di Ariel Dofman
progetto di Elena Bucci e Marco Sgrosso
regia di Elena Bucci
con la collaborazione di Marco Sgrosso
con Elena Bucci, Marco Sgrosso e Gaetano Colella
Oggi. Forse in Cile, ma potremmo essere anche in Argentina. O in Venezuela o in Italia, come dice la protagonista a inizio spettacolo. Insomma, potremmo essere in qualunque paese che abbia appena conquistato la democrazia dopo una lunga notte di dittatura.
Le speranza sono tante, il risveglio alla libertà è emozionante e c’è la voglia di girare pagina.
Ma il passato incombe. La domanda è: cosa fare di fronte ai crimini e a tutte le ingiustizie subite? Tenerne memoria, perdonare, punire, processare, vendicarsi, dimenticare?
Questi sono gli interrogativi violenti che sulla sua pelle sentiva l’autore di questo testo. Argentino, trasferitosi in Cile, sfuggito all’arresto durante il regime di Pinochet, Ariel Dofman conosceva bene tutti i risvolti di quella sanguinaria dittatura. E in questo dramma, da cui Roman Polanski trasse nel 1994 un memorabile film, trasferisce il malessere di quegli anni.
Paulina Sales vive col marito avvocato Gerardo Escobar che dovrà presiedere la commissione di indagine sui crimini della dittatura. Tutti e due guardano al futuro con l’ottimismo di chi ha troppo sofferto. Una sera l’uomo che aveva soccorso Gerardo in panne lungo la strada, si presenta a casa della coppia. Potrebbe essere un incontro senza importanza, concluso con un bicchiere di cognac a sancire la riconoscenza.
Invece è l’inizio di un incubo, perché Paulina è convinta di riconoscere nel dottor Roberto Miranda l’uomo che l’ha stuprata e oltraggiata quando era stata arrestata dal regime. Lei ricorda tutto e ricorda anche la musica che l’uomo ascoltava durante le sue violenze: La morte e la fanciulla di Schubert.
Paulina è sicura che quell’uomo sia davvero l’aguzzino del suo passato, ma vuole averne completa certezza e vuole che il dottor Miranda confessi, che racconti tutta la verità di quel passato.
Fra violenze verbali e racconti terribili di quello che è stato, in un interrogatorio serrato si consuma il dramma fra vittima e carnefice, con un ribaltamento dei ruoli.
La memoria è ingannevole, le relazioni in una realtà offuscata come è quella della prigionia si velano di ambiguità, i sentimenti si intrecciano, la paura modifica percezioni e ricordi.
Il testo regge ancora, anzi, regge superbamente e conserva tutta la sua potenza anche dopo tanti anni. Lo spettacolo è un teatro di parola, la scena è scarna, le luci livide e il senso è racchiuso in un racconto che lo spettatore è chiamato a decifrare, perché verità, ricordi annebbiati, etica e rabbia si mescolano.
Che cosa è la giustizia? Qualè la strada per riconciliarsi col passato e ricominciare a vivere? Temi universali in un testo esemplare messo in scena con tutto il rigore che serviva.
LA MORTE E LA FANCIULLA
di Ariel Dorfman
traduzione di Alessandra Serra
progetto di Elena Bucci e Marco Sgrosso
regia di Elena Bucci
con la collaborazione di Marco Sgrosso
con Elena Bucci, Marco Sgrosso e Gaetano Colella
luci Loredana Oddone
drammaturgia del suono e registrazioni Raffaele Bassetti/Franco Naddei
assistenza all’allestimento Nicoletta Fabbri
costumi Nomadea
collaborazione ai costumi Marta Benini
una produzione Centro Teatrale Bresciano
in collaborazione con Le belle bandiere
compagnia sostenuta da Regione Emilia Romagna e Comune di Russi
in accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di Julia Tyrrell Management
In Prima Nazionale al Teatro dei Filodrammatici di Milano debutta La morte e la fanciulla di
Ariel Dorfman, produzione del Centro Teatrale Bresciano in collaborazione con Le belle
bandiere, compagnia attiva dal 1993 e da oltre trent’anni punto di riferimento della ricerca teatrale
italiana.
