Se, come me, ascoltando le storie sulla gentrificazione provate un misto di frustrazione, impotenza, confusione, indignazione, rabbia ed empatia, questo libro fa al caso vostro. Si chiama “La gentrificazione è inevitabile e altre bugie”, di Leslie Kern (professoressa associata di Geografia e Ambiente e l’autrice anche del bel saggio La città femminista – La lotta per lo spazio in un mondo disegnato dagli uomini), Treccani edizioni.
Fino a non molto tempo fa, “gentrificazione” era un termine di settore raramente impiegato al di fuori dei dibattiti accademici. Oggi sempre più persone vogliono capire che cosa sta succedendo nei loro quartieri e comprendere il proprio rapporto con questo fenomeno. Ma proprio quando pensiamo di avere capito tutto, la gentrificazione sembra manifestarsi in un modo nuovo e spaventoso. Questo libro pone le basi per comprendere il passato della gentrificazione, ma soprattutto delinea un quadro di riferimento per capire come, dove e perché oggi si verifica la gentrificazione.
È un libro che approfondisce spinose questioni di responsabilizzazione, responsabilità e potere. Dà inoltre risalto ad aspetti che spesso rimangono in secondo piano nel dibattito sulla gentrificazione, come l’etnicità, il colonialismo, il genere e la sessualità. Soprattutto, però, ci ricorda che esistono molti esempi di resistenza efficace alla gentrificazione. Qualunque sia la vostra posizione rispetto a questo fenomeno, esistono dei modi per agire subito in maniera solidale con queste battaglie.
Ogni capitolo propone un modo diverso di vedere e interpretare la gentrificazione (attraverso le categorie soldi, classe, cultura, di allontanamento fisico, di metafora): racconti differenti, per così dire che offrono punti di vista parziali su un tema delicato. Si analizza che cosa rivelano o nascondono queste storie, che cosa includono o escludono, che cosa affrontano o ignorano. L’autrice ritiene che i racconti siano importanti: inquadrano il nostro modo di percepire il passato e il presente, influenzano la nostra capacità di essere empatici verso gli altri e, soprattutto, determinano lo spettro di potenziali risultati che desideriamo e immaginiamo.
Mi interessa soprattutto capire se i racconti della gentrificazione da noi elaborati ci permettono di immaginare una città, o anche solo di concepirne la possibilità, in cui la gentrificazione non sia ritenuta inesorabile.
Così scrive Leslie Kern, professoressa associata di Geografia e Ambiente e direttrice del Programma di Studi sulle donne e sul genere presso la Mount Allison University in Canada:
“Alla fine degli anni Novanta vivevo e lavoravo nella parte nord di Londra, poco distante dal quartiere che ha ispirato il termine “gentrificazione”, Islington nord di Londra, poco distante, pur senza saperlo (…), era pieno di case a schiera in stile georgiano, con una vivace strada principale fiancheggiata da negozi, pub gremiti di tifosi dell’Arsenal e numerosi bar e ristoranti. Le case popolari e il carcere di Pentonville erano parte integrante di quello che a me sembrava un tipico quartiere della zona settentrionale di Londra.
All’epoca non solo non avevo mai sentito parlare di gentrificazione, ma non avevo nemmeno idea che in passato Islington fosse stato un ‘area sovraffollata, insalubre e povera. A metà dell’Ottocento, molti abitanti disagiati del centro di Londra furono costretti a trasferirsi a causa di imponenti progetti di costruzione di opere pubbliche, come la metropolitana.
Spinti a nord, si accalcarono nei piccoli appartamenti di Islington. in quelle che un tempo erano state case borghesi e alla moda. Un secolo dopo la zona era ormai afflitta da una profonda povertà. In seguito ai bombardamenti nemici subiti durante la seconda guerra mondiale, molte case a schiera danneggiate furono sostituite da complessi di edilizia popolare che garantirono un certo cambiamento delle condizioni di vita. Le restanti case in stile georgiano, un po’ malandate ma solide abbastanza da sopravvivere alla guerra, verso gli anni Sessanta iniziarono ad attrarre gradualmente inquilini della classe media”.
La sociologa Ruth Glass notò questo lento afflusso di famiglie di medio reddito che si trasferivano in malconci e modesti villini ed ex scuderie convertite in abitazioni. A poco a poco gli abitanti ristrutturavano e rimodernavano le case a schiera decadenti lavorandoci in prima persona. Col tempo, il valore delle abitazioni aumentò in maniera considerevole. Nel 1964 Glass coniò il termine “gentrificazione” (gentrification) per definire questo cambiamento economico e demografico. La parola stessa evidenzia quella che Glass considerava l’aspetto più importante del processo di cambiamento di classe sociale. La gentry stava progressivamente trasformando il quartiere a propria immagine, per adattarlo ai propri gusti e alle proprie preferenze.
