Non è un Paese per donne, ce lo ripetiamo spesso e lo constatiamo quotidianamente. Quella rimozione degli ostacoli che di fatto ci impediscono la piena partecipazione alla vita socio economica non sempre avviene. La nostra cittadinanza, che ha visto anni di lotte e di sacrifici, è ancora a metà. Democrazia vuol dire cittadinanza piena e liberazione delle donne e dei loro corpi, che devono avere piena agibilità e diritti.
Nonostante i cambiamenti epocali, ci sono profonde resistenze nella società, arretramenti dietro l’angolo e aspetti mai realmente affrontati e risolti come il capitolo dei compiti di cura. Durante la pandemia è esplosa e deflagrata la questione del lavoro di cura.
“Il Covid ha illuminato la sfera privata e la divisione sessuale del lavoro, la parte oscurata del lavoro riproduttivo e gratuito delle donne, e di una schiera di colf e badanti, rendendo evidente la cura necessaria a mandare avanti la vita. Ha puntato i riflettori, per tutti, su una scena che noi donne conosciamo bene, ma in genere viene rimossa. E in questo modo non solo le diseguaglianze sono venute fuori, allo scoperto, ma si sono anche acuite.
Per esempio, l’uso del tempo, ancora troppo diverso tra uomini e donne. Prima dell’emergenza, siamo nel 2019, i numeri già parlavano di una realtà fortemente squilibrata: per gli uomini il 62,4% del tempo di lavoro totale era assorbito dal lavoro retribuito e il 37,6% da quello non retribuito; per le donne la situazione era più che capovolta, dato che concentravano il 75% del loro monte ore di lavoro quotidiano nel lavoro non retribuito. Del resto tra le donne tra i 25 e i 49 anni con figli minorenni, più di 4 su 10 non avevano un lavoro, mentre più del 40% delle madri con almeno un figlio sceglievano o erano costrette al part-time, pur di continuare a mantenere un’occupazione”.
Invisibili ma essenziali
“Il lavoro delle donne muove il mondo, ma troppo spesso non viene riconosciuto. Poiché gran parte di questo lavoro, riguardando la cura e la riproduzione della vita, è gratuita viene affidata alle donne come compito minore e socialmente poco rilevante. Si tratta però di un grave errore per noi tutti e che per tante donne si trasforma in una gabbia. È un’ingiustizia per noi donne, enorme, se si guardano i dati sull’uso del tempo, ma è anche un problema per tutti se non si affronta quella che è una vera e propria crisi della cura.
Consideriamo intanto l’ingiustizia. In quei dati sull’uso del tempo la vera differenza è nel tempo per sé: gli uomini ce I’hanno, le donne no. Il tempo per sé non è solo tempo per lo sport o per le amicizie, è anche il tempo della partecipazione politica, il tempo delle assemblee, delle riunioni dei progetti con gli altri. Esiste un grandissimo problema di riequilibrio dei tempi. Per affrontarlo bisogna riconoscere il lavoro di cura e sostenere politiche che consentano di portarlo anche fuori dall’ambito domestico. Una strada. questa che può migliorare la vita delle persone, sostenere la loro autonomia, ma soprattutto liberare il tempo delle donne.
Quei dati sulle disparità di genere legati all’uso del tempo ogni volta non smettono di meravigliarmi. Vivere in coppia (eterosessuale) per una donna significa aumentare il lavoro casalingo, <un marito è ancora un lavoro in più>. Certo, non tutte le donne sono uguali: ci sono differenze tra generazioni, tra native e immigrate, tra donne del Sud e donne del Nord, centro e periferia; si tratta però di differenze che possono leggermente mutare, accentuandola o smorzandola una disparità di genere comunque profonda, che permane.
La situazione dopo la fine dell’emergenza non cambia anzi, si aggrava. Riprendo le parole di Barbara Kenny, caporedattrice della rivista online <InGenere> intervenuta nel 2023 alla Casa delle donne a Roma:
“Sempre i dati ci raccontano come gli uomini italiani non si occupano praticamente per niente della casa. Nel 94% dei casi il bagno lo puliscono le donne. E lo sapete perché? Non perché abbiamo un dono particolare che ci rende pulitrici di bagni bravissime, ma perché pulire il bagno fa schifo. I dati sull’uso del tempo ci raccontano un paese in cui le donne sommano lavoro e cura, gli uomini lavoro e tempo libero. Il modello della conciliazione io lo chiamo <divertirsi mai>. Il modello basato sull’uomo che lavora è un modello di società che mette al centro una netta separazione tra lavoro dentro casa e lavoro fuori casa e dà un valore sociale più alto al lavoro fuori casa, alla produzione, mentre io credo che la pandemia ci abbia insegnato quanto è importante il prendersi cura”.
Dunque, le donne sono essenziali, ma non viste, e sono ancora troppo poche quelle che hanno un lavoro retribuito. Siamo il paese che ha il tasso di occupazione femminile tra i più bassi nell’Unione europea: metà delle donne non lavora, non è autonoma economicamente.
