Abbiamo posto alcune domande per conoscere Period Think Tank, associazione che si occupa di vari progetti, tutti volti all’empowerment, all’autodeterminazione, in ottica femminista, perché l’accessibilità dei dati, la formazione sulle tematiche di genere, il gender mainstreaming, la giustizia mestruale sono tutte battaglie prioritarie per rendere le nostre società più eguali ed eque, per analizzare a fondo i fenomeni che non sono mai neutri.
Da dove nasce il progetto Period Think Tank?
Period è un think tank nato alla fine del 2020 dalla sorellanza, dall’attivismo e dalla volontà di sette socie basate tra Bologna e Roma. Attualmente l’associazione conta più di 20 associatə di diverse parti di Italia accomunate dall’obiettivo di contribuire alla promozione dell’equità di genere in Italia e in Europa attraverso un approccio
femminista ai dati.
Quali sono gli aspetti da cui siete partite e quali sono i focus principali su cui vi soffermate?
Siamo partite dalla constatazione che senza dati adeguati – aperti, accessibili e disaggregati almeno per genere – è impossibile far emergere le numerose disuguaglianze che attraversano la società italiana. Lavoriamo quindi su tre pilastri: fare advocacy per la produzione di dati di genere a livello locale e nazionale, formare amministrazioni e società civile al loro utilizzo e influenzare le politiche pubbliche affinché la prospettiva di genere diventi strutturale nell’elaborazione delle politiche pubbliche.
Il nostro lavoro si riconosce pienamente nell’approccio del Data Feminism (femminismo dei dati), sviluppato dalle ricercatrici e attiviste Catherine D’Ignazio e Lauren Klein – rispettivamente al MIT di Boston e alla Emory University – che hanno mostrato come l’analisi dei dati sia oggi un dispositivo di potere e di controllo. Il femminismo dei dati propone una nuova cornice per cercare, analizzare e raccontare la realtà, basandosi sull’intersezionalità e delle esperienze che troppo spesso restano invisibili nelle statistiche ufficiali.
Come Period Think Tank abbiamo deciso di rendere questo approccio sistemico, con l’obiettivo di avviare in Italia una reale raccolta di dati disaggregati almeno per genere. Perché raccogliere e comunicare dati significa permettere alle persone di essere visibili: oggi, in troppe statistiche, ancora moltissime non esistono.
Perché sono importanti i dati aperti, accessibili e disaggregati per genere per le analisi?
Perché solo con dati disaggregati possiamo evidenziare le disuguaglianze reali tra generi — non solo a livello di salari, ma anche ad esempio nei servizi, nell’urbanistica, nei fondi pubblici. Se i dati sono chiusi o aggregati, perdiamo molte disuguaglianze importanti. Dati aperti permettono trasparenza, monitoraggio civico, e
quindi decisioni politiche più eque e indirizzate a risolvere le grandi sfide che stiamo
affrontando come società.
In Italia, com’è la situazione e la possibilità di fare analisi a partire da dati validi e consistenti?
In Italia, la situazione è ancora critica: con la nostra campagna #DatiPerContare abbiamo riscontrato che molti comuni non dispongono di statistiche di genere sufficienti sui fondi PNRR o sui bilanci locali. Cerchiamo di lavorare quotidianamente su questi temi ad esempio in collaborazione con la rete Dati Bene Comune o
rilasciando in formato aperto strumenti di monitoraggio come la nostra webapp sull´impatto di genere del PNRR in Italia consultabile qui.
Proprio in questi giorni stiamo portando avanti la campagna #dativiolenzadigenere in collaborazione con la campagna Dati Bene Comune e la rete D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza per chiedere al Governo di garantire la pubblicazione regolare, completa e accessibile dei dati sulla violenza maschile contro le donne e di genere, compresi i femminicidi, come previsto dalla legge 53/2022 e dalla Direttiva (UE) 2024/1385.
Inoltre, stiamo collaborando con la Rete Prochoice e Laiga 194 per promuovere un questionario finalizzato a far emergere cosa succede a partire dalla scoperta di essere incinta fino al momento dell’aborto, chirurgico o farmacologico, una realtà che gli attuali sistemi di rilevamento (previsti dalla legge 194/1978) non consentono di
conoscere.
Quali indagini e campagne hanno maggiormente segnato il vostro percorso?
“Dati Per Contare” è certamente la nostra campagna più importante. Abbiamo lanciato la campagna a marzo 2021 con un duplice obiettivo: raccogliere e avere accesso a dati disaggregati per genere e impegnare gli enti locali affinché la valutazione di impatto di genere diventi uno strumento obbligatorio per la definizione
delle politiche e degli investimenti economici, a partire da quelli del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ma non solo. Attualmente alla campagna hanno aderito i comuni di Bologna, Milano, Palermo, Ravenna, Cento, Imola, Piana degli Albanesi, Reggio Emilia, Roma Capitale.
Il monitoraggio dell’impatto di genere dei fondi del PNRR è stato molto importante, perché ha fatto emergere la mancanza di dati ed indicatori di genere per valutare il reale impatto di genere del piano di investimento pubblico più significativo dal secondo dopoguerra. Abbiamo anche presentato anche un report dettagliato in
Senato nel luglio 2024.
