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    Home»Costume e società»Cultura»Film»I colori del tempo
    Film

    I colori del tempo

    Erica ArosioBy Erica Arosio10/11/2025Updated:10/11/2025Nessun commento4 Mins Read
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    di  Cédric Klapisch

    con Susanne Lindon, Abraham Wapler, Julia Piaton, Vincent Macaigne, Zinedine Soualem, Paul Kircher, Vassili Schneider, Sara Giraudeau, Cécile de France

    nelle sale dal  13 novembre

    Cédric Klapisch dirige i suoi film con mano affettuosa e racconta i suoi protagonisti in commedie sentimentali dove non manca mai un po’ di ironia. Diventato famoso con L’appartamento spagnolo in cui metteva in scena i ragazzi dell’Erasmus, ha sempre riservato un’attenzione particolare ai giovani e alle relazioni umane e non solo affettive.

    Non si smentisce in quest’ultima commedia, presentata a Cannes e accolta con grande favore in Francia.

    Guardando I colori del tempo si pensa spesso a Midnight in Paris, il bel film di Woody Allen che faceva viaggiare i suoi protagonisti nel tempo, portandoli dalla Parigi contemporanea alla ville Lumière degli anni d’oro, dall’età del jazz alla Belle époque fino a un passato ancora più remoto. Klapisch ne copia con grazia l’idea.

    Tutto prende inizio da una dimora abbandonata in Normandia, una casa disabitata dal 1944 e miracolosamente risparmiata da furti e vandalismo (e già qui si avverte il sapore della fiaba).

    Un gruppo di persone che non si conoscono viene convocato in uno studio notarile per discutere i termini di  una misteriosa eredità: la società che vuole acquistare il terreno per una speculazione turistica è infatti andata alla ricerca degli “aventi diritto”, riunendo tutti i discendenti in vita di Adèle Meunier, l’antica proprietaria della villa.

    Il folto gruppo di eredi individua quattro persone incaricandole di approfondire la questione e inventariare il contenuto della villa per dare poi una risposta ai compratori. Si forma così una delle tante famiglie d’elezione care a Klapisch perché, anche se in questo caso una remota parentela unisce i protagonisti, sono a tutti gli effetti degli sconosciuti.

    La ricerca si trasforma in un viaggio nel tempo fra la Francia odierna e la Parigi della Belle Epoque, anni in cui l’antenata, Adèle Meunier lasciò la Normandia per Parigi, decisa a ritrovare la madre. I ricordi affiorano, i tasselli del passato prendono vita man mano che i discendenti curiosando fra gli arredi della villa, trovano lettere, dipinti e fotografia che permettono di ricostruire la vita avventurosa dell’antenata, i suoi amori e i suoi incontri. In quegli anni gli incontri portavano il nome di Claude Monet, il meraviglioso pittore delle ninfee col suo giardino a Giverny, del fotografo Nadar che ha immortalato tutti i grandi del periodo o di Sarah Bernhardt, l’attrice di teatro per eccellenza.

    Nel film si respira lo spirito creativo di quel periodo d’oro e si prova nostalgia per il senso di libertà di quegli anni magici in cui il grande rinnovamento dell’arte avrebbe aperto le strade a  tutte le avanguardie del Novecento.

    In un’alternanza fluida fra passato e presente facciamo così la conoscenza degli Impressionisti, agli inizi incompresi e poi osannati, delle loro modelle, delle attrici, di tutti, compreso un galante Victor Hugo. Il film è positivo e vibrante, così come piena di speranza era la Belle Epoque, un periodo in cui fu inventato e scoperto di tutto, dal treno all’elettricità, dal cinema all’arte che si liberava dai dettami del realismo.

    Affascinante la ricostruzione della Montmartre di allora, fra fattorie, caffè e studi di pittori, con tanta gioventù piena di vita e tanta arte in cui i protagonisti contemporanei si immedesimano, complice l’Ayahuasca che li catapulta nel 1895.

    Alla fine una favola. Ma una bella favola in cui il passato si fonde col presente, spingendoci a  sognare (contro tutto e tutti) un magnifico futuro. Un po’ di ottimismo in questi tempi grami non guasta.

    Una notazione sul cast, dove spiccano alcuni figli d’arte: la protagonista, brava, sentiremo parlare ancora di leio, è Susanne Lindon, figlia di Vincent, la madre è Sara Giraudeau, figlia del compianto Bernard, Sarah Bernhardt è Philippine Leroy-Beaulieu, figlia di Philippe Leroy. In un bel ruolo Cécile de France. C’è poi il simpatico Vincent Macaigne, diventato famoso con la serie Chiami il mio agente.

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    Erica Arosio

    Erica Arosio, milanese, una laurea in filosofia, giornalista, scrittrice, critico cinematografico, è mamma di due figli meravigliosi, Mimosa e Leono. è stata a lungo responsabile delle sezioni cultura e spettacolo del settimanale «Gioia» e ha curato per vari anni la rubrica cinema di «Radio Popolare». Autrice di una biografia su Marilyn (1989 Multiplo, poi 2013 Feltrinelli Real cinema, in cofanetto con il dvd «Love, Marilyn»), ha collaborato a varie testate, fra cui «la Repubblica» e «Il Giorno». Nel 2012 esce il suo primo romanzo, “L’uomo sbagliato” (La Tartaruga, poi Baldini & Castoldi, 2014). Con Giorgio Maimone scrive una serie di gialli ambientati nella Milano degli anni 50 e 60: “Vertigine” (Baldini & Castoldi, 2013), “Non mi dire chi sei”, “Cinemascope” , “Juke-box” e il racconto “Autarchia” nell’antologia “Ritratto dell’investigatore da piccolo” (tutti per Tea), “Macerie” (2022, Mursia), “Mannequin” (2023, Mursia) Sempre con Giorgio Maimone ha scritto “L’Amour Gourmet” (Mondadori, 2014), un romanzo sentimentale ambientato nella Milano degli anni Ottanta, il mémoire sul ’68 “A rincorrere il vento” (2018, Morellini) e i gialli ambientati in Liguria “Delitti all’ombra dell’ultimo sole” (2020, Frilli) e “La lista di Adele” (2021, Frilli). A gennaio 2024 è uscita l’audioserie originale Faccia d’angelo, storia di Felice Maniero e della mala del Brenta, disponibile sulle principali piattaforme. E’ autrice di ”Carne e nuvole” (Morellini, 2018) una raccolta di 101 racconti brevi e della favola ”La bambina che dipingeva le foglie” (Albe edizioni, 2019). Ha pubblicato diversi racconti in antologie collettive ed è fra gli autori in Delitti di lago 3, 4 e 5 (Morellini editore).

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