di Enya Baroux
con Hélène Vincent, Pierre Lottin, David Ayala
Se ne parla solo quando un fatto di cronaca lo rende d’attualità. Se ne è scritto e discusso molto negli ultimi giorno dopo la scelta delle gemelle Kessler di andarsene assieme, in una sorta di suicidio assistito permesso dalle leggi tedesche. In Italia se ne discute da anni, con punte di acceso dibattito di fronte a fatti strazianti come la morte di Eluana Englaro. Sarebbe più opportuno discuterne pacatamente, in Parlamento, affrontando un tema difficile, divisivo, cercando di arrivare a una legge che rispetti le legittime visioni differenti. Chissà se accadrà mai.

La delicata questione dell’eutanasia viene affrontata in una commedia francese che racconta la tematica in tutte le sue complesse sfaccettature. Marie ha 80 anni, un figlio, Bruno, che ha combinato poco nella vita ed è alle perenne ricerca di soldi, e una nipote adolescente, Anna, alle prese con tutte le crisi della sua età. Tutti e due sono troppo concentrati sui loro problemi personali per pensare che anche Maria abbia qualcosa che la preoccupa. Da anni ha un tumore, ha subito molte cure, anche invasive, ma adesso è stanca. Forse, si dice, è arrivato il momento di arrendersi perché il percorso che l’aspetta sarebbe fonte di dolore e mortificazioni.
Marie vuole decidere per tempo della sua vita, vuole farlo quando ancora possiede la lucidità per capire cosa vuole davvero. Sarà possibile condividere una scelta così definitiva con la sua famiglia, con le persone a cui vuole bene? Sarà possibile contare sul loro affetto e sul loro sostegno?

La fatica a farsi ascoltare è una caratteristica della nostra epoca e la famiglia di Marie non si salva. Lo spettatore intuisce tutto questo nel primo quarto d’ora del film ed è a quel punto che scocca l’elemento originale che determina poi tutto lo sviluppo narrativo. Una bella idea servita da un attore già premiato per altri ruoli, Pierre Lottin.
In Francia i servizi sociali supportano gli anziani e le persone sole in vari modi, uno di questi consiste nel fornire l’aiuto di un assistente sanitario. Entra così in scena Rudy, un giovane uomo coi suoi guai che non si aspetta di sicuro di venire coinvolto in una questione così privata da quella che doveva essere solo la paziente di una giornata. Con un sotterfugio Marie riesce a farsi accompagnare da Rudy nell’ultima visita alla struttura che ha organizzato per lei l’ultimo viaggio in Svizzera. La donna ci ha pensato a lungo e ha previsto tutto, ogni tassello è al suo posto. Rudy vorrebbe darsela a gambe ma non ci sono più scappatoie anche perché una bugia ne tira un’altra, una rimozione se ne porta appresso altre cento. La trappola scatta, a Rudy non resta che diventare complice silenzioso di Marie. La donna, giocando sugli equivoci, si inventa una misteriosa eredità per convincere figlio e nipote ad accompagnarla per un viaggio in camper verso la Svizzera. Dove però nessun notaio li aspetta … Il povero Rudy è alla guida del vecchio camper, eredità del nonno.

Il film è il racconto del viaggio. Fino a quando Marie sosterrà la commedia? Come reagiranno figlio e nipote alla rivelazione? Che ruolo avrà Rudy? Nel lungo viaggio man mano i vari componenti si scoprono, raccontando di sé, rivelano fragilità, lasciano affiorare rabbie e depressioni. Il risultato è un on the road coi toni leggeri della commedia e un segreto che aleggia come un fantasma su persone lontane che si avvicinano, imparando a volersi bene.
La lievità nel dramma è nelle corde dei francesi: la morte dolce è affrontata in tutte le sue declinazioni, il film non dà riposte, non giudica, non impone punti di vista, ma mette sul piatto tutti i dubbi che questo tema suscita e che riguarda tutte le società occidentali. E anche noi stessi.
