di Arantxa Echevarría
con Carolina Yuste, Luis Tosar
“Non potremo difenderti, se morirai non potremo dire chi eri davvero, non avrai nessun onore. Insomma hai solo da perderci”. Non bluffa “El inhumano” (“il disumano”) e anzi si esprime con durezza quando spiega alla giovanissima recluta fresca di Accademia cosa significhi diventare un infiltrato e cosa si rischi.

La ragazza non ha dubbi e accetta: per otto anni si infiltrerà nell’Eta, l’organizzazione terroristica basca responsabile di moltissimi attentati.
Un infiltrato a differenza di un agente sotto copertura, è una figura molto meno protetta, mette in gioco tutto avendo in cambio ben poco. O forse moltissimo: corre un rischio enorme non per gloria personale, ma per il bene comune.

Il bel film di Arantxa Echevarria prende le mosse da una storia vera, l’esperienza di Aranzazu Berradre Marin, pseudonimo di un’agente della polizia nazionale spagnola. Negli anni Novanta, appena uscita dall’Accademia, a 22 anni, si infiltrò nell’Eta dove restò otto anni. In quel periodo rinunciò alla sua vita, tagliò ogni legame con la famiglia d’origine e si impegnò al massimo per conquistare la fiducia dei vertici del gruppo.

Il film grava quasi per intero sulle spalle di un’attrice eccezionale, Carolina Yuste che ha vinto meritatamente il premio Goya per la sua interpretazione (mentre il film lo ha vinto come migliore pellicola).
Col nome di Arantxa Berradre, spacciandosi per una simpatizzante della sinistra nazionalista basca, a poco a poco riesce a spezzare la diffidenza dei dirigenti dell’Eta. Ma la sua vita continua a essere noiosa, lavora in un ristorante, passa le sere in casa col suo gatto e al di là di qualche riunione e qualche manifestazione non entra in contatto con niente che possa essere davvero utile al suo compito. Finché un giorno le viene chiesto di ospitare nel suo appartamento un terrorista. A questo punto il film si impenna, la tensione cresce e, diventando più stretti i rapporti col terrorista che ospita si ampliano anche gli spazi di ambiguità. Perché a quel punto si confrontano due esseri umani con tutte le loro vulnerabilità. Qualunque mossa falsa, qualunque sospetto metterà a rischio la sua vita.

A un certo punto sembra che tutto vada a monte, anche perché l’organizzazione ha annunciato pubblicamente la fine delle ostilità, ma con testardaggine Arantxa arriva fino in fondo e oggi, la vera protagonista di quella vicenda, continua a lavorare per la polizia spagnola senza mai essere uscita allo scoperto. Mentre il suo capo, “il disumano” l’unica persona con cui aveva mantenuto i contatti durante i lunghi otto anni, è andato in pensione da poco, dopo molti altri compiti delicati.

Non voglio raccontare la trama perché vale la pena seguirla guardando il film, voglio però sottolineare gli aspetti interessanti del film della regista spagnola (che è basca).

La protagonista è davvero molto brava e la sensibilità con cui la sceneggiatura approccia tutti i ruoli femminili è notevole. Sia all’interno della polizia, sia nell’organizzazione dove Arantxa viene tratta come una serva e anche con una certa brutalità maschilista. Fa impressione come questa giovane donna abbia immolato la sua vita alla causa per ben otto anni e questo “sacrificio” si percepisce sequenza dopo sequenza. La sua è una missione che non lascia nessuno spazio per una vita privata e avere un’esperienza così a 20 anni è angosciante.

Il film riesce a tenere alta la tensione da ottimo thriller senza mai togliere spazio alle emozioni. Sarà banale, ma la mano femminile della regia è davvero presente sempre. Molto consigliato.
