di Jean-Pierre e Luc Dardenne
con Babette Verbeek, Elsa Houben, Janaina Halloy Fokan, Lucie Laruelle, Samia Hilmi
nelle sale dal 20 novembre
Hanno sempre puntato la loro macchina da presa sugli emarginati e sugli ultimi. Li hanno filmati con la forza potente della verità, per un cinema che mette in prima piano l’etica e la realtà, soprattutto quella più scomoda. Si sono sempre concentrati su un solo personaggio, raccontandolo a tutto tondo. Un cinema etico, memore della lezione di maestri come Robert Bresson e Rossellini. In quest’ultimo film, nonostante il tema difficile e i contesti drammatici, si respira una leggerezza diversa e nel disastro brilla la luce della speranza.

Non so spiegarmi bene il perché, forse per la presenza di tanti neonati a cui le protagoniste, pur gravate da pesi a volte insormontabili, riservano sguardi d’amore, con un istinto materno che affiora per poi essere rimosso e infine riapparire, in una maternità con tutti i chiaroscuri. E noi spettatori siamo disarmati di fronte ai sorrisi innocenti dei bambini.

In Giovani madri non abbiamo un’unica storia, ma cinque, sebbene resti il marchio Dardenne: non lo definirei un film corale, perché ogni personaggio viene seguito singolarmente, sebbene non manchino gli scambi fra le cinque protagoniste. Abbiamo un puzzle, con confini precisi, più che un’unica vicenda a tutto tondo.

Gli inseparabili fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne erano partiti con l’idea di raccontare la storia di una sola ragazza madre e per conoscere il tema avevano passato molto tempo in una casa famiglia di Liegi. Lì si sono resi conto che le problematiche erano troppo sfaccettate per condensarle in un solo personaggio. Sono così arrivati alle cinque giovanissime ragazze madri, che recitano in maniera così naturale e convincente da farci pensare in alcune sequenze di essere di fronte a un documentario più che a un film di finzione. In parte la sensazione non è sbagliata perché tutto quello che i registi belgi ci raccontano è frutto della loro osservazioni sul campo.

Seguiamo Jessica, Perla, Julie, Naïma e Ariane, tutte minorenni, tutte alla ricerca di una vita migliore. I problemi alle spalle sono simili, perché tutte sono cresciute in circostanze difficili. Famiglie disagiate, madri che le hanno cresciute da sole, altre madri che le hanno abbandonate. E ancora, l’alcolismo, la droga, la solitudine. Tutte sono alla ricerca di un’identità, tutte sono fragili e se ti manca la forza per sopravvivere come puoi averla per un figlio?
Le reazioni sono diverse, alcuni dei padri sono spariti, altri sono rimasti, la vita per tutte resta comunque difficilissima. Alcune sono decise a tenere il figlio (hanno 12 mesi per decidere, tanto è il periodo di accoglienza nella struttura) altre vogliono staccarsene il prima possibile e darlo in adozione.

E se le situazioni si possono facilmente immaginare, quello che rende perfetto il film è il modo che hanno i Dardenne di raccontarlo. Non giudicano mai, il loro sguardo è empatico ma non pietistico, non sono manichei, non danno risposte. Quando una situazione si complica, ampliano lo sguardo e filmano, offrendo allo spettatore tanto materiale su cui riflettere.

Un cinema in totale purezza che racconta senza annoiare. Tutto è fluido, la tensione resta costante, ma l’angoscia si stempera.

Inutile spendere altre parole di fronte a un film perfetto in cui tutto si frammenta per poi ricomporsi in quella che sembra un’impossibile serenità. Ma il senso della vita che continua, nonostante tutto e tutti, è la bellissima sensazione che prova lo spettatore sui titoli di coda.
