Non è mancanza di volontà né difetto di carattere. Spesso l’autosabotaggio nasce da ferite antiche e da un bisogno profondo di protezione.
Perché ci autosabotiamo?
La risposta più comune è anche la più superficiale: perché non ci vogliamo abbastanza bene, perché siamo insicuri, perché abbiamo paura del successo. Ma queste spiegazioni, pur rassicuranti, non bastano.
L’autosabotaggio non nasce dal desiderio di distruggersi. Nasce da un corpo che ha memoria. Da un sistema psichico che ha imparato, molto presto, che per sopravvivere bisogna adattarsi. E talvolta ridursi.
Non si diventa adulti che si ostacolano da soli all’improvviso. Si impara, lentamente, a trovare strategie per resistere al dolore. Ognuno sceglie la propria. C’è chi reagisce diventando aggressivo. C’è chi si ritira. C’è chi si rende invisibile. E c’è chi diventa “buono”.
La bontà, in questo senso, può trasformarsi in una forma sofisticata di adattamento. La persona buona non disturba, non reclama, non occupa troppo spazio. Si trattiene, si modera, si autosabota pur di non risultare eccessiva. Vive con la sensazione di essere “troppo” e allora prova a diventare “meno”: meno visibile, meno ingombrante, meno desiderante.
Ma quando si impara tutto questo?
Spesso nell’infanzia. In contesti di marginalità, migrazione, esclusione o bullismo. Il bambino che si sente diverso, fragile o fuori posto sviluppa strategie per proteggersi. Ridursi può diventare una difesa. Non brillare troppo può sembrare più sicuro. Non chiedere troppo può apparire più prudente.
Anche il bullismo, a ben vedere, è una forma distorta di autoregolazione: bambini che scaricano su altri un dolore che non sanno nominare. Ognuno mette in atto il proprio disagio come può. Questo non significa giustificare, ma comprendere la complessità dei meccanismi psicologici in gioco.
Col tempo, però, ciò che nasce come strategia di sopravvivenza rischia di trasformarsi in gabbia. Il cervello continua a riproporre lo stesso schema anche quando il pericolo non c’è più. E così l’autosabotaggio diventa un copione automatico: non candidarsi per un’opportunità, non esporsi, non dire ciò che si pensa, non chiedere ciò che si desidera.
La domanda allora cambia. Non più: “Perché mi autosaboto?”.
Ma: “Quando ho imparato che ridurmi mi proteggeva?”.
E soprattutto: quella strategia mi serve ancora oggi?
Uscire dall’autosabotaggio non significa diventare duri, freddi o competitivi. Non significa perdere empatia. Significa integrare. Significa poter essere sensibili senza annullarsi, generosi senza svuotarsi, forti senza rinunciare alla propria tenerezza.
È un lavoro quotidiano di autodeterminazione. Un cambiamento di narrazione interiore. Smettere di definirsi attraverso la ferita e iniziare a definirsi attraverso la scelta. Dire, anche quando è faticoso: il mio spazio esiste. Il mio desiderio è legittimo. La mia voce conta.
Non è un percorso semplice. Richiede consapevolezza, pazienza e talvolta un accompagnamento terapeutico.
Ma è un passaggio necessario in una società che premia chi occupa spazio senza esitazione e rischia di schiacciare chi ha imparato a farsi piccolo.
Forse la vera forza non è smettere di sentire.
È smettere di ridursi.
E allora la domanda diventa politica oltre che personale:
come vogliamo stare al mondo oggi?
Non più solo come sopravvissuti.
Ma come soggetti pieni, legittimi, presenti

