di James Vanderbilt
con Russell Crowe, Rami Malek
Tratto dal libro The nazi and the psychiatrist di Jack El-Hai
In anteprima dal 10 dicembre in alcuni cinema e poi in sala dal 18 dicembre

Oggi fatichiamo a rendercene conto, distratti e sovrastati da mille altri eventi. Ma la fine della Seconda Guerra mondiale ha rappresentato uno snodo epocale per il percorso democratico: l’Occidente ha dovuto ridisegnare i propri confini fisici, sociali e culturali, cercando in qualche misura, da qualche parte e in qualche modo, di ricostruire l’innocenza perduta a fronte dei milioni di morti e dei cumuli di macerie materiali e emotive.

Certo, ritrovare l’innocenza dopo cinque anni di massacri, era impresa impossibile, ma era necessario inventare un percorso condiviso e di pace per ricominciare. A vivere e a sperare. L’umanità doveva e voleva tornare a credere nella giustizia e nella possibilità di un futuro migliore. O almeno accettabile e che sprigionasse ancora qualche briciola di umanità.
Fra le mille questioni che le potenze vincitrici si trovarono ad affrontare una aveva in sé qualcosa di inguardabile, un tale concentrato di brutalità e di inimmaginabile ferocia che rendeva impossibile voltare semplicemente pagina, senza confrontarsi con quanto avvenuto.
In apertura dell’epico Norimberga di James Vanderbilt, si mettono in campo tutti questi interrogativi. Oggi quello che è successo ci sembra scontato, ma non era così allora, perché non era mai stato necessario ipotizzare l’esistenza di un Tribunale internazionale. Il film spiega, in modo semplice, con grande abilità narrativa e cinematografica, come da un punto di vista giuridico si sia reso legittimo questo nuovo istituto, conciliandolo con le legislazioni nazionali preesistenti. All’epoca infatti non esistevano organismi sovranazionali.

Sulla possibilità e sulla necessità di una corte internazionale i più sensibili sono gli americani che poi estendono la proposta agli alleati francesi e inglesi. Istituito il Tribunale, ci sono altri dettagli da mettere a punto, uno di questi è “tutelare” gli imputati che devono essere valutati e poi giudicati, come per un qualsiasi dibattimento. Occorre anche stabilire se le loro condizioni mentali siano sane o alterate.
Nei campi di sterminio erano morti milioni di ebrei e di indesiderati, oppositori del regime, omosessuali, zingari, deboli, disabili e handicappati. Era giusto che il mondo sapesse? Bisognava svelare tutto o c’era qualcosa di così orribile che era meglio tacere? E, soprattutto, c’era una strada perché quegli eventi disumani non si ripetessero più e insegnassero una strada di pacifica convivenza fra i popoli e le nazioni?

Nel 1961 è uscito Vincitori e vinti, di Stanley Kramer e di recente due serie Tv hanno affrontato il processo di Norimberga. Il film di Vanderbilt sceglie una prospettiva particolare, ispirandosi al libro di Jack El-Hai Il nazista e lo psichiatra che racconta il rapporto che si venne a creare fra il tenente colonnello Douglas Kelley, psichiatra dell’esercito americano, e l’uomo che doveva valutare, uno degli imputati più pericolosi: Hermann Göring, braccio destro di Hitler, e uno dei più famigerati gerarchi nazisti.

La parte più avvincente del film è quella che ricostruisce gli incontri fra i due uomini, che vengono raccontati senza descrivere a priori uno come il bene, la giustizia e l’altro come il Male assoluto. In questo gioco di delicatissime sfumature, di precari equilibri Russel Crowe nei panni di Göring, si ritaglia la parte del leone, regalandoci una delle sue performance più incredibili: io scommetto su una nomination come miglior attore ai prossimi premi Oscar.

Kelley vuole conoscere Hermann Göring, vuole soprattutto capire il suo percorso, la sua mentalità e in parte soccombe al fascino nero di quest’uomo feroce ma anche furbo, abile manipolatore e molto intelligente. L’evoluzione del loro rapporto, i contatti dello psichiatra con la moglie e la figlia del gerarca, i turbamenti e i dubbi del medico sono così complicati che è impossibile riassumerli e valgono da soli tutto il film che nella parte strettamente legale è forse più scontato. Sebbene ci sia una scena epica nel dibattimento grazie a un duetto fra americani e inglesi.
Il tribunale Norimberga raggiunse i suoi intenti e costrinse il regime nazista a sedere sul banco degli imputati e a rispondere dei propri crimini di fronte alla storia.
