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    Home»Costume e società»Cultura»teatro»I corpi di Elizabeth
    teatro

    I corpi di Elizabeth

    Erica ArosioBy Erica Arosio19/01/2026Updated:20/01/2026Nessun commento4 Mins Read
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    di  Ella Hickson

    Traduzione Monica Capuani

    Regia Cristina Crippa e Elio De Capitani

    Con Elena Russo Arman, Maria Caggianelli Villani, Enzo Curcurù, Cristian Giammarini

    Al Teatro Elfo fino al 15 febbraio. Poi in tournée

    Lo grida e lo rivendica al prudente consigliere: “Perché mai io, Elizabeth, non posso essere chiamata capo ma solo governatore? Mio padre Enrico era un capo e anch’io lo sarò”.

    Il consigliere insiste, pur con tutto il rispetto dovuto a una sovrana. Governatore è un termine più delicato, più consono a una donna. Che è regina, indubbio, ma anche troppo insofferente alle regole e alla tradizione. Non ha neppure voluto sposarsi. Elizabeth, che tenne il trono della monarchia britannica per 44 anni, non cede, perché mai, in nessun momento della sua vita, si è sentita inferiore a qualcuno, tanto meno a un uomo. Sa lei quel che vuole fare. Quello che bisogna fare.

    E ha ragione, perché il suo regno è stato uno dei più felici della storia, battezzando anche un’epoca: l’età elisabettiana.

    Il passato è stato ingrato, fin da quando a 3 anni ha perso la madre Anna Bolena, giustiziata dal padre. Erano cose che succedevano allora (anche oggi, peraltro) e i nobili dovevano imparare da subito a sbrogliarsela e sopravvivere.

    Sono tante le frasi, innumerevoli gli aneddoti che si susseguono componendo la biografia poliedrica, i molti corpi di Elisabetta prima. La lingua è modernissima (che bella la traduzione di Monica Capuani), il tagliente testo di Ella Hickson è l’ultimo dei molti selezionati nella drammaturgia inglese contemporanea con cui si è confrontata nel corso degli anni la Compagnia del Teatro dell’Elfo.

    Elisabetta prima, sovrana d’Inghilterra dal 17 novembre 1558 fino al 24 marzo 1603, giorno della sua morte sale al trono giovanissima, a 25 anni, donna protestante dopo la morte della sorella cattolica.

    E con piglio inscalfibile affronterà e risolverà i molti intrighi di corte, in quella che fu un’epoca d’oro del Paese.

    Ma tranquilli, nessuna pedanteria nello spettacolo che è invece brillante, luminoso, traboccante di invenzioni teatrali a cominciare dalla moltiplicazione dei “corpi di Elizabeth”. Perché la sovrana è così complessa che non basta una sola prospettiva a  raccontarne la personalità cangiante.

    La vediamo adolescente, con lunghi capelli rossi (e pensiamo a Cate Blanchett nel film del 1998), poi giovane sovrana, infine donna matura, ferma nel governo e passionale nella vita intima. Intorno a lei altre donne, compresa la vivace lavandaia spia, quasi un carattere da commedia dell’arte. Poi gli uomini. Perché la “vergine sovrana” come era stata definita, è una donna ardente, anche se non ha mai ceduto al vincolo del matrimonio.

    La messa in scena in purezza esalta prima di tutto gli straordinari attori, tutti impegnati in più ruoli. Domina Elena Russo, sovrana duttile, orgogliosa, affascina la carnalità quasi alla Marlon Brando di Enzo Curcurù, più spogliato che vestito dagli splendidi costumi. Ecco, i costumi! Ma che lavoro fantastico quello di Ferdinando Bruni che li ha disegnati. Opere d’arte a sé, quadri d’epoca, linee sontuose di pittorica eleganza, tessuti damascati, pizzi, corpetti, ampie gonne, piume di struzzo e poi giacche. Abiti ben delineati che  raccontano epoca e caratteri e contengono nel loro rigore il tumulto di corpi che all’interno vibrano.

    Costumi impregnati di storia eppure al tempo stesso moderni e pop, in sintonia in questo con il testo. I corpetti contengono l’irruenza della sovrana, le giacche morbide spogliano più che vestire gli ardori maschili.

