Carlo Bolli , ccrittore, regista, sceneggiatore, ha collaborato a lungo con la RAI realizzando trasmissioni cult come Odeon, Variety, Immagina, Mr Fantasy. Ha girato film e documentari in vari Paesi del mondo, collaborando con network internazionali come la tv franco-tedesca Arte. Ha insegnato Tecnica del linguaggio cinematografico all’Università di Perugia. Ha pubblicato Un minuto oltre il futuro (2016), Speriamo d’andà da Fazio (2018), Contessa (2018)
Di recente ha scritto il romanzo I padri scarseggiano sempre per il quale è stato da me intervistato
“Ricky è un giovane quarantenne, bello, colto, borghese, beffardamente avverso all’ambiente sociale a cui sente di appartenere e illusoriamente libero da legami romantici. A spezzare l’elegante e artificioso equilibrio di una vita profusa in rancore per un’infanzia priva di affetti e in erudite e sterili riflessioni sulla contemporaneità è l’incontro con Irene, un’incantevole creatrice di profumi. Una passione intensa che lo apre alla vita, alla parte migliore di sé, che lo libera e lo porta nel mondo, all’impegno di un lavoro, all’incontro con la realtà quotidiana della gente comune.
Ma il demone nevrotico è sempre in agguato e quando Irene gli comunica di aspettare un bambino Ricky fugge. Una fuga codarda, crudele e dissennata in cui il dolore del distacco da Irene e il cinico terrore di diventare padre gli impediscono di affrontare quel caos di paura e inerzia che aveva dominato la sua vita. Come scriveva Nietzsche la paura è la porta che ci chiude all’interno del castello della mediocrità.”
Perché hai scritto questo libro? Da dove parte l’idea?
Scrivere lo ritengo un obbligo verso me stesso e pertanto lo considero un atto
spontaneo, una forma espressiva naturale. Mi muove sempre un interesse, una curiosità e
questo libro è il frutto di una lunga ricerca sulle generazioni Millenial e Z.
Ho impiegato circa sei anni per scriverlo.
Tra le complesse problematiche emerse, il tema della paternità è uno tra i più profondi e
sentiti, ma anche un tema di cui gli uomini parlano con maggiore difficoltà e spesso in
modo generico e oggettivizzando i motivi della scelta di non avere figli.; la precarietà
lavorativa, la mancanza di progettualità a lungo termine, la carenza di strutture sociali
adeguate alle esigenze delle famiglie sono considerati i maggiori ostacoli alla scelta di
diventare padri. “In questo mondo violento e senza futuro fare dei figli è un crimine; che
vita li aspetterebbe”.
Obiezioni legittime e condivisibili. Ma quello che mi ha colpito e
che mi ha portato a scavare più a fondo su questo tema è che sono proprio i giovani
abbienti quelli meno disponibili alla paternità e approfondendo ancora si scoprono
nevrosi mai digerite, né elaborate.
Da qui prende spunto il racconto del mio libro. Il protagonista è un economista, colto,
benestante e bello. Vive per la prima volta nella sua vita un’intensa passione amorosa, ma
quando la sua compagna gli rivela di essere in attesa, lui fugge. Nella fuga prende forma
il disagio di vivere e la tardiva possibilità di liberarsene.
Pensi che gli uomini abbiano più’ paura della paternità o della responsabilità
che da questo ne deriva?
L’amica psicoanalista che mi ha fornito la consulenza per il libro sostiene la tesi della
responsabilità, ma dalla mia esperienza empirica ho potuto constatare che oltre il, peso
della responsabilità c’è il timore della inadeguatezza; ho percepito, come definirla, che
manchi l’educazione alla genitorialità e questo è un sentimento interclassista e anche se in
minoranza è sentito anche dalle donne.
In Italia si fanno pochi figli? Poco amore o poco desiderio di impegnarsi?
Ti rispondo sempre per quella che è la mia esperienza empirica. Non ho trovato tra i
giovani che ho avvicinato dei filofobici, ovvero persone affette dalla paura irrazionale di
amare, di innamorarsi o impegnarsi in relazioni, però ho constatato quella mancanza di
educazione, come dicevo, all’affettività. Amare è considerato un moto istintivo che
possediamo a prescindere, ma la cronaca smentisce questa considerazione.
Si può vivere senza figli? E quindi senza futuro?
Sono la persona meno indicata a rispondere a questa domanda. Ho tre figli e sono
molto felice di questa mia scelta – naturalmente condivisa con mia moglie. Non saprei;
vivere senza figli è una possibilità che non ho mai preso in considerazione. Non è stato
facile, è un percorso a ostacoli che non conosce mai fine, ma è anche un grande processo
di crescita interiore e affettiva che ti costringe a guardare dentro e fuori di te.
In Italia ci sono circa cinque milioni di single tra i 25 e 54 anni che immagino, la gran
parte, non avrà alcun desiderio di paternità. Penso che molte di queste persone non
abbiano alcuna fiducia del futuro e vivono in un costante presente.
Cosa pensi degli “incel”?
Cosa ne puoi pensare. Uomini che odiano le donne. Per l’incel il mondo è una giungla
dove vince il più forte, il più spietato. Homo homini lupus.
«Un mondo malato non può produrre che malessere in chi lo abita» è quello che dice
Irene la protagonista del mio libro.
In molti altri paesi di figli se ne fanno tanti. Ma anche gli immigrati che prima
costituivano un buon serbatoio di prolificità adesso hanno ridotto il numero di
figli. A cosa lo adduci?
Gli immigrati, per una non piccola parte dei nativi, sono vissuti come portatori di
disordine, violenza e delinquenza, pertanto dove è possibile vengono marginalizzati, una
tendenza che dalla fine degli anni ’80 ha avuto un’escalation. Gli immigrati regolari, in
qualche modo integratisi, hanno gli stessi problemi dei nativi: precarietà nel lavoro, affitti
delle case eccessivi, ecc., ecc. Le donne in parte hanno assorbito i modelli culturali
occidentali, pensano di più al lavoro, alla realizzazione personale, alla carriera e senza
supporto familiare e/o sociale avere figli diventa molto complicato. Penso siano queste le
ragioni del calo della natalità.

