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    Home»Costume e società»Cultura»Film»Marty Supreme
    Film

    Marty Supreme

    Erica ArosioBy Erica Arosio22/01/2026Nessun commento5 Mins Read
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    di  Josh Safdie

    con  Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion, Abel Ferrara, Tyler Creator

    nelle sale dal 22 gennaio

    C’è un solido cinema classico ancora capace di regalarci capolavori, penso a The Fabelmans, l’ultimo film di Steven Spielberg, penso al magnifico Sentimental Value, appena uscito. Poi c’è il futuro, a volte prevedibile, altre totalmente sorprendente. Ecco, Marty Supreme occupa questo territorio: è una splendida testimonianza del cinema di domani e che fortuna poterne godere oggi.

    Sorprendente, travolgente, incredibile, fino all’ultimo respiro, sempre che ti resti fiato dopo il caleidoscopio visivo che ti bombarda per due ore e mezza, tempo che scorre senza che tu te ne accorga, senza permetterti distrazioni, né pause.

    E dire che a leggere la trama non gli avresti dato una lira. Potrò mai appassionarmi, ti chiedi, alla vita di un campione di ping pong nella New York degli anni Cinquanta? Provi subito la sensazione di un che di polveroso e neppure ti convince, anzi ti demotiva ancor di più, il fatto che sia liberamente ispirato alla vita di tale Marty Reisman. Emerito sconosciuto.  

    E invece… invece che meraviglia! Gran parte del merito va a Timothée Chalamet (figura pure fra i produttori) che nel ruolo del protagonista supera se stesso. Il che non era facile, perché basterebbe pensare a come ha interpretato Bob Dylan. Posso dire la mia? Se quest’anno l’Academy non gli dà l’Oscar, è da denuncia penale.

    Ma torniamo al film: cosa abbiamo in tavola? Un giovane uomo di grande talento, brillante e spregiudicato, qualunque cosa faccia, dovunque si trovi. Uno che con velocità sorprendente pensa, cambia, trova una scappatoia. Si chiama Marty Mauser, ma preferisce essere conosciuto come Marty Supreme, ha un faccino vispo, due baffetti e gli occhialini, lavora nel negozio di scarpe di uno zio e potrebbe vendere stufette elettriche nel deserto del Sarah. Seduce istintivamente chiunque incontri e non solo le donne. Perché è intelligente, ironico e autoironico, creativo e soprattutto molto sveglio.

    Non ha un soldo, in compenso ha molti talenti. Uno su tutti, quello che più gli appartiene, è l’abilità incredibile con cui gioca a ping pong. Non ha rivali quando fa schizzare la pallina da un lato all’altro del tavolo, muovendosi con la stessa fluidità di un cartone animato, parando tiri impossibili, rilanciando palle che nessuno può riuscire a colpire. Gioca dove capita, in fumosi scantinati, in gare più blasonate e sogna i campionati mondiali, perché è sicuro di poter battere l’imbattibile star giapponese. L’avversario del destino si chiama Koto Endo. La sordità che lo ha colpito dopo la guerra, gli ha dato in cambio una capacità di concentrazione suprema.

    Marty attraversa il film di corsa e l’abbrivio è così potente da contagiare lo spettatore che non riesce a fermarsi neppure dopo la fine del film e ha l’impressione di agitarsi come Marty. Le avventure in cui si imbatte il nostro eroe sono picaresche e rocambolesche, debitrici di cento romanzi d’avventura e memori di tanti film. Si pensa a Helzapoppin, ai film dei fratelli Marx, a Tutto in una notte, di John Landis, a certi personaggi dei fratelli Coen e persino ai Blues Brothers.

    Marty ha fame di vita e pretende come fossero un diritto il successo e la felicità. Convinto di meritarseli, li insegue senza freni e senza sosta, con una amoralità guascona e senza altro dio al di fuori di se stesso. Eppure non lo condanni, anche perché non te ne lascia il tempo. In fondo pensi che non potrebbe comportarsi in altro modo. Perché se ne fa carico la vita stessa a prendersela con lui, a umiliarlo, a costringerlo a prove sempre più esasperate.