Fin dall’inizio, Glass ha individuato nel displacement, nell’allontanamento degli abitanti originari, una caratteristica distintiva, per quanto spesso dibattuta, della gentrificazione. Per dirla con le sue parole: <Una volta cominciato in un determinato quartiere, questo processo di “gentrificazione” avanza rapidamente fino a quando non sono stati allontanati tutti o quasi gli abitanti originari della classe lavoratrice, e l’intero tessuto sociale del quartiere ne risulta modificato> . Glass ha definito questo processo “invasione”, osservando come in passato avesse già trasformato diverse parti di Notting Hill, nella zona occidentale di Londra, in cui viveva una folta comunità di immigrati caraibici appartenente alla classe lavoratrice. L’importanza del displacement e l’idea che “l’intero tessuto sociale” di un quartiere possa essere trasformato sono ancora uno snodo centrale del discorso sulla gentrificazione.
Probabilmente i membri delle classi medio-alte hanno sempre occupato e rimodellato Io spazio in modo da adattarlo ai loro bisogni e desideri. L’aspetto interessante era che a Islington tutto questo avvenisse in una zona densamente popolata, urbanizzata e proletaria dove, secondo Glass, lo status sociale degli alloggi era inversamente proporzionale al loro valore e alle loro dimensioni. In altre parole, lo status era alto, mentre il valore era basso e le dimensioni erano ridotte.
Questi abitanti della classe media non si trasferivano fuori città né cercavano alloggi più grandi e più nuovi. Ạl contrario. restavano o tornavano in città per cercare qualcosa di diverso dagli spazi moderni e dalla quiete delle periferie. Che cosa cercassero di preciso è ancora da stabilire. Ma rispetto ad altre tendenze, come la suburbanizzazione, la gentrificazione sembrava alimentata da un diverso corredo di speranze e di paure.
A quel tempo l’allontanamento dai quartieri urbani della classe lavoratrice, degli immigrati e delle comunità razzializzate non era certo una novità in Inghilterra, né in molti altri Paesi. Vari governi avevano inserito aree degradate, o slum, in progetti di riqualificazione urbana destinati a rimuovere le comunità per poi convertire gli spazi ad altri usi, come autostrade e centri commerciali, oppure sostituirle interamente con comunità diverse. A differenza della riqualificazione urbana, però il processo di gentrificazione – quanto meno quello osservato da Glass all’epoca- non era una iniziativa imposta dall’alto e finanziata dallo Stato, né comportava la demolizione di quartieri esistenti.
Si trattava invece di persone bianche della classe media che a poco a poco si insediavano di loro spontanea volontà in aree apparentemente poco desiderabili e apportavano graduali cambiamenti all’ambiente fisico attraverso ristrutturazioni e interventi sul verde. Anche se, come vedremo esiste un indubbio legame tra la riqualificazione urbana e la gentrificazione, quest’ultima sembrava un fenomeno così diverso da meritare una denominazione specifica.
Dal 1964 a oggi, però, la gentrificazione come la intendeva Glass ha preso forme e direzioni differenti. In alcuni casi, quelli che oggi vengono considerati processi di gentrificazione non ricordano affatto lo scenario osservato decenni fa a Islington.
Non c`è più la gentrificazione di una volta
“Alla fine del 1999, dopo aver abitato per circa un anno a Londra, tornai a vivere a Toronto in compagnia di una personcina a bordo di un passeggino. Riuscire a destreggiarsi nelle strade trafficate di una città è già abbastanza difficile, ma io in più mi ritrovavo imbottigliata in anguste strettoie create dai cantieri che fagocitavano i marciapiedi di tutto il centro. Con il passeggino facevo lo slalom tra i cavalletti pubblicitari che annunciavano l’imminente arrivo di una lussuosa torre-condominio, destinata a diventare <il non plus ultra dell’abitare moderno>. Ero infastidita ma anche affascinata, lo ammetto, da questa smania di costruire che per un certo periodo aveva fatto della mia città la capitale mondiale delle gru.
