di Cédric Klapisch
con Susanne Lindon, Abraham Wapler, Julia Piaton, Vincent Macaigne, Zinedine Soualem, Paul Kircher, Vassili Schneider, Sara Giraudeau, Cécile de France
nelle sale dal 13 novembre
Cédric Klapisch dirige i suoi film con mano affettuosa e racconta i suoi protagonisti in commedie sentimentali dove non manca mai un po’ di ironia. Diventato famoso con L’appartamento spagnolo in cui metteva in scena i ragazzi dell’Erasmus, ha sempre riservato un’attenzione particolare ai giovani e alle relazioni umane e non solo affettive.

Non si smentisce in quest’ultima commedia, presentata a Cannes e accolta con grande favore in Francia.
Guardando I colori del tempo si pensa spesso a Midnight in Paris, il bel film di Woody Allen che faceva viaggiare i suoi protagonisti nel tempo, portandoli dalla Parigi contemporanea alla ville Lumière degli anni d’oro, dall’età del jazz alla Belle époque fino a un passato ancora più remoto. Klapisch ne copia con grazia l’idea.

Tutto prende inizio da una dimora abbandonata in Normandia, una casa disabitata dal 1944 e miracolosamente risparmiata da furti e vandalismo (e già qui si avverte il sapore della fiaba).
Un gruppo di persone che non si conoscono viene convocato in uno studio notarile per discutere i termini di una misteriosa eredità: la società che vuole acquistare il terreno per una speculazione turistica è infatti andata alla ricerca degli “aventi diritto”, riunendo tutti i discendenti in vita di Adèle Meunier, l’antica proprietaria della villa.

Il folto gruppo di eredi individua quattro persone incaricandole di approfondire la questione e inventariare il contenuto della villa per dare poi una risposta ai compratori. Si forma così una delle tante famiglie d’elezione care a Klapisch perché, anche se in questo caso una remota parentela unisce i protagonisti, sono a tutti gli effetti degli sconosciuti.
La ricerca si trasforma in un viaggio nel tempo fra la Francia odierna e la Parigi della Belle Epoque, anni in cui l’antenata, Adèle Meunier lasciò la Normandia per Parigi, decisa a ritrovare la madre. I ricordi affiorano, i tasselli del passato prendono vita man mano che i discendenti curiosando fra gli arredi della villa, trovano lettere, dipinti e fotografia che permettono di ricostruire la vita avventurosa dell’antenata, i suoi amori e i suoi incontri. In quegli anni gli incontri portavano il nome di Claude Monet, il meraviglioso pittore delle ninfee col suo giardino a Giverny, del fotografo Nadar che ha immortalato tutti i grandi del periodo o di Sarah Bernhardt, l’attrice di teatro per eccellenza.

Nel film si respira lo spirito creativo di quel periodo d’oro e si prova nostalgia per il senso di libertà di quegli anni magici in cui il grande rinnovamento dell’arte avrebbe aperto le strade a tutte le avanguardie del Novecento.
In un’alternanza fluida fra passato e presente facciamo così la conoscenza degli Impressionisti, agli inizi incompresi e poi osannati, delle loro modelle, delle attrici, di tutti, compreso un galante Victor Hugo. Il film è positivo e vibrante, così come piena di speranza era la Belle Epoque, un periodo in cui fu inventato e scoperto di tutto, dal treno all’elettricità, dal cinema all’arte che si liberava dai dettami del realismo.

Affascinante la ricostruzione della Montmartre di allora, fra fattorie, caffè e studi di pittori, con tanta gioventù piena di vita e tanta arte in cui i protagonisti contemporanei si immedesimano, complice l’Ayahuasca che li catapulta nel 1895.
Alla fine una favola. Ma una bella favola in cui il passato si fonde col presente, spingendoci a sognare (contro tutto e tutti) un magnifico futuro. Un po’ di ottimismo in questi tempi grami non guasta.

Una notazione sul cast, dove spiccano alcuni figli d’arte: la protagonista, brava, sentiremo parlare ancora di leio, è Susanne Lindon, figlia di Vincent, la madre è Sara Giraudeau, figlia del compianto Bernard, Sarah Bernhardt è Philippine Leroy-Beaulieu, figlia di Philippe Leroy. In un bel ruolo Cécile de France. C’è poi il simpatico Vincent Macaigne, diventato famoso con la serie Chiami il mio agente.
