“La violenza economica è considerata accettabile da un uomo su tre, e lo è per quasi la metà dei maschi Millennial e quelli della Gen Z. Per uno su quattro la violenza verbale e quella psicologica sono ampiamente motivate da provocazioni e comportamenti “scorretti” delle donne. La maggioranza (55%) dei Millennials ritiene legittimo il controllo sulla partner, soprattutto in caso di tradimento o di mancata cura della casa e dei figli. Anche la violenza fisica è giustificabile per quasi 2 maschi adulti su 10.
La violenza è così interiorizzata e normalizzata nelle relazioni affettive e familiari. Molte delle sue manifestazioni sono reinterpretate dalla popolazione maschile come reazioni “comprensibili” a conflitti o comportamenti delle donne percepiti come provocatori. Un quadro che va dalla generazione over 60 dei Boomer, che nega la violenza di genere e non sa vederne le diverse forme, agli uomini più giovani, che pur riconoscendola, la legittimano. Sono le facce dello stesso fenomeno: l’inadeguata prevenzione primaria della violenza nelle scelte politiche italiane, a fronte di annunci e buoni propositi degli anni passati”.
È quanto rivela PERCHÉ NON ACCADA. La prevenzione primaria come politica di cambiamento strutturale, ricerca di ActionAid con Osservatorio di Pavia e B2Research su percezioni della violenza e discriminazioni in Italia e come prevenirli. Un viaggio nella vita quotidiana delle donne, dalla casa agli spazi pubblici, dai trasporti alla cultura e al digitale per indagare come disuguaglianze e stereotipi di genere si riproducano in ogni ambito della società, contribuendo a ricreare e legittimare la violenza.

In Italia si preferisce fare come gli struzzi, mettere la testa sotto la sabbia, pur di non affrontare la realtà. Così accade che un ministro della Repubblica dimentichi che da oltre due decenni vige l’autonomia scolastica e la libertà di insegnamento è un principio costituzionale. Invece, avviene che un Ddl entri a gamba tesa nel mondo della scuola e voglia introdurre il consenso informato dei genitori in materia di educazione sessuale e tutto ciò che vi si avvicini, anche solo da lontano.
Siamo un Paese strano, davvero. Affidiamo in esclusiva alle famiglie il destino dei più giovani, che tra l’altro crescono senza strumenti e istruzioni tra pornografia e violenza. Abbiamo paura, paura di affrontare i corpi, le relazioni, i desideri, i turbamenti, i dubbi, le differenti domande che la crescita comporta. Famiglie che spesso sono disfunzionali, di cattivo esempio, di incoerente modello di riferimento. Quindi, ci affidiamo a linee guida ministeriali che nemmeno sanno dove abitano le linee guida di Oms ma anche della Convenzione di Istanbul. Si va avanti perché un gruppuscolo organizzato nochoice detta la linea in materie tanto delicate. Non ci si affida a professionisti, persone formate che mettono a disposizione saperi e consapevolezza costruite negli anni. Abbiamo paura di accogliere la sapienza, alla ricerca e riflessione femministe che tanto hanno evidenziato la necessità di non affidarsi al caso e all’improvvisazione.
Qualche anno fa, io e Carla Rizzi, siamo state costrette ad abbandonare a metà un semplice percorso di educazione alle differenze in una scuola media. Abbiamo appena iniziato a sfogliare il libro La grammatica la fa.. la differenza edito da Matilda Editrice di Donatella Caione, ed è scoppiato il veto alle lezioni ulteriori previste e approvate dai docenti. La grammatica italiana e la corretta declinazione maschile e femminile fanno paura. Non c’è bisogno di un Ddl per bloccare ogni tentativo di cambiare la cultura e fare prevenzione. E’ sufficiente che si abbia paura delle conseguenze, di smuovere qualcosa. Per cui a scuola era già difficile parlare di certi temi, ora lo sarà forse ancora di più.
Eppure la prevenzione in materia sessuale è fondamentale. Basta guardare l’impennata di malattie sessualmente trasmissibili e di gravidanze precoci tra adolescenti. Non occuparsene è grave. Laicamente e in modo indipendente da qualsiasi pseudo teoria gender.
Bisogna occuparsene, perché i timori non possono fermare le domande, la curiosità, le sfide tipiche delle nuove generazioni. Come intendiamo prevenire la violenza maschile contro le donne? Con inviti a generiche forme di rispetto? A blandi richiami alla responsabilità e consapevolezza? Su che basi dovrebbero orientarsi le e i giovani? Per infusione automatica degli adulti anch’essi inermi e pieni di stereotipi e condizionamenti sociali? Perché i giovani si autoinformano sui social e sul dark web?
Apriamo le porte delle scuole ai centri antiviolenza, ai consultori familiari pubblici. A proposito, sì ci sono ancora professori e dirigenti scolastici che portano le classi in visita ai consultori laici. Sapere, saper fare, saper essere. E lasciarli liberi di porre domande, interrogarsi, dialogare tra pari, farsi promotori e promotrici di altri pensieri, linguaggi, approcci, analisi, saperi. Ripeto, diamo centralità ai corpi sia degli insegnanti che dei e delle studenti. Diamo una nuova forma a ciò che non è mai stato soggetto e oggetto dell’insegnamento. Senza paura di toccare questioni che poi “non sappiamo come gestire”, così mi venne detto una volta. Non è che se tieni il coperchio chiuso, facendo finta di non vedere, la pentola a pressione non scoppierà prima o poi. E con danni e costi sociali della intera comunità veramente grossi e spesso irreparabili.
Non si tratta solo di violenza maschile, che è un fenomeno strutturale che senza investimenti culturali difficilmente eradicheremo. Si tratta di crescere individui che siano capaci di guardare in faccia se stessi, le proprie emozioni, gli stereotipi interiorizzati e intervenire, compiendo scelte sane e non tossiche. Sviluppare il pensiero autonomo e critico è alla base di una crescita equilibrata. Per questo, occorre preservare la scuola da sbandamenti e interessi altri, da parte di chi la vuole assoggettata al potere. L’educazione ha vari volti e aspetti, abbiamo bisogno di scelte coraggiose per far sì che anche le nuove generazioni scelgano a loro volta percorsi di vita e di relazioni differenti da modelli nocivi e pericolosi. Non c’è nulla di più forte del sapere per cambiare davvero le cose e compiere la rivoluzione necessaria delle coscienze e delle relazioni.
“Non si può prevenire la violenza senza promuovere uguaglianza, e non si può costruire uguaglianza senza assumere la prospettiva di genere in ogni politica pubblica. Significa intervenire sulle cause profonde, non solo sugli effetti. ActionAid chiede al Governo e al Parlamento che almeno il 40% delle risorse annuali del Piano antiviolenza sia vincolato alla prevenzione primaria insieme all’adozione di un piano strategico e operativo ad hoc, con risorse certe, obiettivi verificabili e responsabilità condivise. La prevenzione primaria non si può fermare alla necessaria educazione nelle scuole, ma deve coinvolgere le persone di ogni età, con azioni dirette a tutti gli ambiti della vita quotidiana, perché solo un cambiamento culturale può fermare la violenza maschile contro le donne” dichiara Katia Scannavini, Co-Segretaria Generale ActionAid Italia.
