Perché Difendere i Diritti dei Kurdi È un Dovere Universale
Una storia personale che si intreccia con la memoria collettiva di un popolo senza Stato
A molti non riesco a spiegare perché sono così sensibile. Ma quella sensibilità non riguarda solo me: è la sensibilità dei curdi, un popolo che porta nel corpo e nella memoria il peso della repressione, dell’esilio, della tortura. Piangiamo davanti a una guerra, davanti alla miseria, davanti alla violenza. È il pianto di chi ha visto troppo, anche senza saperlo.
Avevo nove, forse dieci anni, quando ho pianto per la prima volta davanti all’orrore della storia. Era la Giornata della Memoria. Non conoscevo la Shoah, non conoscevo i nazisti, non conoscevo quasi l’italiano. In classe ci mostrarono vecchie diapositive: bambini morti, corpi magrissimi, visi scavati dalla fame nei campi di concentramento. Ci dissero che perfino i capelli delle vittime venivano usati per fabbricare tessuti. Io piangevo senza capire. Era un pianto istintivo, viscerale, come se quel dolore mi appartenesse.
Oggi, guardando le immagini della repressione contro i curdi, capisco da dove proveniva quel pianto infantile. Era il mio inconscio. Era il dolore transgenerazionale tramandato dai miei nonni, dai miei genitori, da una memoria familiare mai raccontata perché troppo pericolosa per essere pronunciata. Erano parole taciute, storie negate, verità messe a tacere.
Oggi posso rispondere a quel pianto con le competenze che ho costruito: da etnopsicologa, da psicologa transculturale, da studiosa delle culture africane e asiatiche, da donna cresciuta nella difesa dei popoli oppressi. La mia sensibilità ha un nome: è memoria, identità, eredità emotiva.
Non sono nazionalista. Non difendo l’etnocentrismo. Sono una mediatrice culturale, e amo le culture del mondo, le lingue, i costumi, le tradizioni. Difendere i curdi non significa disprezzare gli altri: significa, al contrario, riconoscere che tutte le culture meritano dignità, giustizia e ascolto.
Sono kurda. E il mio popolo è stato perseguitato, massacrato, torturato. La mia infanzia è intrisa del dolore di una nazione divisa. Difendo i curdi come gli ebrei difendono la memoria della Shoah, come gli armeni difendono il ricordo del genocidio del 1915. Rivendico il diritto dei curdi a essere riconosciuti, ascoltati, rispettati.
Da oltre 5.000 anni viviamo in Mesopotamia. Siamo il popolo senza Stato più numeroso del Medio Oriente. Traditi nel 1920 con il Trattato di Sèvres, siamo stati definitivamente frammentati nel 1923 dal Trattato di Losanna e spartiti tra Turchia, Iran, Iraq e Siria.
Non invoco l’odio.
Invoco giustizia.
Voglio che il mondo restituisca ai curdi ciò che è stato loro strappato: la dignità, la voce, la storia.
Perché i popoli non muoiono quando vengono uccisi.
Muiono quando vengono dimenticati.

