La villa portoghese è un film stravagante, scritto e diretto dalla spagnola 54enne Avelina Prat ed è una splendida opera che nasconde il thriller sotto il dramma.
Dramma intimista sul ritrovamento di sé dopo l’abbandono della persona amata.
Tante emozioni non dette.
Alfonso Rivera, su Cineuropa, ha definito il film «una favola deliziosa ed enigmatica che ci riconcilia con le sventure dell’umanità», e Javier Ocaña, su El País, lo ha descritto come un «film misterioso dal profondo sapore letterario, sebbene non sia basato su alcun romanzo, senza smettere di essere ottimo cinema».
Interpreti formidabili : Manolo Solo, Maria de Medeiros, Branka Katic, Rita Cabaço, Xavi Mira, Morgan Blasco, Gonçalo Dantas, Rui Morisson, Ivan Barnev, Luísa Cruz, Zia Soares, Kasia Kapcia.
Il film ha guadagnato il Lola Gaos Awards 2025 come Miglior film, Migliore regista ad Avelina Prat, Migliore attore a Manolo Solo, Migliore sceneggiatura ad Avelina Prat, Migliore montaggio a Juliana Montañés, Migliore colonna sonora a Vincent Barrière.
António Mortágua Fernando (Manolo Solo) è un professore di geografia la cui vita viene sconvolta dall’improvvisa scomparsa della moglie: la donna, infatti, lo abbandona senza dargli spiegazioni.
Fernando incontra un certo Manuel che vivacchia facendo lavoretti estivi e invernali; solo che l’uomo gli muore sotto gli occhi e lui, senza pensarci, ne assume l’identità e si ritrova a fare il giardiniere in una sontuosa villa nel nord con un mandorleto, ancora lussureggiante, scosso da una crisi che è prima di tutto di senso e solo dopo personale, l’uomo va in Portogallo e, cogliendo un evento accidentale ma quasi fatale.
Qui viene accolto dalla proprietaria, l’enigmatica Amalia (Maria de Medeiros), e da un paesaggio che sembra accogliere senza giudicare la sua mite persistente irrequietezza.
Quando ha appena fatto pace con la propria perdita, il passato torna ad angosciarlo presentandogli tutti i segni di un ritorno che a questo punto della sua vita forse non ha più importanza.
Manolo Solo, ottimo in un “doppio” ruolo che gioca con le maschere, è l’ideale abitante di questo film misterioso ed elegante, come le malinconie di Maria de Medeiros e Branka Katić, l’una che sorride nella tristezza e l’altra più sfuggente, una sorprendente parabola sulle migrazioni, sull’identità da reinventare e sui contraccolpi del destino, ponderato e affascinante.
Avelina Prat al suo secondo film, in cui La villa portoghese è un lungometraggio che, a dispetto della sua continua eleganza, sembra vivere di continui colpi di scena.
“Bisogna prendersi cura dei fantasmi”, si sente in un momento cruciale di La villa portoghese di Prat che, prima di diventare affidabile script supervisor e regista, ha studiato architettura.
Dettaglio non ininfluente in un film che, sin dal titolo, parla degli spazi, di chi li abita e di quel che contengono e rappresentano. E che sembra inserirsi in una curiosa riflessione collettiva sul tema dell’architettura come dispositivo di senso e strumento di comprensione della realtà.
Eppure anche nel film della già architetta Pratt – regista geometrica, rigorosa, essenziale – c’è uno sguardo sul legame tra i territori e chi li attraversa, siano persone alla deriva o spettri infestanti.
La casa e le cose contengono la storia di donne sparite e uomini spaesati, con il centro della scena occupato da un professore di geografia.
Altro riferimento decisivo: come può perdersi chi studia le mappe e le società, le comunità e gli ambienti, i fenomeni e i sistemi? Ma è la vita a disorientarlo.
Compresso tra un inizio/fine di penetranti riflessioni sulla crisi di un uomo comune e intellettualmente quadrato – la volontà in un corso per universitari di educare i suoi studenti alla superiorità morale del viaggio per mappe disegnate piuttosto che per comodi voli low-cost – ed una parte centrale ingolfata sulla “geofania” della tenuta del titolo in cui inscrivere il suo percorso di elaborazione del dolore d’abbandono,
La villa portoghese ha un certo manierismo autoriale.
Nelle sue quasi due ore di durata troviamo, infatti, tutta la sequenza di ingredienti classici che guarda ai maestri (Rohmer, ovviamente, sin dall’ambientazione) con molta riverenza e gusto letterario. Qualche barbaglio di inquietudine alla Pessoa – il gioco finale sulle doppie identità scambiate con l’infermiera Olga – non basta a risollevare la piattezza di vita che purtroppo traspare da personaggi interscambiabili, come la scissione identitaria di Amalia tra Angola e Portogallo.
La sceneggiatura de La quinta de los almendros blancos (La tenuta dei mandorli bianchi) è stata selezionata al MIDPOINT Feature Launch 2023, organizzato dal Midpoint Institute in collabrazione con il Festival internazionale del cinema di Karlovy Vary.
Le riprese si sono svolte a Barcellona e nella tenuta portoghese di Quinta da Aldeia, situata nella settentrionale città di Ponte de Lima.
“La tenuta dei mandorli bianchi” è la proiezione di un viaggio emotivo e di un riposizionamento interiore, La villa portoghese, sul sentirsi spatriati e fuori posto, sui confini politici che determinano le differenze e le distanze, sul dolore dello stare al mondo che si accorda all’incomunicabilità, che fa professione di limpidezza senza negarsi la stratificazione tematica, elegge il silenzio a linguaggio.
«Il luogo come ciò che dà forma a una vita. Il luogo come casa. Il luogo in cui ci si sente a casa, dove si può essere sé stessi. Un luogo dal quale si può smettere di scappare. Un luogo che non ha nulla a che fare con le radici, ma piuttosto con la scoperta» come ha sottolineato la cineasta iberica.
Ci sono molte suggestioni dentro “La villa portoghese”, come il cinema di Wim Wenders o del nostro Fabio Carpi, o i romanzi di Robert Walser, il teatro di Luigi Pirandello; ma niente è esibito con spirito erudito o citazionista, anche se la narrazione è di tono letterario, metaforica e concettuale, di natura poetica, non disturba l’andamento lento che invece, nel finale, pone lo spettatore di fronte a un’intrigante sorpresa.
«Non cerco chi non vuole essere trovato» teorizza il prof Fernando.
Il maggiore pregio di “La villa portoghese” è racchiuso nel clima, quieto e turbato insieme, che circonda l’esistenza dei due personaggi centrali nel corso del tempo e anche di Rodrigo il bambino della governante.
Avelina Prat, sa estrarre il meglio dai suoi interpreti, osservandoli nei loro gesti quotidiani, con sguardo sottilmente indagatorio, per coglierne soprassalti e omissioni, dentro una calma meditazione sui temi dello spaesamento “geografico”, dell’identità perduta e ritrovata altrove.

Adriana Moltedo
Esperta di cinematografia con studi al CSC Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, Ceramista, Giornalista, Curatrice editoriale, esperta di Comunicazione politico-istituzionale per le Pari Opportunità. Scout.