Abbiamo anche lanciato il ciclo di eventi “Data Feminism in Action”, per sensibilizzare decisori e pubblica amministrazione sull’uso femminista dei dati. Un altro progetto importante è l’Atlante di Genere di Bologna per una città femminista, una ricerca, che abbiamo curato in collaborazione con l’associazione Sex&the City
Aps, finalizzata a guardare la città attraverso una lente femminista intersezionale rendendo visibili informazioni importanti su tematiche quali lavoro, casa, percezione nello spazio pubblico, sanità e violenza di genere.
Abbiamo partecipato come partner dal 2022 ad ottobre 2025 al progetto europeo Aequitas, un progetto di ricerca finanziato da Horizon Europe per ridefinire il modo in cui l’equità e la fiducia vengono integrate nell’intelligenza artificiale (IA). Attraverso un innovativo ambiente di sperimentazione, il progetto incorpora l’equità in ogni fase del ciclo di vita dell’IA. Integrando considerazioni sociali, giuridiche ed etiche,
AEQUITAS garantisce che i sistemi di IA siano progettati per ridurre discriminazioni e pregiudizi, in linea con le principali normative europee, come l’AI Act dell’Unione Europea e la Carta dei diritti fondamentali. Gli strumenti e le metodologie sviluppate saranno di grande aiuto per affrontare le sfide del presente e del futuro rispetto
all’uso dei sistemi di intelligenza artificiale.
Mi interesserebbe soffermarmi sulla giustizia mestruale.
La giustizia mestruale è un tema cruciale per noi, perché incrocia diritti di genere, salute, costo della vita e accessibilità. Analizzare dati di spesa, politiche locali e disuguaglianze nell’accesso ai prodotti mestruali ci permette di proporre misure concrete nei comuni: da programmi di distribuzione gratuita a campagne di
sensibilizzazione. Il documento “Facciamo contare il nostro corpo! Proposte di giustizia mestruale” nasce dalla necessità di colmare un vuoto: riportare al centro i corpi, le esigenze e i diritti di chi mestrua e di chi affronta la menopausa, affinché salute e benessere non siano più considerati una questione individuale, ma una
responsabilità collettiva, rispetto alla quale richiedere risposte strutturali.
Ciascun Comune dovrebbe istituire una squadra di valutazione che controlli se è stato preso sufficientemente in considerazione il genere nelle sue politiche?
Sì, sarebbe una misura molto efficace, che richiede un investimento nella formazione delle figure interne all’amministrazione pubblica nelle sue diverse aree, per far sì che l’approccio di genere sia realmente trasversale e presente in modo strutturale nel tempo nella pubblica amministrazione. È necessaria una chiara volontà politica, come hanno dimostrato le esperienze in tal senso in Svezia, Austria e Spagna ad esempio.
Quali benefici da un’analisi di genere della città?
Molti. Un’analisi di genere permette di riconoscere i bisogni differenti di chi vive la città: donne, uomini e persone non binarie hanno esperienze urbane diverse. Inoltre, aiuta a pianificare servizi – mobilità, spazi pubblici, housing welfare – in modo più equo e coerente, rafforzando trasparenza e responsabilità delle amministrazioni.
Strumenti come l’Atlante di Genere di Bologna per una città femminista, mostrano come dati disaggregati su mobilità, sicurezza, servizi e toponomastica guidino interventi più mirati ed efficaci.
Questo approccio consente di progettare spazi pubblici più accessibili, migliorando la vita quotidiana delle persone che li attraversano quotidianamente. Allo stesso tempo favorisce la partecipazione e offre alle amministrazioni una base conoscitiva più solida. Noi abbiamo voluto farlo anche con l’ausilio di strumenti interattivi di data visualization che supportano la pubblica amministrazione nel visionare variabili aggregate tra loro con l’obiettivo di restituire una mappatura il più plurale possibile.
A che punto è Milano, soprattutto per i nuovi quartieri e nelle zone lontane dal centro cittadino?
Milano è uno dei comuni che ha aderito alla campagna #DatiPerContare, e questo è un buon segnale. Tuttavia, la sfida rimane: molti dati di impatto di genere non sono ancora sistematicamente raccolti nei quartieri periferici e non è stata ancora messa a sistema una valutazione preventiva dell’impatto di genere delle politiche. Serve più
monitoraggio civico, più disaggregazione geografica e una valutazione d’impatto di genere trasversale a tutti gli ambiti, come ad esempio i progetti urbani di rigenerazione.
Ci sono esempi virtuosi di città in Italia? E all’estero?
In Italia, il Comune di Bologna rappresenta uno degli esempi più virtuosi, grazie ai suoi investimenti negli ultimi anni nel rafforzare la capacità di raccolta e analisi di dati disaggregati per genere e nella loro valorizzazione attraverso strumenti come: l’adesione alla campagna #datipercontare, il Bilancio di genere, la produzione di
mappe di genere della città e la realizzazione di un Atlante di genere per una città femminista. In Europa dobbiamo guardare con attenzione a città come Vienna, Barcellona e Umeå, che da anni portano avanti politiche strutturate di gender mainstreaming grazie al lavoro di sindache, assessore e amministratrici, integrando la prospettiva di genere nella pianificazione urbana, nei trasporti, nei servizi pubblici, nelle politiche abitative e nel welfare, con risultati concreti e tangibili.
Intervista a cura di Arda Lelo e Giulia Sudano