Anche se non sapevo ancora niente di gentrificazione, non ci voleva un esperto di urbanistica per intuire chi fossero i potenziali inquilini di quei condomini. In fondo, mi capitava almeno una volta per ogni isolato di dover aggirare con il mio passeggino i loro volti sorridenti giovani e bianchi avevano i volti chi evidentemente non si faceva problemi a pagare centinaia di migliaia di dollari per vivere in monolocali sospesi nel cielo sopra a una superstrada. Mi ci sono voluti un paio d’anni per acquisire le conoscenze necessarie a capire da sola quale fosse il collegamento, eppure c’era qualcosa che legava le casette colorate di Islington e quei giganti di acciaio e vetro che troneggiavano sulla mia città
Esiste ancora il processo di gentrificazione descritto da Glass, quello che avanza casa per casa, ma è stato eclissato da molti altri tipi di cambiamento che producono una totale trasformazione sociale. Tali cambiamenti non riguardano solo le prassi di acquisto degli immobili da parte delle singole famiglie, e nemmeno il settore residenziale nel suo complesso. Sono più grandi, più veloci e forse più pericolosi. Del resto, l’arrivo di dieci torri condominiali con trecento unità abitative in un quartiere somiglia più all’impatto di un asteroide, se confrontato con il lento cambiamento climatico generato da qualche famiglia che a poco a poco ristruttura il vecchio patrimonio immobiliare di un semplice proprietario di casa della classe media.
La gentrificazione è promossa da forze molto più potenti di un semplice proprietario della classe media: amministrazioni cittadine, promotori immobiliari, investitori, speculatori e remote piattaforme digitali che creano nuovi modi per trarre profitto dallo spazio urbano. La gentrificazione all’antica, quella degli anni Sessanta, sembra quasi pittoresca in confronto alla valanga di processi che si abbatte ormai sui nostri quartieri”.
I simboli di gentrificazione osservabili oggi sono diversi da quelli individuati da Glass nel 1964.
Le cassette di sicurezza portachiavi allineate sulle ringhiere all’esterno dei palazzi per esempio, segnalano la probabile presenza di unità abitative affittate per brevi periodi. I| rumore dei trolley trascinati sull’acciottolato è un indizio sonoro della gentrificazione legata al turismo: un segnale di cambiamento piuttosto fastidioso secondo gli abitanti di uno storico quartiere di Amsterdam”. I vecchi edifici industriali non sono più indicatori di declino urbano ma residenze alla moda che attirano le persone più disparate, dagli artisti ai broker. Perfino i complessi di edilizia popolare sottoposti a interventi di miglioria possono essere avvisaglie di gentrificazione, dato che queste “rigenerazioni” prevedono di solito la realizzazione di unità immobiliari a prezzi di mercato, troppo costose per i potenziali beneficiari di alloggi popolari.
Se ne deduce che oggi la gentrificazione può assumere molte forme diverse. Non basta analizzare le scelte dei singoli acquirenti delle abitazioni, sebbene la questione dei gusti e delle preferenze della classe media rimanga comunque rilevante. Appare ora più urgente concentrarsi sul ruolo sempre più attivo dei governi e delle grandi aziende nel promuovere e sfruttare economicamente la gentrificazione. Oggi le amministrazioni cittadine incoraggiano deliberatamente il reinvestimento delle classi medio-alte e persino degli investitori nelle città, promuovendo allo stesso tempo politiche che spianano la strada a determinati tipi di sviluppo immobiliare e commerciale.
Alcuni ingredienti della ricetta sono così prevedibili che si possono ritrovare nelle città più disparate, da San Francisco a Shanghai. Dai progetti di riqualificazione delle aree lungo la costa a quelli di pedonalizzazione delle vie dello shopping, dalle nuove aree verdi ai progetti artistici e culturali, varie città adottano piani estremamente simili nella speranza di offrire nuove attrattive capaci di richiamare persone con la giusta combinazione di risorse finanziarie e culturali.
Non tutti questi provvedimenti possono essere ritenuti veri e propri esempi di gentrificazione, ma spesso rientrano in una serie di iniziative e trasformazioni dello spazio urbano volte a rilanciare le città e i quartieri sul mercato, a favore di una nuova fascia demografica serie di iniziative e trasformazioni dello spazio urbano volt nuova fascia demografica.
Allo stesso tempo, le amministrazioni locali hanno trovato il modo di collaborare con il settore privato per accelerare il cambiamento, sia nel centro delle città sia altrove.
Possiamo citare per esempio gli incentivi per i promotori immobiliari come le agevolazioni fiscali che incoraggiano la realizzazione di enormi progetti di sviluppo residenziale, o le concessioni rilasciate ad aziende private che in cambio del rinnovamento” di alloggi popolari fatiscenti ottengono una quota di nuove abitazioni da immettere sul mercato immobiliare. In alcuni casi è lo Stato stesso a intraprendere progetti di riqualificazione urbana che volutamente disperdono le fasce disagiate e distruggono gli insediamenti informali per fare spazio a immobili che attireranno ricchi investitori e una nuova classe media.
