di Tennessee Williams
traduzione Paolo Bertinetti
regia, scene e costumi Luigi Siracusa
con Sara Bertelà e con Stefano Annoni, Silvia Giulia Mendola, Pietro Micci
luci Pasquale Mari
musiche Laurence Mazzoni
produzione Teatro Franco Parenti
Fino al 7 dicembre al Teatro Franco Parenti poi in tournée
Sono tutti perdenti, ma mentono a se stessi e si rappresentano migliori, si raccontano vincenti. Gli Stati Uniti del dopoguerra regalano il sogno americano solo a pochi privilegiati.

Stanley (che nella memoria collettiva ha la t-shirt bianca di Marlon Brando) è un immigrato polacco ma si sente più americano di un americano vero. Che poi, ci sono americani veri? In fondo vengono tutti da qualche altra parte. Possente, violento, prepotente, maschilista, ha sulle spalle il peso della guerra che lo ha reso un eroe, il suo migliore amico, Mitch, è più fragile, dipendente da lui e vive ancora in casa con la madre. La loro vita è fatta di poco: il lavoro, l’alcol, il bowling. E le donne. Stanley è il conquistatore, infedele ma innamorato della moglie Stella, che aspetta un bambino. Lei, di origine francese e di classe sociale più alta, se ne è perdutamente innamorata fin dal primo incontro. Vivono in un bilocale e il loro inconfessato precario equilibrio va sottosopra quando arriva inaspettata Blanche, la sorella di Stella.

I soldi della tenuta di famiglia sono spariti, come Blanche si sia mantenuta e dove vivesse non si sa. I suoi comportamenti sopra le righe hanno schegge di follia, ma le bastano un foulard e un paio di scarpe coi tacchi per sentirsi una regina. Si dice che fosse l’ultima delle femmine del malfamato hotel Flamingo. Mitch potrebbe essere un rifugio, anche se è più giovane di lei, anche se è ingenuo.
Una girandola di ipocrisie si scontrano in uno dei più famosi drammi di Tennessee Williams ma al centro del gioco spiccano loro due, Stanley, con tutta la sua brutalità da maschio primordiale e Blanche, la vulnerabile Blanche che continua a illudersi di essere quella che non è.

Ancora attuale (e rinfrescata nella traduzione) la commedia del drammaturgo americano fa affiorare quello che all’epoca si taceva, tabù come l’omosessualità, la violenza domestica, lo stupro, la malattia mentale, il suicidio, l’attrazione per i minorenni. E ancora lo strascico tossico di una guerra le cui ferite non si rimarginano, le dipendenze, l’alcol e gli psicofarmaci.
L’attrazione potente e pericolosa fra Stanley e Blanche si dipana racchiusa in una scenografia perfetta a rendere i chiaroscuri delle tensioni emotive grazie alla luce che filtra a lame dalle persiane che si moltiplicano. Sui segreti incombe claustrofobica una scena che è un cubo verde con un solo lato aperto a favore del pubblico.

Stefano Annoni cerca di restituire l’animalità di Stanley nei movimenti molto materiali, in quell’asciugarsi il sudore con la maglia, ma sopra tutti troneggia Sara Bertelà, dolente e vibrante Blanche.
Azzeccata la scelta di toni monocromatici: è tutto verde, le quinte e i costumi dei protagonisti. L’unico abito bianco lo indossa Blanche ma non le servirà a simulare un’innocenza perduta.
Un tram che si chiama desiderio è il sogno americano che va in frantumi: anche il semplice sopravvivere si paga con la perdita dell’integrità.