    La sua famiglia è scombinata, la ragazza malmaritata che mette incinta è una delizia (come l’attrice,  Odessa A’zion, una scoperta) ma gli procura solo guai,  un vecchio gangster (grandissimo Abel Ferrara che lo interpreta) alla ricerca del cane perduto ha il grilletto facile, il miliardario Rockwell che potrebbe finanziargli il viaggio a Tokyo per i campionati mondiali di ping pong è più squalo di lui, l’attrice matura con cui va a letto di tanto in tanto e che potrebbe tornargli utile, in realtà sfrutta solo la sua giovinezza, gli amici sono anche simpatici ma vanno e vengono.

    Così Marty corre, gioca, salta, schiva proiettili, amoreggia con ardore in hotel di lusso ma anche sul prato di Central Park e nel retrobottega del negozio di scarpe, anche se al centro delle sue ossessioni rimane il tavolo da ping pong.

    Così fa slalom fra gli ostacoli, come un eroe greco che deve superare tutte le prove prima di vincere, e nella struttura il film rispetta schemi tradizionali, anche molto classici e fa di Marty una sintesi di tanti protagonisti della letteratura d’avventura americana, i pionieri che ce l’hanno fatta da soli.  Stravolti invece tutti i codici stilistici per una forma visiva tutta nuova, contemporanea, funambolica.

    Marty gioca, facendo schizzare la pallina come impazzita di fronte a un pubblico indiavolato. Vuole farcela, vuole arrivare, vuole vincere, forse vuole anche essere amato ma non potendo mai fermarsi, travolto come i Blues Brothers da mille contrattempi, non ha il tempo di capire esattamente quello che desidera. O cosa davvero lo renda felice.

    Anche lo spettatore è travolto dagli eventi, dalle fughe, dai salti acrobatici, dalle palline che piroettano veloci e soprattutto è calamitato dalla macchina da presa di una regia magistrale, adrenalinica, grandiosa. Il regista non abbandona mai il suo eroe, gli cuce addosso la macchina a mano, lo insegue, lo inquadra, lo rincorre e porta lo spettatore dentro a ogni inquadratura.

    Appunto, il cinema di domani, il cinema che si gusta appieno solo nelle sale. Un cinema vulcanico, fremente e con attori che si buttano nel fuoco senza rete. Allora, Academy, che si fa?

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    Erica Arosio

    Erica Arosio, milanese, una laurea in filosofia, giornalista, scrittrice, critico cinematografico, è mamma di due figli meravigliosi, Mimosa e Leone. è stata a lungo responsabile delle sezioni cultura e spettacolo del settimanale «Gioia» e ha curato per vari anni la rubrica cinema di «Radio Popolare». Autrice di una biografia su Marilyn (1989 Multiplo, poi 2013 Feltrinelli Real cinema, in cofanetto con il dvd «Love, Marilyn»), ha collaborato a varie testate, fra cui «la Repubblica» e «Il Giorno». Nel 2012 esce il suo primo romanzo, “L’uomo sbagliato” (La Tartaruga, poi Baldini & Castoldi, 2014). Con Giorgio Maimone scrive una serie di gialli ambientati nella Milano degli anni 50 e 60: “Vertigine” (Baldini & Castoldi, 2013), “Non mi dire chi sei”, “Cinemascope” , “Juke-box” e il racconto “Autarchia” nell’antologia “Ritratto dell’investigatore da piccolo” (tutti per Tea), “Macerie” (2022, Mursia), “Mannequin” (2023, Mursia) Sempre con Giorgio Maimone ha scritto “L’Amour Gourmet” (Mondadori, 2014), un romanzo sentimentale ambientato nella Milano degli anni Ottanta, il mémoire sul ’68 “A rincorrere il vento” (2018, Morellini) e i gialli ambientati in Liguria “Delitti all’ombra dell’ultimo sole” (2020, Frilli) e “La lista di Adele” (2021, Frilli). A gennaio 2024 è uscita l’audioserie originale Faccia d’angelo, storia di Felice Maniero e della mala del Brenta, disponibile sulle principali piattaforme. E’ autrice di ”Carne e nuvole” (Morellini, 2018) una raccolta di 101 racconti brevi e della favola ”La bambina che dipingeva le foglie” (Albe edizioni, 2019). Ha pubblicato diversi racconti in antologie collettive ed è fra gli autori in Delitti di lago 3, 4 e 5 (Morellini editore).

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