Considerando l’ampio repertorio di strategie adottate da potenti artefici della gentrificazione, è ancora corretto utilizzare questo termine?
Già nel 1984, ricercatrici quali Damari Rose temevano che fosse diventato un <concetto caotico> così esteso nell’impiego rispetto alla sua definizione originaria da aver perso significato. Purtroppo le parole alternative emerse nell’ambito della pianificazione e del discorso politico sono concepite in modo da occultare il displacement e le gerarchie di potere.
Riqualificazione, riurbanizzazione, rivitalizzazione, recupero e rigenerazione rientrano nel vocabolario prediletto da urbanisti, politici, promotori agenti immobiliari, erogatori di mutui e altri operatori che promuovono interventi di grandi dimensioni, sotto la guida delle amministrazioni cittadine e dei promotori immobiliari, volti a innescare un reinvestimento (altra parola con la “r”). Tutti questi nomi servono ad aggirare la spinosa questione del cambiamento di classe a cui fa invece riferimento il termine creativo coniato da Glass. Se vogliamo poter parlare di ingiustizia quando parliamo di gentrificazione, forse per il momento è meglio tenerci stretta questa parola.
Quale può essere quindi la risposta alla gentrificazione secondo Leslie Kern? Un approccio e un’analisi femminista ovviamente.
La gentrificazione è sempre stata una questione femminista. Eppure il punto di vista femminista è rimasto per lo più marginale rispetto alle narrazioni dominanti sulla gentrificazione e sulle possibili contromisure da adottare. Allo stesso tempo, alcune donne traggono sicuramente benefici dalla gentrificazione, il che alimenta la falsa convinzione che questo processo sia vantaggioso per le donne, Come ci ricordano Morgan Bassichis, Alexan der Lee e Dean Spade, non c’è liberazione nell’accettare benefici e diritti che calpestano le fasce più emarginate.
In Femminismo interrotto, Lola Olufemi illustra i pericoli di un femminismo bianco e liberale che definisca il successo delle donne come la capacità di esercitare lo stesso tipo di potere degli uomini basato sullo sfruttamento: <Un femminismo che rincorre il potere anziché metterlo in discussione non è interessato alla giustizia>. Consolidare il potere economico, culturale e sociale attraverso la gentrificazione non è <lavoro rivoluzionario>, che consiste invece nel non lasciare indietro nessuna e nel non trascurare alcun tipo di sfruttamento. Da dove può partire allora una politica antigentrificazione femminista?
La concezione femminista nera dell’ intersezionalità è fondamentale per comprendere l’azione simultanea di diversi sistemi di potere, tra cui quelli che alimentano la gentrificazione. Questo approccio può condurci oltre la narrazione stantia e parziale secondo cui “la gentrificazione è un processo classista”, e può farlo non eliminando la componente di classe, ma elaborando una visione più ampia della classe sociale, che è sempre in relazione con l’etnia, il genere, la sessualità, il colonialismo e altri rapporti di forza. Una politica antigentrificazione intersezionale non antepone un sistema problematico a un altro, ma offre piuttosto una specifica analisi contestuale delle forze che alimentano la gentrificazione e il displacement e dei diversi effetti di questi processi su ogni gruppo.
Adottare un approccio queer per raccontare la gentrificazione e contrastarne gli effetti nocivi. A mio parere, “adottare un approccio queer” non significa soltanto inserire persone e prospettive queer nel racconto, sebbene questo sia comunque necessario: significa anche scegliere una modalità di analisi capace di valutare i sistemi di oppressione tenendo conto delle norme sessuali e di genere che li influenzano.
L’obiettivo è dimostrare il contributo di queste norme al consolidamento dei rapporti di forza. Allo stesso tempo, questo approccio mira a destabilizzare le norme, per esempio mettendo in discussione le dicotomie, portando alla luce storie differenti e opponendosi alla normalizzazione.
Una lettura queer mette in dubbio i valori normativi che alimentano la gentrificazione: le idee sulla casa e sulla famiglia, il rapporto tra proprietà e accettazione sociale, e requisiti necessari per la liberazione e l’emancipazione. L’approccio queer invita inoltre le politiche antigentrificazione a riconsiderare i propri presupposti normativi, includendo magari la valorizzazione insindacabile delle identità e degli spazi della classe lavoratrice, il concetto di comunità e i fondamenti del diritto alla città.
