Regia di Nicolangelo Gelormini
con Valeria Golino, Saul Nanni, Jasmine Trinca, Francesco Colella, Betti Pedrazzi
Nelle sale dal 12 febbraio
Che brava Valeria Golino, lei così vitale e estroversa, a calarsi nel ruolo di Gioia. Imbruttita, con le lenti a contatto marrone a nascondere gli occhi chiari, abiti senza forma e fuori moda che la ingoffano, rinuncia ai ricci e mostra capelli piatti, appiccicati. Si muove legnosa, impacciata, con passi da anziana, spaventata dal mondo. Timida, eppure animata da una voglia di vivere trattenuta così a lungo che per forza diventerà la sua rovina.

Siamo a Torino, alle prese con personaggi che non hanno diritto alla felicità. Gioia, donna di mezza età, è una insignificante professoressa di francese al liceo, abita in una villa buia con grande giardino dove gli antichi splendori sono ormai un ricordo. Il padre ha l’Alzheimer, la madre controlla sadicamente ogni mossa della figlia che si divide fra scuola e casa, privata di ogni altro spazio.

Alessio è uno studente svogliato ma intelligente, segnato già da una vita allo sbando. Spinto anche dalla madre che pensa solo a se stessa, usa il suo corpo per portare a casa qualche soldo. Si traveste, si esibisce in localacci equivoci, fa sesso mercenario con uomini e donne. L’incontro con Gioia, a cui chiede ripetizioni di francese, non potrà che sfociare nella tragedia. Eppure se solo ci fosse stato più coraggio, se il destino fosse stato più indulgente, le due anime perse avrebbero potuto salvarsi a vicenda.

Siamo al cospetto di personaggi al limite, Gioia troppo ingenua, Alessio troppo corrotto nonostante la giovanissima età, dilaniato dal bisogno di riscatto sociale, la madre Claudia troppo anaffettiva e lo “zio” troppo farabutto.
Il film è doloroso e vedere come l’ingenua, generosa Gioia venga irretita fa venire voglia di gridarle: “Stai attenta! Ma cosa fai?”. In ogni caso è troppo tardi, lei ha troppa voglia di vivere e Alessio sa solo sedurre e manipolare.

Iperrealistico e pop nelle prime scene dove è in campo il degrado di Alessio, romantico nella descrizione delicata del rapporto fra Gioia e Alessio che ha momenti di autenticità, anche se la luminosità per uno come lui è irraggiungibile. Poetico in alcune sequenze felici (quella del bacio sull’albero che appare anche nel manifesto). Capace di raccontare le architetture di una Torino poco vista, come nelle bellissime riprese al Lingotto, nobilitate dallo sguardo del regista che è un architetto.

Bravissimo Francesco Colella nel ruolo più dannato: è l’anima nera di Alessio, morboso e squallido.
Una parabola sulla violenza e gli errori che portano solo all’annientamento.

Nicola Gelormini aveva già lavorato con Valeria Golino in Fortuna (un bel film, recuperatelo se non l’avete visto) ha poi duretto una puntata della serie L’arte della gioia. In La gioia conferma il suo talento, l’attenzione alla direzione d’attori e la capacità di raccontare storie che sebbene radicate nel territorio riescono a elevarsi a temi universali.
Il film è tratto dall’opera teatrale Se non sporca il mio pavimento, di Giuliano Scarpinato e Gioia Salvatori, diventata poi una sceneggiatura vincitrice nel 2021 del Premio Solinas.
