di Paolo Sorrentino
con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Massimo Venturiello,
nelle sale dal 15 gennaio
Paolo Sorrentino è immune dal panico da pagina bianca e ha più storie da raccontare di quelle che il cinema riesce a produrgli. A pochi mesi dall’uscita del controverso Parthenope, il cineasta napoletano ritorna con un nuovo film, su un registro completamente diverso dal precedente. Un film magnifico: un’opera perfetta.
Mariano De Santis (un gigantesco Toni Servillo) è un Presidente della Repubblica colto nel semestre bianco: dopo sei mesi concluderà il suo mandato e potrà ritirarsi a vita privata. Vedovo, legato al ricordo dell’amata moglie Aurora scomparsa otto anni prima, è un importante giurista, autore di un manuale di diritto penale con più di duemila pagine, definito dagli studenti l’Himalaya K3. Ovvero impossibile da scalare. Al sua fianco la figlia Dorotea (un nome dai potenti echi democristiani), anche lei giurista e braccio destro del padre. La interpreta Anna Ferzetti, finora poco considerata dal cinema, a cui finalmente viene data l’occasione per il suo ruolo migliore: è bravissima e sempre all’altezza nei duetti con Servillo.
Nei sei mesi che lo separano dalla fine del suo incarico, De Santis si divide fra doveri pubblici e nostalgie private, punteggiate di ricordi, rimpianti e dolori.

Ma soprattutto deve decidere su due questioni istituzionali. Apporrà la sua firma sulla legge per l’eutanasia? Concederà le due grazie che giacciono sul suo tavolo, la prima per una donna che ha ucciso il marito di cui subiva da anni le violenze e l’altra a un uomo che ha soppresso la moglie malata di Alzheimer?
Il Presidente è un uomo di impeccabile dirittura morale, amico personale del Papa (nero, con acconciatura rasta che si muove in moto, in perfetto stile Sorrentino), è convinto che temporeggiare, riflettere, fare affidamento alle leggi e al suo personale, collaudato codice morale lo porterà alle giuste decisioni.

Apporta così continue correzioni alla legge sull’eutanasia, esasperando la povera Dorotea, è alle prese coi dubbi sulle grazie, mentre il ricordo della moglie è struggente e insidiato dal tradimento di 40 anni prima e ancora De Sanctis si interroga sull’identità del rivale. Su tutto poi incombe la percezione del tempo che passa, la malinconia e la paura di sbagliare..
Cemento armato è il soprannome con cui i più prossimi lo conoscono, ma De Santis lo scopre per ultimo, proprio nel momento in cui il suo essere inscalfibile comincia a sfaldarsi.
Forse ha solo bisogno di un po’ di leggerezza, di un’assenza di gravità come sembra suggerire la scena in cui vediamo un astronauta, un ingegnere italiano che dovrebbe parlare con De Sanctis, nella sua navicella spaziale in orbita nello spazio. All’uomo, che non sa di essere ripreso e visto dal Presidente, scende una lacrima e la goccia liquida volteggia nel vuoto fino a dissolversi. Sulla Terra però la gravità c’è e i dolori restano ancorati alla pelle.

Ogni personaggio secondario è tratteggiato con cura e amore, a cominciare dalla vecchia compagna di liceo diventata un importante critico d’arte e che, vista la lunga conoscenza, può parlare senza censure al Presidente, con la spregiudicatezza e la libertà tipiche delle amicizie scolastiche e a lei si devono alcune battute memorabili.
Quando Sorrentino lascia da parte l’autocompiacimento, i virtuosismi e gli eccessi, ritrova la mano del grande regista e, come per miracolo, o per “grazia”, sa regalarci un film indimenticabile. Gli ambienti austeri, gran parte della vicenda ha come sfondo i palazzi istituzionali, i grandi spazi e i grandi vuoti contribuiscono a creare una sensazione di fredda razionalità, scossa però da potenti emozioni trattenute eppure percepibili. Domina, costante, la presenza dell’amore perduto e ci sono, forti ma espressi con pudore, il rispetto e l’affetto di tutti i collaboratori per l’uomo perbene che è il Presidente.

Le scene sono secche, come chiuse in se stesse, tessere di un puzzle volte a comporre una storia, che si interroga su temi giganteschi per un film dal forte spessore politico. Anzi, etico.
La grazia ci parla della condizione umana nella cornice di un cinema etico e sobrio con interpreti in stato di grazia. Come tutto il film. Se pensate che richiami altre due opere di Sorrentino con uomini politici, Il divo su Andreotti e Loro su Berlusconi, vi sbagliate. La grazia è lontanissima sia dal grottesco del primo che dalla lettura realistica e un po’ trash del secondo. Qui siamo al cospetto di un film affilato, asciutto, elegante, dove tutto il superfluo è stato limato.
La potenza della storia è quella di far passare i dilemmi da piano politico a quello morale, o semplicemente, umano. Lo spettatore si rivolgerà la stessa domanda che la figlia Dorotea fa al padre: Di chi sono i nostri giorni?

Un’ultima osservazione su Toni Servillo che dà una prova eccezionale, ancora più del solito. Basta solo una scena. Quella in cui il Presidente incontra la direttrice di Vogue, donna bellissima, per un’intervista. La conversazione si conclude con una frase della giornalista che sembra un invito erotico. La macchina da presa si sposta allora sul volto di Servillo che solo col cambio della luce negli occhi riesce a esprimere in una manciata di istanti: sorpresa, gratificazione, esitazione, eccitazione. Per poi scegliere la sospensione. Solo un grande attore ne è capace.
Grati alla grazia, che si distende davanti allo spettatore in tutti i suoi significati: la gentilezza garbata dei modi, l’eleganza, la grazia nell’accezione giuridica, infine la grazia come redenzione e riconoscenza. O anche una grazia che altro non è che la bellezza del dubbio, perché trovare risposte forse è impossibile.
Sono film come questi da mandare agli Oscar, non opere inconsistenti, certo carine ma così poco universali, come Vermiglio o Familia.
