Mulholland Drive, il capolavoro di Lynch, per molti ancora il miglior film del XXI secolo, è tornato al cinema come evento speciale. Un film da godere abbandonandosi al suo mistero.
Sebbene sia uscito nel 2001, per molti ancora oggi è valido e come venne decretato da un sondaggio della BBC di oramai 10 anni fa: Mulholland Drive è il miglior film del XXI secolo.
Di certo c’è che si è piazzato all’ottavo posto della classifica stilata dal BFI lo scorso anno dei 100 migliori film della storia del cinema, unico film del Terzo Millennio assieme a un altro film straordinario come In the Mood for Love di Wong Kar-wai.
Ed è probabile, che sia il massimo capolavoro cinematografico di David Lynch, genio indiscusso che ci ha lasciato all’inizio di quest’anno.
Potrebbe bastare tutto questo per spiegare perché valga la pena andare al cinema a vedere o rivedere Mulholland Drive, che è tornato nelle nostre sale grazie alla Cineteca di Bologna, dal 24 al 26 novembre?
Curiosa coincidenza, o forse no, la Cineteca di Bologna fa tornare Mulholland Drive in sala a un paio di settimane dalla nuova distribuzione di Viale del tramonto, il celebre film di Billy Wilder con cui quello di Lynch forma un formidabile doppia caratteristica nel segno di un cinema e di una Los Angeles che diventano ossessione, sogno, incubo, prigione, luogo fantasmagorico popolato di degli spettri della settima arte.
Los Angeles. Rita, una donna sta per essere uccisa dal suo autista, ma si salva quando un’auto decappottabile si schianta contro la loro limousine sulla Mulholland Drive, celebre strada sulle colline di Hollywood.
Si racconta la storia dell’amicizia tra Betty Elms (Naomi Watts), aspirante attrice appena approdata a Hollywood, e Rita (Laura Harring), la donna affetta da amnesia in seguito all’ incidente d’auto su Mulholland Drive.
Tutto ha inizio subito dopo il sinistro, quando la sopravvissuta, in forte stato di shock, si rifugia nel giardino di una villa dove si addormenta. Al suo risveglio, decide di entrare nell’abitazione dove poco dopo irrompe Betty che, sorpresa di trovare un’intrusa in casa di sua zia Ruth, cerca di capire di chi si tratti. Quando scopre che ha di fronte a una donna colpita da amnesia, decide di aiutarla a recuperare la memoria. Così comincia a curiosare tra i suoi effetti personali e trova nella borsa un’ingente somma di denaro e una strana chiave blu.
Inizio avvincente, come sempre in Lynch.
Un’ora almeno di cinema puro, trasognato, disperato, perturbante, sensuale. Dopo quell’ora neppure Lynch sa più esattamente cosa stia raccontando, ma lo racconta a meraviglia, per chi di Hollywood non percepisce il sogno ma l’incubo.
David Lynch torna al suo stile più personale per raccontare una bella metafora sul cinema. Tensione, mistero, sensualità, eleganza d’epoca, romanticismo alla Raymond Chandler, storie inestricabili e confuse ma grande atmosfera, emozioni vissute come in sogno, la vita ingenua e torbida delle ragazze.
Una sfida alla logica. Un efficace, provocatorio deragliamento onirico. Si sente nel finale la fatica di ridurre per il cinema un progetto televisivo molto ampio e complesso, abortito per sfiducia dei produttori.
Un film molto wellesiano, sul trucco e l’illusione. A Cannes vinse il premio per la regia ex-aequo con i Coen. Subito dopo a sorpresa, fu candidato agli Oscar sempre per la regia. Non la spuntò.
Il film ha stile, atmosfera, il gusto dello humour nero e l’impronta dell’autore.
Una delle cose più incredibili di Mulholland Drive è il suo mistero: è un film enigmatico, sfuggente, onirico, e in tanti si sono cimentati nell’impresa di dagli un senso, o quantomeno un’interpretazione. Impresa un po’ superflua, giacché la cosa migliore da fare di fronte a Lynch è quella di abbandonare ogni pretesa analitica e di lasciarsi cullare e rapire dal libero flusso di incoscienza delle immagini.
Mulholland Drive è un film che non vuole essere capito. Svelarlo e comprenderlo vuol dire tradirlo.
Però, se proprio insistete, sappiate che lo stesso Lynch stilò una sorta di decalogo di regole per chi voleva risolvere il rebus del suo film, di cui ne sottolineo due: Chi consegna una chiave blu– e perché? Cosa si sente, si comprende e si deduce al club ‘Silenzio’?
Anche queste regole non ci fanno mai dimenticare come Lynch fosse un uomo e un regista dotato di un grande senso dell’umorismo, e che non ha mai disdegnato di utilizzarlo all’interno delle sue opere.
Perché per Lynch il cinema è sempre stato e sempre sarà uno spazio di geometrico disordine, di vibranti ma compressi sentimenti, di una libertà onirica capace di parlare della realtà meglio di tante altre forme più tradizionali.
Mulholland Drive, uno degli indiscussi capolavori della fase matura dell’arte di David Lynch, attraverso l’ormai celebre ‘enigmaticità’ della sua struttura, possiede tutti gli ingredienti del ‘romanzo dell’abbandono, esaltati da un’atmosfera noir particolarmente in sintonia con un progetto narrativo così centrato sui sentimenti.
Infatti il noir non è solo un genere di narrazione che fa perno sul delitto, sulla colpa, sul mistero: al suo interno, si agita sempre Eros, con la sua cieca forza distruttiva e i suoi labirinti di passioni.
Comunque si voglia rendere conto della trama del film, risulta sempre più chiaro, via via che il film procede verso la sua conclusione o retrocede, se si preferisce, verso il suo punto di partenza, che Lynch ha immaginato uno spazio onirico, o uno spazio immaginale, muovendo da una catastrofe sentimentale, dalla perdita di un Eden amoroso. Due donne bellissime si amavano, fino al giorno in cui una delle due ha messo fine alla storia, imboccando una strada nuova, e lasciando l’altra sulla sua spiaggia solitaria, nello strazio interminabile dei suoi giorni dell’abbandono.
Ancora grazie David Linch, ma cosa apre la chiave blu? E tutti quei soldi nella borsa di Rita da dove vengono?

Adriana Moltedo
Esperta di cinematografia con studi al CSC Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, Ceramista, Giornalista, Curatrice editoriale, esperta di Comunicazione politico-istituzionale per le Pari Opportunità. Scout.Giornalista, Curatrice Editoriale, Esperta di Comunicazione Politico-Istituzionale per le Pari Opportunità. Scout.