    Ragion di stato e ragioni del cuore in un’amalgama trascinante. Scena spoglia, quasi priva di oggetti e grandi veli di tulle, sipari sovrapposti e ricamati, quasi a suggerire la complessità dell’epoca e del potere.

    E non dimentichiamo che in quegli stessi anni Shakespeare scriveva i suoi capolavori. Il Bardo, nume tutelare seppur mai citato dei corpi di Elizabeth. Ovvero, quando tradizione e modernità riescono a incontrarsi.

    I corpi di Elizabeth

    di Ella Hickson
    traduzione Monica Capuani
    regia Cristina Crippa e Elio De Capitani

    con Elena Russo Arman (Catherine Parr, Mary Tudor, Elizabeth Regina)
    Maria Caggianelli Villani (Elizabeth Principessa, Katherine Grey, lavandaia)
    Enzo Curcurù (Seymour, Dudley)
    Cristian Giammarini (Cecil)

    scene Carlo Sala
    costumi Ferdinando Bruni

    luci Giacomo Marettelli Priorelli
    suono Gianfranco Turco

    assistente alla regia Alessandro Frigerio
    assistente alla regia stagista Giorgia Bolognani
    assistente scenografa Roberta Monopoli
    aiuti Elisa Gelmi e Camilla Longoni (stagista)
    assistente ai costumi Elena Rossi

    capo macchinista Giancarlo Centola
    macchinista costruttore Tommaso Serra
    sarte Ortensia Mazzei, Elena Rossi e Ilaria Strozzi
    sarte stagiste Fiamma Teoldi, Giulia Lucato, Grazia Ieva
    elettricista Gianluigi Guarino

    scenografie e costumi realizzati dai laboratori del Teatro dell’Elfo
    si ringrazia Carlo Belgir per il dono delle stoffe dei costumi dello spettacolo

    foto Laila Pozzo

    coproduzione Teatro dell’Elfo, Teatro Stabile del Veneto
    con il contributo di Next – Laboratorio delle idee per la produzione e distribuzione dello spettacolo dal vivo

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    Erica Arosio

    Erica Arosio, milanese, una laurea in filosofia, giornalista, scrittrice, critico cinematografico, è mamma di due figli meravigliosi, Mimosa e Leono. è stata a lungo responsabile delle sezioni cultura e spettacolo del settimanale «Gioia» e ha curato per vari anni la rubrica cinema di «Radio Popolare». Autrice di una biografia su Marilyn (1989 Multiplo, poi 2013 Feltrinelli Real cinema, in cofanetto con il dvd «Love, Marilyn»), ha collaborato a varie testate, fra cui «la Repubblica» e «Il Giorno». Nel 2012 esce il suo primo romanzo, “L’uomo sbagliato” (La Tartaruga, poi Baldini & Castoldi, 2014). Con Giorgio Maimone scrive una serie di gialli ambientati nella Milano degli anni 50 e 60: “Vertigine” (Baldini & Castoldi, 2013), “Non mi dire chi sei”, “Cinemascope” , “Juke-box” e il racconto “Autarchia” nell’antologia “Ritratto dell’investigatore da piccolo” (tutti per Tea), “Macerie” (2022, Mursia), “Mannequin” (2023, Mursia) Sempre con Giorgio Maimone ha scritto “L’Amour Gourmet” (Mondadori, 2014), un romanzo sentimentale ambientato nella Milano degli anni Ottanta, il mémoire sul ’68 “A rincorrere il vento” (2018, Morellini) e i gialli ambientati in Liguria “Delitti all’ombra dell’ultimo sole” (2020, Frilli) e “La lista di Adele” (2021, Frilli). A gennaio 2024 è uscita l’audioserie originale Faccia d’angelo, storia di Felice Maniero e della mala del Brenta, disponibile sulle principali piattaforme. E’ autrice di ”Carne e nuvole” (Morellini, 2018) una raccolta di 101 racconti brevi e della favola ”La bambina che dipingeva le foglie” (Albe edizioni, 2019). Ha pubblicato diversi racconti in antologie collettive ed è fra gli autori in Delitti di lago 3, 4 e 5 (Morellini editore).

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