L’Italia continua a faticare sul fronte della parità di genere. Anche Chiara Saraceno ne ha parlato su la Stampa qualche giorno fa.
Nel 2024 ci siamo classificati ottantacinquesimi su 148 Paesi a livello mondiale, secondo il Global Gender Gap Index del World Economic Forum che prende in considerazione 4 dimensioni fondamentali: partecipazione economica e opportunità; rendimento scolastico, salute e sopravvivenza, rappresentanza politica. L’indice complessivo del gender gap è anche un po’ peggiorato, passando dal 72% del 2021 e 2022, al 70,4 del 2024.
A pesare negativamente per il ranking dell’Italia è soprattutto la partecipazione economica e opportunità, rispetto alla quale l’Italia occupa il 38º posto tra i Paesi europei, scivolando al 117º posto su scala globale, con un peggioramento di sei posizioni rispetto all’anno precedente ed è all’ultimo posto tra i Paesi dell’Unione europea. Bassa occupazione femminile, divario nel reddito da lavoro e divario salariale per lavoro di uguale valore sono gli elementi che concorrono a questa situazione disastrosa.
Il Gender Equality Index sviluppato dall’European Institute For Gender Equality (Eige) offre un quadro simile, pur occupandosi solo di Paesi Ue, sulla base di dimensioni più numerose e articolate.
L’Italia nel 2025 ottiene 61,9 punti su 100 nell’Indice sull’Uguaglianza di Genere 2025, classificandosi al 12° posto nell’UE, partendo dal 14mo posto dell’anno precedente. Il punteggio dell’Indice sull’Uguaglianza di Genere è aumentato di 9,4 punti dal 2015. Dal 2020 è aumentato di 3,9 punti, principalmente grazie ai miglioramenti nel dominio del potere.
L’Italia sta migliorando nel tempo in termini di parità di genere, ma con risultati inferiori a quelli dell’UE. I punteggi mostrano che la distanza dalla media UE si sta riducendo.

L’Italia raggiunge il suo massimo punteggio (9° posto) nei domini della conoscenza e del potere (rispettivamente 56,8 punti e 47,9 punti). Nel dominio della conoscenza, l’Italia si colloca al 2° posto per segregazione nell’istruzione, un punteggio relativamente inferiore rispetto ad altri Paesi. Tuttavia, i punteggi relativi alla segregazione nell’istruzione in Italia (49,3 punti) e nell’UE (41,8 punti) sono tra i più bassi tra i domini e sottodomini, a dimostrazione di un problema persistente nell’UE. Per quanto riguarda il dominio del potere, la ragione principale della classifica risiede nel potere economico, in cui l’Italia si colloca al 2° posto nell’UE con un punteggio di 74,3 punti.
L’Italia ha il maggiore margine di miglioramento nel dominio del lavoro, classificandosi ultima nell’UE con un punteggio di 61,0. Questo risultato è dovuto principalmente alle scarse prestazioni nel sottodominio della partecipazione, in cui occupa l’ultima posizione nell’UE con 69,0 punti.
Il tasso di occupazione equivalente al tempo pieno (ETP) per le donne è del 33%, rispetto al 53% per gli uomini. La partecipazione al lavoro in Italia rimane la più bassa dell’UE per entrambi i sessi. Il divario di genere è più ampio tra le coppie con figli, mentre il livello dei tassi di occupazione è particolarmente basso per le donne con un basso livello di istruzione e per le donne in coppie senza figli.
In Italia, il 17% degli specialisti in tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono donne, mentre meno di una donna su tre ricopre una posizione dirigenziale. Entrambe le percentuali sono leggermente aumentate dal 2015.
Le donne che vivono in coppia guadagnano in media il 53% dello stipendio del partner, il livello più basso per le donne nell’UE. D’altra parte, gli uomini in coppia guadagnano il 112% in più del partner. Questa è la differenza più ampia nell’UE. La disparità è maggiore tra le coppie in cui almeno uno dei partner ha un basso livello di istruzione.
In Italia, il 20% delle donne occupate e il 15% degli uomini in famiglie monogenitoriali o monoparentali sono a rischio di povertà. Entrambe le percentuali sono aumentate nell’ultimo decennio.
I laureati dell’istruzione terziaria sono aumentati, ma rimangono al di sotto dei livelli UE. In Italia, il 38% delle donne e il 24% degli uomini di età compresa tra 30 e 34 anni hanno completato l’istruzione terziaria, tra le percentuali più basse nell’UE. Dal 2015, il livello di istruzione è aumentato per entrambi i gruppi, con un aumento di 7 punti percentuali per le donne e di 4 punti percentuali per gli uomini. Quasi tre laureati su quattro nei settori EHW (Istruzione, Salute e Welfare, Scienze Umane e Arti) sono donne, mentre nei settori STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), le donne rappresentano il 39% dei laureati. Dal 2015 la quota di donne tra i laureati in discipline STEM è leggermente diminuita.
Tuttavia, nonostante i miglioramenti, il punteggio più basso in Italia si registra nel dominio del potere (47,9 punti). In Italia, le donne detengono il 30% dei seggi ministeriali di alto e basso livello, una quota che è diminuita di 1 punto percentuale dal 2023. La rappresentanza femminile in parlamento si attesta al 34%, con un leggero aumento di 1 punto percentuale dal 2023. Nelle assemblee regionali, le donne rappresentano il 27% dei membri, con un aumento di 3 punti percentuali dal 2023.
Il problema non è solo di candidatura, ma di possibilità concrete di essere elette e di poter avere posizioni di rilievo nelle istituzioni. Proprio mentre scrivo questo articolo, rifletto sulla mia esperienza personale e sul fatto che bisogna iniziare sin da giovani a coltivare una passione politica, occuparsi del bene comune e essere attive. Purtroppo, queste esperienze non sono tuttora diffuse e comuni, l’impegno delle più giovani resta lontano da una partecipazione politica nei partiti e nei sindacati, tuttora ambienti molto maschili e misogini.