Oltre a offrire un contributo teorico, le prospettive femministe e queer ispirano anche diversi principi che ritengo fondamentali per una politica antigentrificazione. L’elenco proposto di seguito non è esaustivo e chi mi legge dovrà sentirsi libero di aggiungere le proprie idee. Lasciatemi però esprimere questi concetti, come mero punto di partenza. Una politica antigentrificazione queer femminista riconosce che
Gli ambienti urbani sono importanti per i movimenti di giustizia femminista e queer. Esiste una relazione reciproca tra gli spazi in cui abitiamo e le società che creiamo. Da troppo tempo le città si dimostrano estremamente sessiste, cis-normative ed eterosessiste, rispecchiando e riproducendo le norme sociali. Eppure sono anche sedi importanti per l’attivismo queer e femminista.
La gentrificazione non porta avanti questa causa, sebbene pochi eletti ne traggano profitto. Una politica anti- gentrificazione deve considerare sia i danni causati dalla gentrificazione sia i miglioramenti auspicabili in un’ottica intersezionale. Non serve a nulla difendere il diritto all’abitazione se quella stessa modalità di abitazione non contempla alcuna alternativa alla famiglia nucleare tradizionale, alla disuguaglianza di genere nella ripartizione del lavoro di cura o ai pericoli della violenza domestica.
Gli alloggi e i quartieri devono essere considerati parte integrante di una ‘infrastruttura di cura’.
In genere le abitazioni e i quartieri sono spazi in cui si svolge gran parte del lavoro di cura femminilizzato. La mercificazione di questi spazi attraverso la gentrificazione trascura il valore (economico ed emotivo) di questo lavoro, trasformando i luoghi di cura in sedi di accumulo di ricchezza.
Sebbene le teorie femministe e queer critichino la disparità del carico di lavoro di cura tra i generi, insistono anche sulla sua importanza. Emma Power e Kathleen Mee, ricercatrici in ambito abitativo, sostengono che il lavoro di cura è <intrinsecamente legato al sistema abitativo>, ma raramente lo si considera così. In città il lavoro di cura è soltanto un pensiero a margine, oppure si presume che venga svolto “in modo del tutto naturale” a livello domestico senza grandi sostegni.
Come ha dimostrato la pandemia, i nostri spazi di assistenza privatizzati e individualizzati sono purtroppo inadatti a condividere, collettivizzare e valorizzare la cura. Una politica antigentrificazione deve occuparsi delle lacune generate dalla gentrificazione nelle reti di cura e impegnarsi a gestire meglio gli alloggi affinché favoriscano il prosperare della vita umana e del lavoro di cura domestico.
Infine, la gentrificazione è una forma di violenza che esaspera la violenza già esistente legata al genere e alla sessualità. Grazie all’impegno del femminismo nel corso di molti decenni, la definizione di violenza è stata ampliata fino a includere una serie di azioni ed effetti che non si limitano soltanto al piano fisico.
La perdita della casa, in senso lato, può essere vissuta come un atto di violenza. Anche la paura dell’allontanamento e la precarietà abitativa in generale possono creare o protrarre situazioni di abuso e di pericolo, oppure spingere chi le subisce a vivere per strada o nei centri di accoglienza (in condizioni altrettanto pericolose).
Jane Jacobs riuscì a cogliere qualcosa dello spirito della vita urbana che molti condividevano. Decenni di suburbanizzazione non avevano generato una beatitudine domestica, di certo non per le donne, come spiegò chiaramente Betty Friedan nel 1963 in La mistica della femminilità. Gli enormi progetti di riqualificazione urbana che radevano al suolo i vivaci seppur poveri, quartieri urbani per bonificare gli slum non risolvevano il problema della povertà, anzi accentuavano la segregazione etnica e di classe. Isolato dopo isolato, la cultura delle città veniva demolita e asfaltata, mentre Jacobs rimaneva una voce fuori dal coro che denunciava la perdita di qualcosa di speciale.
Un libro necessario, un omaggio a tante grandi menti femminili del secolo scorso, pioniere di una cultura urbanistica differente. Ne abbiamo bisogno se vogliamo costruire città più a misura di donne, bambini, anziani, persone reali. Oggi, si può pensare e riprogettare senza distruggere appartenenze, storie, equilibri sociali fragili e delicati.
Non ci fermeremo con la nostra immaginazione e le nostre capacità di andare oltre soluzioni preconfezionate e neutre.