Il lavoro delle donne richiede un cambiamento sociale profondo, che l’Italia non è mai riuscita a fare. Dalla pandemia a oggi la qualità del lavoro è peggiorata; è aumentata la precarietà, il part time involontario ha superato ampiamente il 50%, è peggiorata la conciliazione dei tempi di vita”.
Nella nostra società c’è una <questione maschile>, che è insieme permanenza di privilegi e reazione, anche violenta, alla messa in discussione di quei privilegi. Il patriarcato è in crisi, ma proprio per questo erige barriere o passa all’attacco, sotto forma di backlash, mettendo nel mirino la libertà delle donne, puntando al controllo del loro corpo: non è un caso l’aggressione al diritto all’aborto, così come non è un caso il rigurgito di femminicidi e violenze.
Da questa constatazione parte la riflessione di Cecilia D’Elia, che nel suo Chi ha paura delle donne – Libertà femminile e questione maschile, Donzelli editore, ripercorre anche la propria esperienza nei movimenti e nelle istituzioni per ragionare sulla politica delle donne e individuare i limiti del discorso pubblico italiano.
La presenza di una donna per la prima volta a Palazzo Chigi, dopo le iniziali fascinazioni, ha mostrato i limiti della metafora del tetto di cristallo, frutto della piega individualistica della libertà femminile: il successo di una può non essere un vantaggio per tutte, e può invece accompagnarsi a politiche illiberali e reazionarie. La destra, di fronte alla crisi del patriarcato, propone infatti una risposta regressiva, accogliendo e incoraggiando il desiderio di restaurazione. L’elezione di una giovane donna a segretaria del Partito democratico è una enorme novità, ma la sinistra deve ancora trovare le parole migliori per nominare la questione maschile e una politica alternativa.
È necessario coniugare la dimensione di genere con il progetto di giustizia sociale: perché non c’è un prima di questione sociale e un dopo di questione di genere, un prima di condizioni materiali da migliorare e un dopo di trasformazioni culturali da ottenere. C’è una crisi di legittimazione della democrazia e c’è la crisi del patriarcato. Non sono la stessa cosa ma queste due crisi sono fortemente intrecciate e vanno politicamente interpretate. Non si può affrontare la distopia che avanza se non si legge la matrice neopatriarcale di questo attacco, se non si anima una battaglia per una società più giusta fatta di connessioni tra le differenze, di passione per la cura del mondo, di lotta per l’uguaglianza. Serve un’agenda politica femminista. Ancora una volta, la libertà delle donne non riguarda solo le donne, ma quale società vogliamo essere.
Così nel saggio si attraversa la storia del Paese che è storia dell’autodeterminazione delle donne e della loro affermazione nella società.
Le tematiche sono molto attuali e sfiora anche il tema del consenso e della riforma dell’articolo 609bis del codice penale. Un testo che a mio parere può servire come bilancio e punto di partenza per azioni e riflessioni politiche importanti e non più rinviabili. Non possiamo più permetterci analisi dei fenomeni in modo neutro, senza un approccio di genere, pena la parzialità di tali report. La saggistica che ci permette di avere le fonti, le disamine corrette c’è, basta non continuare a negare le dimensioni di genere e la presenza e azione delle donne nella società. Invisibilizzare le questioni femminili e maschili facendo finta che non esistano non è un buon esercizio.
Per approfondire, trovate qui la ricerca presentata presso UnitelmaSapienza dalla School of Gender Economics dal titolo “Determinanti strutturali e meccanismi di riproduzione delle diseguaglianze di genere. Carico di cura, segregazione orizzontale e vulnerabilità economica“, a cura di Azzurra Rinaldi, Claudia Pitteo e di Dawid Dawidowicz.

I primi venti anni di carriera, sottolinea lo studio, “sono cruciali per l’aumento dei salari, ma per molte donne coincidono con i periodi di congedo o riduzione dell’attività lavorativa”: e così si arriva a lasciare il lavoro con una pensione inferiore a quella degli uomini del 37%, secondo dati Inps. Una forbice di disparità che non si chiude mai. Se non si è tra quelle donne (1 su 5) che lasciano il lavoro dopo la nascita dei figli, la ricerca evidenzia i successivi “ritardi nelle promozioni” rispetto alle carriere maschili, che risultano in generale meno frammentate per la minore frequenza di part-time (quasi sempre involontari) e congedi.
Tra l’81% e l’83% delle duemila donne intervistate, nella fascia tra 25 e 45 anni, ha dichiarato stanchezza a causa del carico di cura che svolgono da sole, a tal punto da non avere spesso neanche un’ora di tempo per sé da ritagliarsi nella giornata. Il report esamina anche le tante forme di violenza economica, trasversale nella società, che colpisce anche professioniste e imprenditrici.
Un esempio la “teoria del contraccolpo maschile”, evidenziata nello studio: in alcuni contesti patriarcali una carriera della donna, con l’aumento dell’autonomia economica, può innescare un tentativo violento di ripristinare l’ordine di genere. Per contrastare tutto questo, sottolinea Azzurra Rinaldi, direttrice della School of Gender Economics, “occorre quel cambiamento culturale che prevede educazione affettiva nelle scuole, così come educazione finanziaria e formazione a tappeto nella società”.
