Dalla PMA all’Africa: la doppia vocazione di Jessica Melluso
Ginecologa specializzata in infertilità di coppia ed ex paziente: Jessica Melluso conosce da vicino il dolore e la speranza della procreazione assistita. Nel suo libro Storie di sopravvivenza per aspiranti madri (Youcanprint) racconta l’esperienza personale e professionale di un percorso che mette alla prova corpo, identità e relazioni. Ne parliamo con lei.
Jessica, quanto ti è costato e quanto ti ha donato metterti a nudo in queste pagine?
Mettermi a nudo non è stato difficile durante la scrittura; lo è stato, piuttosto, al momento della pubblicazione. Spesso un’autobiografia arriva a fine carriera, quando la distanza dal vissuto rende tutto più protetto. Io, invece, ho scelto di raccontare la mia storia mentre sono ancora pienamente immersa nella mia attività professionale. Ed è stato allora che ho esitato, temendo il giudizio degli altri: delle mie pazienti, dei colleghi, di chi avrebbe letto quelle pagine sapendo che parlavano di me.
Poi ho deciso di fare un passo avanti. Mi sono lanciata. Ho capito che esporsi, quando è autentico, non è una debolezza ma una forma di forza. E proprio da quelle paure legate alla pubblicazione sono nati i doni più grandi: le parole, i messaggi, le lettere ricevute da pazienti e colleghi che avevano letto il libro. Sono state carezze sul cuore e la conferma che il messaggio era arrivato esattamente dove speravo: nel cuore delle persone.

Qual è il ruolo e l’impatto del tuo lavoro umanitario in Africa sulla tua vita personale e professionale, e come questa esperienza ha plasmato la tua visione della maternità e del senso della vita?
Ho iniziato a lavorare in Africa nel settembre del 2006, appena due settimane dopo la separazione da Alex. Da allora non ho più smesso. L’Africa mi ha insegnato più di quanto io abbia mai insegnato a lei: ogni volta ridimensiona il mio modo di vivere e di guardare il mondo.
Parto sempre con il cuore colmo di desiderio di aiutare, e torno a casa con la sensazione profonda che sia stato il popolo africano ad aiutare me più di quanto io abbia aiutato loro. Il Burkina Faso, dove ho svolto la maggior parte delle mie missioni, è uno dei Paesi più poveri dell’Africa, eppure lì la parola resilienza non è un concetto astratto, ma una realtà tangibile. Non ho mai visto quella gente lamentarsi: il sorriso è costante, la gratitudine permea ogni istante, ogni gesto, ogni incontro.
Il lavoro umanitario in Africa rappresenta per me molto più di un capitolo parallelo della mia carriera: è una vera e propria scuola di umanità che ha inciso profondamente sia sulla mia identità professionale sia su quella personale.
Dal punto di vista professionale, l’Africa mi ha insegnato l’essenzialità. Lavorare in contesti con risorse limitate mi ha obbligata a spogliarmi del superfluo, a fidarmi dell’osservazione clinica, dell’ascolto, della relazione. Ho imparato che la medicina non è solo tecnologia e protocolli, ma soprattutto presenza, responsabilità e rispetto per la persona che hai davanti. Questa consapevolezza ha reso il mio approccio alla medicina della riproduzione più umano, meno difensivo, più attento ai tempi emotivi delle donne e delle coppie.
Sul piano personale, l’Africa è stata ed è tuttora un luogo di riequilibrio profondo. Ogni missione ha ridimensionato le mie ferite, le mie paure, le mie attese. In un contesto segnato dalla povertà estrema, ho incontrato una ricchezza umana disarmante: dignità, resilienza, capacità di stare nel presente. Questo ha cambiato radicalmente il mio modo di guardare alla vita, spostando il focus dal controllo al senso, dall’accumulo alla gratitudine.
Questa esperienza ha plasmato anche la mia visione della maternità. In Africa ho visto nascere bambini in condizioni durissime, ma circondati da una comunità che li accoglie come dono collettivo. Ho visto donne madri senza nulla e donne senza figli che erano madri per molti. Questo mi ha insegnato che la maternità non coincide solo con la biologia, ma è una forma di relazione, di cura, di responsabilità verso l’altro. Un modo di stare nel mondo.

