di Kirill Serebrennikov
con August Diehl, Burghart Klaußner, Maximilian Meyer-Bretschneider, Carlos Kaspar
nelle sale dal 29 gennaio
Come è possibile che quello che per noi è l’orrore assoluto, il Male inimmaginabile che ha segnato il secolo scorso, sia invece per qualcuno il periodo più felice? Inconcepibile pensare che la ferocia dei campi di sterminio possa essere stata per i carnefici la realizzazione della perfezione. Già eravamo rimasti sconvolti l’anno scorso da La zona di interesse, che mostrava la vita serena di Rudolf Höss, con moglie e bimbi biondi: una famiglia che conduceva una vita serena mentre centinaia di ebrei morivano a pochi metri da loro, depredati e vittime di ogni ignominia.

Ecco ora un altro coraggioso film che si addentra nella vita misteriosa di Josef Mengele, medico nazista nel campo di Auschwitz che alla fine della guerra si rifugiò in Sudamerica e si rifece una vita in clandestinità.
Molte le persone che lo aiutarono, dall’Argentina al Paraguay passando per il Brasile. Alcuni lo fecero per una dedizione morbosa all’ideologia nazista, altri per denaro, tutti comunque gli garantirono l’impunità.

La storia è presa da un importante romanzo di Olivier Guez, La scomparsa di Josef Mengele che nel 2017 vinse il premio Renaudot. Si conosce poco della storia, quindi nella ricostruzione della sua lunga latitanza c’è stato lo spazio per immaginare, anche l’incontro con il figlio che, “plagiato dalla madre” dice Mengele, chiese conto al padre dei suoi crimini.
Il film è glaciale, August Diehl incarna il protagonista con stizzosa immedesimazione, facendone un uomo orgoglioso del suo passato, sempre fedele al nazismo, intimamente razzista, privo di ogni pietas, arrogante e rabbioso, convinto di essere nel giusto.

Un bianco e nero autoriale con inquadrature di stilizzata eleganza segue Mengele dalla prima fuga a tutti i passaggi successivi, un latitante attorniato da complici consapevoli, ospitato in famiglie che a volte lo odiavano ma che approfittavano del denaro che potevano intascare. E donne, mai amate, sempre usate anche negli anni della malattia finale.
A far da contrasto, in un colore luminoso, i flashback nei campi con scene che mai indugiano sull’orrore ma che proprio per questo trasmettono una sensazione di malessere totale. Vediamo l’arrivo degli ebrei stremati sui treni, il sorriso imperturbabile e distante degli aguzzini, che giocano e scherzano, percepiamo la loro convinta aria di superiorità, l’indifferenza totale verso esseri umani che per loro sono ancor meno di oggetti, solo fastidi, errori della natura che è giusto eliminare.

Quasi insostenibili le scene nello studio medico con gli esperimenti sui prigionieri i cui risultati venivano poi inviati al centro studi universitario di Berlino.
Fa star male vedere come l’inferno degli altri rappresentasse per gente come Mengele la realizzazione di un progetto di cui andare orgogliosi, perché tutto era volto al bene della “razza pura”, aggredita dalle “imperfezioni”.
No, non ne sappiamo ancora abbastanza di quel che è successo. E davvero tutti e non solo in concomitanza col Giorno della memoria dovremmo pensare a quel che è stato. E che mai più dovrebbe ripetersi.
