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    Home»Costume e società»Cultura»Film»No Other Choice – Non c’è altra scelta
    Film

    No Other Choice – Non c’è altra scelta

    DolsBy Dols03/01/2026Updated:03/01/2026Nessun commento5 Mins Read
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    Iniziare l’anno 2026 con il capolavoro dello straordinario   regista sudcoreano Park Chan-wook, vuol dire un augurio  al cinema di andare bene tutto l’anno.

    di Adriana Moltedo

    No Other Choice – Non c’è altra scelta, letteralmente “Non posso farci niente”, è un film  diretto, co-prodotto e co-sceneggiato dal grande Park Chan-wook ora 63enne, tratto dal romanzo di Donald E. Westlake, The Ax.

    Chan-wood tra i cineasti più importanti e influenti del cinema coreano, ha ottenuto il successo internazionale con la trilogia della vendetta, composta da Mr. Vendetta (2002), Old Boy (2003) e Lady Vendetta (2005).

    La VENDETTA.

    In qualche maniera di vendetta si tratta anche in No Other Choice.

    Park ha lavorato come critico cinematografico per diverse riviste e giornali, ma il suo desiderio di intraprendere la carriera di regista dopo aver visto La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock durante il liceo, lo spinse a lavorare all’interno dei set cinematografici, diventando così assistente e aiuto-regista dell’amico Kwank Jae-young.

    Licenziato dopo 25 anni di onorato servizio, un uomo si spinge all’omicidio pur di trovare un lavoro in un mercato fin troppo competitivo.

    No Other Choice film commedia-musical-triller, è stato presentato in anteprima all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

    Park in una manciata di inquadrature, contempla proprio l’annichilimento dell’identità da pater familias a cui il protagonista ha delegato tutta la costruzione del Sé.

    All’immagine di apertura del “perfetto” e cristallino quartetto familiare, dai toni apertamente sognanti e favolistici, il cineasta fa seguire senza soluzione di continuità il traumatico licenziamento dell’uomo, su cui piomba il duro peso della nuova realtà.

    L’idea viene da Il cacciatore di teste di Costa Gavras (e qui la moglie e la figlia del regista greco figurano fra le produttrici) e prevedibilmente Park la trasforma in una commedia nera assurda e insieme lucida, cadenzata e caotica, artificiosa, pacchiana e intuitiva, con lettura politica alla Parasite, meno cattiva, forse, ma in conclusione più lucida.

    You Man-soo, interpretato dal magistrale Lee Byung-hun , specialista nella produzione di carta con venticinque anni di esperienza, conduce una vita semplice e serena con la moglie Miri (Son Yejin) e i loro due figli e due cani. Il lavoro è più di una professione, è ciò che dà forma alla sua identità: “ho tutto quello che desidero” può dirsi con orgoglio.

    Ma il conglomerato che ha da poco acquisito la compagnia ha richiesto al dipartimento delle risorse umane di tagliare il 20% della forza lavoro, all’interno della quale rientra anche il protagonista.

    Quando però la sua azienda lo licenzia senza alcun preavviso, la sua vita precipita e rischia di vedere crollare ciò che ha costruito: il mutuo della casa, la serra che cura con passione, le lezioni di ballo con la moglie, perfino il mantenimento dei due golden retriever cui i figli sono legatissimi.

    Nella disperazione, tenta il tutto per tutto presentandosi alla Moon Paper, l’azienda dove è certo di poter dimostrare il suo valore. Convinto di meritare quel lavoro più di chiunque altro, prende una decisione ben precisa: “Se non c’è un posto per me, troverò un modo per farmi spazio da solo.”

     L’uomo, una volta congedato, entra in uno stadio di totale sfasamento, sia perché gli è stata sottratta la sua identità di “salaryman aziendalista”, sia perché da quel momento viene progressivamente abbandonato dalla società, essendo poi costretto ad accettare lavori sottopagati e per nulla in linea con le sue qualifiche.

    Ma dopo diversi mesi di colloqui infruttuosi e umilianti, procede come una lista di persone da eliminare, dunque come passaggi narrativi posti come obiettivi e da rispettare.

    E finalmente trova quell’impiego che gli consentirà di ritornare al suo status sociale e  familiare precedente.

    Per poter “battere” la concorrenza e massimizzare le sue possibilità di assunzione, decide dunque di farsi giustizia da solo, escogitando così dei piani – il più delle volte ridicoli – che lo portino ad eliminare fisicamente i suoi avversari/omologhi.

    Tutto il thriller è un musical ed è già questo un’idea fantastica. La musica la fa da padrona e  la figlia bambina del protagonista, genio del violoncello e pressoché muta, non conosce la propria, di lingua, e ne inventa una per scrivere e comporre musica,  e così il ballo dei due perennemente innamorati.

    Una commedia nera eccentrica.

    In No Other Choice non c’è mai una deriva patologica del male, ma solo l’estasi, in salsa ironica, del gesto sanguinario.

    Park apre il racconto ai linguaggi dell’assurdo, assurti adesso a cassa di risonanza delle storture di una società che accetta come suo fondamento naturale la dispensabilità dell’individuo, e che costringe “letteralmente” i suoi cittadini/vittime ad inquinare il proprio sistema valoriale pur di ottenere un lavoro ed una stabilità socio-finanziaria.

    Park, grazie ad un organico connubio di messinscena virtuosistica e montaggio sincopato, arriva ad innervare le narrazioni di un ritmo quasi stordente.

    Nella sceneggiatura scritta con Lee Kyoung-mi, Jahye Lee e Don McKellar costruisce, anticipa, esegue, sbaglia, ripete, modifica, cambia punto di vista non solo di Mi-sun, ma anche della moglie, dei due figli, delle vittime, dei detective che indagano, duplica i personaggi e li fa confondere l’uno con l’altro, e poi fa altrettanto con la regia, che gioca con le posizioni della macchina da presa, dall’alto, dal basso, a terra e pure sotto e con i contrasti tra luce abbaglio e buio salvezza, e naturalmente anche con la musica, le sovrimpressioni, le dissolvenze, il pulp e il comico, per trasmettere alla sua maniera che da un bel pezzo ha superato la giusta misura del cinema un costante senso di dubbio, frenesia, confusione, incertezza, ma anche di messinscena, falsificazione, contraffazione, specialmente nelle scene più altisonanti e sopra le righe, che sembrerebbero a questo punto estendere lo spartito espressivo di Park ben oltre il suo solito perimetro poetico.

    Park individua nella violenza la chiave per creare un mondo grottesco.

    Travolgente.

    moltedo-film

    Adriana Moltedo

    Esperta di cinematografia con studi al CSC Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, Ceramista, Giornalista, Curatrice editoriale, esperta di Comunicazione politico-istituzionale per le Pari Opportunità. Scout.

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