntate che iniziano e si chiudono con la sua trasmissione più amata, seguita ogni
venerdì da 28 milioni di spettatori. Per dare un’idea, Stefano De Martino e Gerry Scotti, insieme,
oggi assommano 10 milioni ed è un risultato straordinario.
All’epoca Tortora è appena stato nominato Commendatore dal presidente della Repubblica
Pertini. È un uomo colto, retto, stimato, di successo.
Ma è anche criticato e invidiato. Il suo garbo a qualcuno sembra affettazione, la sua discrezione
snobismo. In una cella di Poggioreale c’è un camorrista che lo odia e che, a un certo punto, decide
di accusarlo di essere uno di loro. Questa è la miccia del caso giudiziario che accenderà le
ambizioni di magistrati incompetenti e giornalisti impazienti di sbattere il mostro in prima pagina.
Per tutti, uno come Tortora è l’occasione della vita. L’occasione di una sentenza clamorosa o di
uno scoop.
La serie di Bellocchio, sei puntate da un’ora, racconta il caso Tortora con lucidità e misura,
passione e mestiere. Ma non mancano le incursioni pop. Tra le altre, tutta Italia che canta la
canzone vincitrice di Sanremo “Ci sarà” e Valeria Marini che, nel ruolo di Moira Orfei, rende
omaggio a Tortora. E anche tocchi d’artista: come il colossale castello di carte che, finalmente,
crolla al crollare delle accuse contro il presentatore.

«Ancora una volta Bellocchio ha dimostrato che nessuno racconta la storia recente d’Italia come
lui» lo ha stato scritto da “El Mundo” e viene spontaneo concordare.
La narrazione è lineare, ricca, piena di punti di vista. La serie solleva domande, coinvolge, indigna,
ma diverte anche. Forse si poteva dedicare meno tempo alle fasi processuali e più tempo al dopo,
alla sua battaglia per i diritti civili. Al suo ritorno a “Portobello” disse: «Io sono qui anche per
parlare per conto di quelli che parlare non possono e sono molti e sono troppi». La sua grandezza
fu anche quella di mettere la sua tragedia a servizio degli altri. Fu eletto nelle liste radicali, con
quasi mezzo milione di voti, e contribuì alla vittoria del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati.
E se Bellocchio è un regista da dieci e lode, gli attori non sono da meno. Fabrizio Gifuni strappa
l’applauso a ogni inquadratura, capace di rendere il modo di essere ed esprimersi di Tortora.
Barbora Bobulova è vibrante e perfetta nel ruolo della sorella Anna. Lino Musella è capace di
restituire le mille sfumature – follia, cattiveria, servilismo, erudizione, narcisismo… – del grande
accusatore Giovanni Pandico, detto “o pazzo”. Alessandro Preziosi è un magistrato ottuso e
implacabile. Romana Maggiora Vergano è fresca e appassionata nella parte di Francesca, la
compagna di Tortora. Tommaso Ragno interpreta un volitivo (e indimenticabile) Marco Pannella.
Nel cast troviamo anche Gianfranco Gallo, fratello di Massimiliano, nella parte di Raffaele Cutolo e
Pier Giorgio Bellocchio, figlio di Marco, nella parte di un compagno di prigionia di Enzo.

A interpretare i due principali avvocati di Tortora, Raffaele della Valle e Alberto Dall’Ora, sono
rispettivamente Davide Mancini e Piero Pierobon.
Ma perché dovremmo interessarci a una vicenda di oltre quarant’anni fa? Perché solleva questioni
più attuali che mai. Le falle della giustizia. Le insidie della fama. I limiti della democrazia.
L’insofferenza nei confronti della cultura. E perché, al pari di capolavori come “I promessi sposi”
raccontando l’Italia di ieri, accende i riflettori su quella di oggi.
A chi vuole approfondire, consiglio anche un film, due libri e un podcast.
Il film. “Un uomo perbene”, 1999, regia di Maurizio Zaccaro, con Michele Placido, Mariangela
Melato, Leo Gullotta, Giovanna Mezzogiorno e Stefano Accorsi.
I due libri. “Applausi e sputi” di Vittorio Pezzuto e “Testa alta e avanti” di Gaia Tortora.
Il podcast. “Lo schianto”, Chora Media, voce narrante di Luca Bizzarri.

