di Damiano Michieletto
con Tecla Insolia, Michele Riondino
nelle sale dal 25 dicembre
Impossibile non pensare a Gloria!, di Margherita Vicario, uscito lo scorso anno. Ambientato nell’Ottocento a Venezia, in un decrepito istituto musicale per educande, raccontava la scoperta da parte delle giovani protagoniste del pianoforte e l’affiorare del talento che come la bellezza non è distribuito in modo democratico. Non mancavano invidie, competizione, amori e violenze. Il film aveva il suo punto di forza nello sguardo forte e nell’atmosfera pop e temeraria, che aveva come modello evidente Maria Antonietta di Sofia Coppola.

Nel film di Damiano Michieletto, produzione di grandi investimenti e molto pubblicizzato, l’approccio è tradizionale. Serio. Classico. Se dobbiamo citare dei modelli (modelli, ovvio che poi copiarli è un altro discorso) pensiamo ai grandi film in costume, persino a Barry Lindon di Kubrick. Michieletto, stimato e visionario regista di opere liriche, adatta per lo schermo prendendosi poche libertà il romanzo Stabat mater, di Tiziano Scarpa.
Siamo a Venezia, nel 1700, all’Ospedale della Pietà, un orfanotrofio che accoglie bambine abbandonate che vengono indirizzate alla musica. Le migliori formano un’orchestra che tiene concerti nelle chiese (le ragazze sono nascoste dietro una grata) o accompagnano a piccoli gruppi le ultime ore dei moribondi. Anche al capezzale, le musiciste devono indossare una maschera.

Nessuno può vederle, non tanto per pudore quanto per una strategia precisa. La loro bravura nella musica seduce i giovani nobili veneziani che scelgono fra le orchestrali la donna da sposare. In cambio ovviamente di una cospicua donazione all’Ospedale della pietà.
La più brava delle musiciste, una virtuosa del violino, è Cecilia, ossessionata dall’idea di ritrovare la madre che l’ha abbandonata, a cui scrive lunghe lettere che diventano un diario dei suoi giorni malinconici.
L’arrivo nell’istituto di un nuovo maestro dà una svolta a ogni lezione: è don Antonio Vivaldi, malato, sfortunato e bravissimo. Tiene lezioni alle ragazze, si ritaglia il tempo per comporre le sue Quattro stagioni e sostiene il talento di Cecilia di cui diventa un grande protettore. Un eventuale matrimonio metterebbe fine a ogni ambizione musicale della ragazza.

Questa l’ossatura della vicenda che dichiara fin dalle prime inquadrature il fil rouge della storia: la violenza che sovrintende alla vita e alle scelte delle orfane.
Le ragazze trovano nel chiostro una gattina che ha appena partorito. La priora lo scopre e senza dire una parola chiude i micini in un sacco, ci aggiunge una pietra e lo getta nel canale, ignorando le suppliche delle fanciulle.
Le giovani donne non contano nulla, non godono di nessun diritto, non hanno voce in capitolo. Devono solo lavorare e ubbidire. La loro vita è al servizio dell’istituto che si arricchisce grazie alle generose donazioni: ogni volta che l’orchestra si esibisce nella chiesa, gli spettatori versano un contributo, ogni volta che una giovane donna va in sposa, il futuro marito paga una ricca dote all’Ospedale della Pietà.
La scoperta della musica e della vita procede per Cecilia di pari passo e il fantasma della libertà è sempre più pressante. Sarà possibile per lei liberarsi dal giogo di quella prigione?

Venezia è sempre bellissima da filmare, le scene di massa sono importanti, i costumi sfarzosi, le comparse tantissime. La regia è attenta e misurata, le inquadrature pittoriche e contemplative. La vicenda di Vivaldi, alle prese col sacro fuoco della musica e con la composizione delle sue Stagioni, è una sorpresa (vivrà nell’Ospedale per 40 anni e le sue opere saranno scoperte dopo decenni).
Il talento della giovane, vibrante Cecilia ci porta dalla sua parte. Gli interpreti sono bravi (Michele Riondino è un Vivaldi moderno e un po’ nevrotico) ma forse una messa in scena più fantasiosa e più libera avrebbe giovato a questa storiona tutta italiana e d’altri tempi.
