di Lynne Ramsay
con Jennifer Lawrence, Robert Pattinson, Lakeith Stanfield, Nick Nolte, Sissy Spacek
nelle sale dal 27 novembre
Una lenta, discontinua caduta nella follia, come se una calamita attraesse in un nulla minaccioso e magmatico la protagonista, incapace di opporsi all’inerzia del disastro.
Momenti di lucidità razionale e ricordi gioiosi si sgretolano quando il malessere si scontra con la realtà, quando i comportamento irrazionali prendono il sopravvento. Per non farsi sopraffare dal dolore, gli unici antidoti sono l’aggressività e l’autolesionismo. La percezione del mondo diventa sempre più confusa e fra i fili del controllo che si smagliano l’unica certezza, l’unico essere da proteggere è il figlio appena nato.

Lynne Ramsay, regista sensibile, racconta con il suo stile autoriale la depressione post partum di una giovane donna, Grace, allineando i tasselli di questa condizione che accomuna tante madri di età e estrazione sociale diversa: la tragedia è la stessa, che colpisca una donna metropolitana, un’artista isolata nella campagna, una mamma qualsiasi, una donna ricca o una povera, poco cambia. I sintomi, il più delle volte sottovalutati, sono gli stessi. C’è il mondo reale che si allontana sempre più sostituito dalla convinzione paranoica che tutti siano nemici.

Jennifer Lawrence, sulle cui spalle si regge tutto il film, è una giovane scrittrice che si trasferisce col compagno musicista in una casa di campagna ereditata da un vecchio zio. Jackson, il suo compagno (bravo e dolente Robert Pattinson che ha fatto dimenticare gli esordi coi vampiri) inizia a lavorare perché i soldi non bastano e lei, dopo la nascita del figlio, si sente sempre più sola.

Le giornate si susseguono, una uguale all’altra, mentre il progetto di scrivere il grande romanzo americano si fa sempre più improbabile. Ci sono i ricordi del suocero (bel cameo di Nick Nolte), le visite alla madre di lui che vive nei dintorni (che brava Sissy Spacek), le apparizioni di un uomo di colore che risveglia il desiderio della protagonista (ma forse è solo un’allucinazione), ma c’è soprattutto l’inarrestabile deriva depressiva della neomamma.

Il compagno è stanco e preoccupato, Grace ha nostalgia della sessualità del passato e rimpiange gli incontri torridi e giocosi di un tempo. Nella nuova vita in quel luogo isolato non c’è spazio per il sesso e l’amore, ma solo per la sopravvivenza e la fatica. E per gli amici che ogni tanto frequentano diventano per la giovane mamma sempre più estranei.

L’inesorabile perdita del controllo di Grace è raccontata come un interminabile incubo in soggettiva. Lo spettatore vive la deriva verso l’autodistruzione nella mente di Grace attraverso sequenze visionarie in cui realtà, paura e fantasia si mescolano indistinte.

Man mano che la storia si dipana e che la presenza al mondo di Grace svapora, anche il film prende una deriva allucinatoria aumentando il disagio dello spettatore. Vorremmo che Grace trovasse il modo di riprendere le fila dell’esistenza, contiamo su un intervento salvifico, ma sappiamo che la tragedia sarà inevitabile.

