di Beatrice Rachiele
I cambiamenti sostanziali non derivano mai dal caos. Le rivolte silenziose, quelle che indagano alla radice e sviscerano il problema razionalmente, sono sempre le più potenti.
Nella messa in scena di Wonder Woman, Antonio Latella decompone e ricostruisce minuziosamente un caso di stupro del 2015, grazie all’eccellente, infuriata e a tratti ridondante performance di quattro Amazzoni con le scarpe rosse; donne diverse per aspetto ed etá, che all’occorrenza diventano una o migliaia di voci diverse e che ci mostrano come la tenacia della supereroina non sempre derivi dal fatto di poter essere Super, ovvero stare al di Sopra. Un caso sminuito dalla giustizia, che invece di “approfondire questi aspetti in nome della verità”, lascia correre e dichiara primarie delle prove insignificanti.
Gli imputati vengono assolti solo perché la vittima ha un aspetto “mascolino” e perchè durante l’atto sessuale sta Sopra, da supereroina mancata, mostrandoci quanto sia sottile la linea tra verità e menzogna, tra il “bla bla” dell’opinione pubblica e la realtà sostanziale.
La scelta di Latella, in quanto regista uomo, di fare luce su alcuni meccanismi giudiziari è sicuramente ammirevole e rispettosa, dal momento in cui lascia l’espressione in mano a chi sa che cosa si prova. Con uno schiaffo metaforico, datoci dal volume dei microfoni a filo delle attrici, ci vengono messi a disposizione dei retroscena che ignoriamo, a favore delle indiscutibili e profetiche notizie che sentiamo alla TV.
Ottanta minuti di sguardi inflessibili verso un pubblico che è messo a nudo dalla potenza delle luci, costantemente accese, poiché siamo tutti parte del problema.
Per quasi tutto lo spettacolo è chiara e coerente la necessità di farci “spegnere sta cazzo di TV” e di ripudiare il “BLA BLA” dei luoghi comuni, in nome di una giustizia oggettiva, tanto da far liberare furiosamente le attrici di quelle scarpe rosse, simbolo convenzionale della violenza di genere.
La parte finale del testo, tuttavia, composta di cori sbraitanti, formulette stereotipate e cliché tipici delle manifestazioni femministe, provoca una sensazione di smarrimento, interrompendo così quella rivolta silenziosa che Latella era riuscito abilmente ad intavolare.

Beatrice Rachiele ha 23 anni ed è nata e cresciuta in provincia di Torino. Attualmente frequenta un master in critica giornalistica e comunicazione digitale per lo spettacolo presso l’Accademia Silvio d’Amico di Roma. Nel 2024 ha conseguito la Laurea triennale in comunicazione dopo aver svolto il tirocinio curriculare presso RAI. La appassionano le arti e i media tradizionali e digitali.