Solo nella presenza di donne nei consigli di amministrazione l’Italia supera la media europea ed è tra i Paesi più virtuosi, grazie alla legge Golfo-Mosca che prevede che nessuno dei due generi superi il 60%. Come documenta il Gender Gap Report 2025 sul mercato del lavoro, retribuzioni e differenze di genere in Italia dell’Osservatorio Jobpricing, solo il 16,9% dei consigli di amministrazione vede donne in ruoli esecutivi, solo il 2,3% e 3,6% del totale ha una donna rispettivamente amministratrice delegata e presidente del cda. Una situazione stabile dal 2013.
Il Rapporto dell’Osservatorio entra nel dettaglio dei diversi gap di genere che sussistono nel mercato del lavoro, nell’accesso, nelle retribuzioni, nei percorsi di carriera, tenendo conto del livello e tipo di istruzione, presenza di figli, area geografica, caratteristiche individuali.
Permane un’occupazione femminile fortemente compromessa dai pesi e compiti di cura di figli, familiari e anziani. Altresì stagna anche l’occupazione di qualità perché le donne rimangono segregate in comparti poco remunerati e con un gender pay gap persistente. Anche a parità di competenze e di una maggiore presenza delle donne in formazioni Stem, permane una distanza salariale che si fa notare sin dalle prime occupazioni. Tutto ciò peggiora ulteriormente con il procedere delle carriere, che per le donne sono in genere più corte e compresse rispetto agli uomini. Un gender pay gap più alto tra le dirigenti che tra le impiegate. Un divario che non riguarda solo la parte fissa ma anche, anzi di più, la parte variabile.
“Se si tiene conto delle caratteristiche individuali, il gap non spiegato sale dal 5,5% al 10,4%. Questo significa che a parità di caratteristiche gli uomini prendono un ulteriore 4,9% in più delle donne”.
“Il divario retributivo medio nel settore privato è pari al 7,2% sulla Retribuzione annua lorda (Ral) e all’8,6% sulla Retribuzione Globale annua (Rga), con una distanza che si amplia fino a oltre 27 punti se si considera la sola componente variabile. Le donne guadagnano in media 2.300 euro in meno di Ral e 2.900 euro in meno di Rga rispetto agli uomini. Tradotto in termini concreti, è come se le lavoratrici italiane iniziassero a percepire uno stipendio il 27 gennaio, lavorando regolarmente dal 1° gennaio”.
La Direttiva Ue 2023/970 sulla trasparenza retributiva, che chiede alle imprese di adottare un approccio sistematico e verificabile nella valutazione delle posizioni organizzative e nei criteri retributivi applicati, dovrebbe essere recepita entro il prossimo giugno, introducendo un sistema di indicatori e di monitoraggio puntuale dell’effettiva parità di remunerazione per lavoro di uguale valore. Occorre che aziende e sindacati si adoperino per una sua piena applicazione. Non sarà sufficiente se non si interverrà a livello culturale e pratico sui compiti di cura familiare, che tuttora gravano sulle donne, costrette a scegliere tra lasciare il lavoro o adeguare il proprio impegno retribuito a formule part time e in lavori meno qualificati e meno retribuiti.
Abbiamo bisogno di maggior spazio per politiche strutturali su servizi di supporto ai compiti di cura e educativi, di sano e pieno welfare che renda più accessibile e universale la cura dei non autosufficienti e di persone con disabilità. Per avere le risorse necessarie occorrono politiche redistributive serie e non altri condoni. Abbiamo bisogno di rendere salutari e abitabili gli ambienti di lavoro. Di allargare la formazione delle donne, in modo tale da renderle più resistenti agli scossoni del mercato del lavoro. Senza tutto questo continueremo a stagnare, o meglio a crollare dal punto di vista della situazione della partecipazione femminile alla nostra società ed economia.
Non è sufficiente che a capo del governo abbiamo una donna per cambiare lo status quo. Tutti i partiti e i corpi intermedi devono interrogarsi e proporre soluzioni ai temi qui esposti, perché ne vale l’intera sostenibilità del sistema, il nostro PIL e l’indice di benessere equo e sostenibile “Un lavoro stabile, sicuro e coerente con il percorso formativo contribuisce in modo decisivo al benessere personale e collettivo. Allo stesso tempo è importante poter svolgere un’attività lavorativa che risponda alle proprie esigenze e aspettative e garantisca un adeguato bilanciamento tra la dimensione professionale e quella privata.
Monitorare la partecipazione al mercato del lavoro dal punto di vista quantitativo e qualitativo, considerando anche la percezione soggettiva, consente di comprendere meglio la reale capacità del sistema occupazionale di offrire opportunità lavorative che garantiscano sicurezza economica, soddisfazione professionale e benessere individuale”.
È uno strumento importante rispetto al quale spero che non solo le aziende, ma anche i sindacati si stiano attrezzando. Ma non sarà sufficiente da solo a superare i divari di genere nelle retribuzioni se non si interviene anche sugli stereotipi di genere che scoraggiano le ragazze dalla formazione Stem e continuano a far ritenere, anche ai politici e ai datori di lavoro, che il lavoro di cura familiare sia un compito prevalentemente, se non esclusivamente, femminile, cui eventualmente far fronte ricorrendo al part time (rinunciando all’autonomia economica), e che le occupazioni tradizionalmente femminili valgono meno di quelle tradizionalmente maschili, anche (soprattutto?) quando hanno a che fare con i più piccoli e i più fragili.