Quali sono le diverse sfaccettature dell’esperienza maschile rispetto all’infertilità e al percorso di PMA, come descritte attraverso i personaggi maschili di Alex, Giovanni, Riccardo e Simone, e quali sfide uniche affrontano gli uomini in questo contesto?
Nel libro, l’esperienza maschile dell’infertilità e della PMA emerge come un percorso spesso silenzioso, frammentato e poco riconosciuto, raccontato attraverso personaggi maschili diversi, ciascuno portatore di una sfaccettatura specifica.
Alcuni uomini vivono l’infertilità come una ferita identitaria profonda. Quando il problema è maschile, la diagnosi viene percepita come un attacco diretto alla virilità, alla potenza, al ruolo tradizionale di “generatore”. In questi personaggi il dolore si traduce spesso in chiusura emotiva, vergogna, difficoltà a verbalizzare la sofferenza e tendenza a delegare completamente il percorso alla partner, quasi a scomparire dietro il corpo e l’esperienza della donna.
Altri uomini, invece, assumono un ruolo apparentemente forte e razionale: diventano organizzatori, sostenitori pratici, quelli che “tengono insieme” la coppia. Ma questa postura, che li rende affidabili agli occhi degli altri, spesso nasconde un’emotività compressa, non autorizzata a emergere. Il loro dolore non trova spazio, perché sentono di dover essere solidi per due.
C’è poi la sfaccettatura dell’uomo disorientato dalla medicalizzazione della riproduzione. La PMA lo pone in una posizione marginale e talvolta umiliante: esami, stanze di raccolta, linguaggio tecnico, tempi biologici che non controlla. In alcuni personaggi questo genera distanza, ironia difensiva o un senso di estraneità rispetto al processo che porterà – forse – alla paternità.
Una sfida trasversale che gli uomini affrontano è la mancanza di uno spazio narrativo e sociale legittimo per il loro vissuto. L’infertilità è ancora raccontata prevalentemente come esperienza femminile, e questo lascia molti uomini senza parole, senza modelli, senza un lessico emotivo condiviso. Ne derivano solitudine, senso di colpa verso la partner, difficoltà nella comunicazione di coppia e, talvolta, fratture relazionali.
Attraverso questi personaggi, emerge un messaggio chiaro: anche gli uomini vivono lutti, paure e fallimenti nel percorso di PMA, ma lo fanno spesso in silenzio. Riconoscere e dare dignità a questa esperienza non significa sottrarre spazio alle donne, ma rendere il percorso più umano, condiviso e, in ultima analisi, più sostenibile per la coppia.
Le donne che cercano una gravidanza, d’altro canto, possono subire trattamenti ingiusti sul posto di lavoro?
Sì, purtroppo le donne che cercano una gravidanza possono subire — e spesso subiscono — trattamenti ingiusti sul posto di lavoro, anche se questo fenomeno rimane in gran parte sommerso e poco denunciato.
Molte donne che intraprendono un percorso di ricerca di gravidanza, spontanea o tramite PMA, si trovano a dover gestire visite mediche frequenti, esami, terapie ormonali e periodi di forte vulnerabilità emotiva. In ambito lavorativo questo può tradursi in pressioni implicite a “non farsi notare”, a non chiedere permessi o a giustificare continuamente assenze che, in realtà, sono necessarie e legittime.
In alcuni contesti, soprattutto precari o altamente competitivi, la semplice intenzione di diventare madri può trasformarsi in un fattore di discriminazione: mancati rinnovi contrattuali, esclusione da progetti, rallentamenti di carriera, commenti inappropriati o un clima di velata ostilità. Spesso il messaggio non è esplicito, ma passa attraverso atteggiamenti, silenzi o decisioni che fanno sentire la donna “di troppo”.
Un’ulteriore ingiustizia riguarda il carico della segretezza. Molte donne scelgono di non parlare del proprio percorso riproduttivo per paura di essere giudicate poco affidabili o meno produttive. Questo le costringe a vivere un’esperienza già complessa in solitudine, aumentando stress, senso di colpa e isolamento.
Il problema non è solo culturale, ma strutturale: la maternità — e ancor più la sua ricerca — è ancora vista come una variabile privata che interferisce con il lavoro, anziché come una dimensione fisiologica della vita che dovrebbe essere tutelata. Finché il desiderio di un figlio verrà percepito come un rischio professionale, molte donne continueranno a pagare un prezzo ingiusto.
Riconoscere questa realtà è il primo passo per cambiarla: servono tutele più chiare, una cultura del lavoro più inclusiva e, soprattutto, il coraggio di dare dignità anche a ciò che non si vede, come il desiderio di maternità e la fatica che spesso lo accompagna.
Che cosa diresti a quelle donne che spesso si sentono “incomplete” o in colpa per non riuscire a concepire?
Direi loro, prima di tutto, che non c’è nulla di sbagliato in quello che sono.
L’infertilità non è una colpa, né una mancanza, né tantomeno una misura del valore di una donna. È una condizione della vita, non un giudizio sull’identità.
Sentirsi incomplete è una reazione comprensibile in una società che continua a raccontare la maternità come destino e compimento naturale del femminile. Ma una donna non è “intera” perché diventa madre: è intera perché esiste, perché pensa, ama, sceglie, si prende cura, lascia tracce. Il desiderio di un figlio può essere profondo e legittimo, ma non definisce tutto ciò che si è.
Direi anche che il senso di colpa è una trappola crudele. Non avete causato la vostra infertilità con scelte sbagliate, con il lavoro, con lo stress, con l’attesa. Il corpo non è un progetto fallito né un nemico da punire. È un compagno che sta facendo, a volte faticosamente, ciò che può.
E soprattutto direi che non siete sole. Il dolore che provate è condiviso da molte più donne di quanto sembri, anche se spesso resta nascosto dietro sorrisi, silenzi e frasi di circostanza. Dare un nome a quel dolore, parlarne, permettersi di essere fragili non è un segno di debolezza, ma un atto di grande dignità.
Infine, direi questo: qualunque sia l’esito del vostro percorso, la vostra vita ha senso, valore e bellezza. Non perché un giorno potreste diventare madri, ma perché lo siete già — madri di relazioni, di progetti, di cura, di presenza. E nessuna diagnosi potrà mai togliervi questo.
Parallelamente, per concludere, quale parole useresti con quegli uomini che possono vivere l’infertilità come un “attacco alla loro virilità” e provare “ansia da prestazione” nel sesso “a comando”?
Per cosa, direi loro che la virilità non si misura in un referto né in una prestazione.
Essere uomini non significa “funzionare sempre”, né tantomeno riuscire a controllare il corpo come una macchina. L’infertilità non mette in discussione il vostro valore, la vostra forza o la vostra identità: mette in discussione un’aspettativa, non ciò che siete.
Il sesso “a comando”, quando diventa finalizzato solo al risultato, può trasformarsi facilmente in un terreno di ansia da prestazione, di fallimento anticipato, di distanza emotiva. È una reazione comune, comprensibile, ma non è una colpa. Il desiderio non obbedisce agli orari né ai protocolli, e il corpo, sotto pressione, spesso si difende spegnendosi.
Direi loro che è legittimo sentirsi fragili, spaventati, arrabbiati. Che il silenzio, anche se socialmente insegnato agli uomini, non protegge davvero: isola. Parlare, chiedere aiuto, condividere il peso con la partner o con un professionista non vi rende meno uomini, vi rende più presenti.
Ma soprattutto direi questo: la paternità — come la mascolinità — non nasce solo dalla capacità di procreare, ma dalla capacità di esserci. Di sostenere, di restare, di attraversare la fatica insieme. In quel percorso, l’intimità può ritrovare senso quando smette di essere una prova da superare e torna a essere uno spazio di incontro.
Non siete difettosi.
State vivendo una prova. E una prova, per quanto dura, non definisce chi siete.
