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    Home»"D" come Donna»Out of Africa
    "D" come Donna

    Out of Africa

    DolsBy Dols25/09/2025Updated:25/09/2025Nessun commento10 Mins Read
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    Natura e destino secondo Karen Blixen

    di Mattia Morretta

    Quarant’anni fa il film La mia Africa faceva conoscere al grande pubblico la storia leggendaria di una donna eccentrica e indipendente, diventata scrittrice in età matura, novella Sheherazade di un santuario terrestre tragico e magico, distante dai consueti canoni europei.

    “Avevo una fattoria in Africa ai piedi degli altipiani del Ngong. Centocinquanta chilometri più a nord passava l’equatore; eravamo a milleottocento metri sul livello del mare. Di giorno si percepiva di essere in alto, vicino al sole, ma i mattini, come le sere, erano limpidi e calmi, e di notte faceva freddo”.
    Così il lirico inizio del romanzo cha ha dato fama internazionale a Karen Blixen, anche o soprattutto in virtù del film del 1985 diretto da Sydney Pollack, interpretato da Meryl Streep e Robert Redford, premiato con sette Oscar e tre Golden Globe. La prima edizione dell’opera col titolo Out of Africa risaliva al 1937, tre anni dopo il tardivo esordio letterario con Sette storie gotiche, pubblicato in America (perché rifiutato in Europa) con lo pseudonimo di Isak Dinesen. All’epoca della pellicola Karen Christentze Dinesen, nata il 17 aprile 1885 in Danimarca, era già deceduta in Patria da oltre due decenni, il 7 settembre 1962.

    Pressoché apolitica e disinteressata all’analisi storica, da pittrice qual era aveva saputo dipingere uno dei ritratti più intensi e partecipi del continente africano, del suo ambiente naturale e delle sue popolazioni, grazie a un soggiorno quasi ventennale in Kenya. Certo, la posizione geografica e l’altitudine contribuivano a creare uno scenario unico, ove i colori, asciutti e arsi, parevano di terracotta, con alberi alti e solitari dal fogliame delicato e leggero, simili a navi pronte a partire con le vele non ancora spiegate. Nelle sconfinate pianure spineti nudi e torti, nelle paludi il pungente odore del timo e del mirto, fiori piccini, tranne all’inizio delle imponenti piogge, quando spuntavano gigli monumentali e odorosi: “Il respiro del panorama era immenso. Ogni cosa dava un senso di grandezza, di libertà, di nobiltà suprema”.

    Da ragazza Tanne, come era chiamata in famiglia, aveva desiderato appartenere all’aristocrazia e si era innamorata non ricambiata di un cugino svedese, il barone Hans von Blixen-Finecke, il miglior cavallerizzo di Svezia, sposandone dopo amare delusioni il fratello gemello Bror, pessimo affarista, dedito ai safari di caccia e spregiudicato (non a caso deceduto nel 1946 in un incidente d’auto). All’inizio del 1914 la coppia, col sostegno economico dei parenti, aveva avviato nei pressi di Nairobi il progetto di una piantagione di caffè, poi naufragato insieme al matrimonio. Il marito, adultero seriale e nomade, le aveva nel frattempo trasmesso la sifilide, resa ospite fissa da cure sbagliate e veleni usati per il trattamento.

    In compenso laggiù la baronessa Blixen (titolo conservato da divorziata) aveva conosciuto l’amore consono alla sua intelligenza estrosa, Denys Finch Hatton, proprietario di una fattoria che produceva lino, di antica famiglia inglese e aspetto da poeta, cacciatore di leoni e guida nei safari, morto precipitando col suo piccolo aereo nel maggio 1931, a tredici anni dal loro incontro e tre mesi prima del già fissato abbandono definitivo dell’Africa. In omaggio alla sua tempra felina, era stato sepolto sulle colline del Ngong sotto una pietra priva di iscrizioni, con al dito l’anello che aveva regalato a Karen ma le aveva chiesto indietro temendo finisse donato agli indigeni.

    L’aspirazione alla condizione nobile non era stata per l’inquieta Dinesen un vezzo, bensì l’esigenza profonda di prendere le distanze da obblighi e ipocrisie delle ricche famiglie borghesi, ingessate nel calco della rispettabilità e delle regole. Perché desiderava l’eccezione e l’indipendenza da una civiltà in fondo violenta e distruttiva dietro le apparenze di correttezza e moralità. Una parte poteva aver giocato l’affetto per il padre, che si era suicidato impiccandosi, forse malato di sifilide, quando lei aveva dieci anni.


    Ambire alla nobilità equivaleva alla possibilità di trasgredire il fine legittimo delle passioni sancito da convenzioni e leggi, come concesso agli dei e ai giovani nell’antichità classica, invocando il diritto a sbagliare e persino fallire, restando, pur decaduti e poveri, “al di sopra” della mediocrità.
    Pertanto aristocrazia significava non badare a spese, produttività e guadagno o profitto, bensì investire generosamente e smisuratamente, mettendo in conto la perdita intrinseca al vivere, ombra proiettata da ciò che crediamo di conquistare, possedere e trattenere.

    Il continente africano d’altro canto le aveva offerto il privilegio di una dimensione originaria ed epica, la quinta mitica e biblica adatta alla sua megalomania, ove lo sguardo poteva spaziare senza riuscire ad abbracciare l’immensità, ampliando sino a svaporarli gli orizzonti mentali e spirituali. Di conseguenza era fisiologico agire in trance in sintonia con la maestosità artistica della terra e del cielo, lasciandosi ispirare dal loro malinconico splendore. Nietzsche non aveva scritto in Al di là del bene e del male che “la natura è, in tutta la sua fertile e indifferente grandiosità, aristocratica”?

    Nella fattoria chiamata Bogani House (ora Museo, a 15 km da Nairobi), animata da cavalli, cani, oche, mentre in lontananza si aggiravano antilopi e leoni, l’eccentrica danese aveva così vissuto un’esistenza feudale d’altri tempi, nella quale da padrona era legata a filo doppio con la servitù, alter ego in ruoli opposti, egualmente in balia di fenomeni estremi, col rischio di virare dalla fortuna alla disgrazia in un baleno, dall’abbondanza alla carestia per un’invasione di cavallette, piogge torrenziali, incendi devastanti. In quel teatro selvaggio e spietato, permeato dal senso del tragico e dell’arcano, lottavano entrambi per conservare la dignità mediante i propri usi e costumi, sostenendo l’immane sforzo di elevarsi e reggere la coscienza dell’impotenza.

    Lo conferma il fatto che gli indigeni somali e masai la chiamavano Luna Nuova e stimavano la sua conoscenza di fiori ed erbe curative, la capacità di cogliere la dimensione magica dei fenomeni, che implica aver fede nel doppio registro del visibile e dell’invisibile, conservare i legami con i morti e gli spiriti, il passato e la tradizione, restando umili come le cose. Al ritorno in nave a Marsiglia il 19 agosto 1931, a quarantasei anni, pesava 15 chili in meno, disseccata da emozioni eccezionali. Dirà poi che non aveva avuto il potere di lasciare l’Africa, era stata l’Africa a ritirarsi, “lentamente e gravemente”.

    Chiudendo il cerchio era dunque rientrata nella casa natale, Rungstedlund, una locanda risalente al Seicento al margine del borgo di Rungsted, sulla costa tra Copenaghen ed Elsinore, con un parco di sedici ettari da lei trasformato nel 1958 in area protetta per uccelli migratori provenienti dal Sud. Oggi è il “Blixen Museet” e la sua sepoltura si trova ai piedi di una collina. Lì aveva ritrovato la durezza della quotidianità in un’abitazione priva di comfort moderni; e a Elsinore, vicino al confine svedese, poteva contare sul castello di Kronborg, detto di Amleto per via della tragedia di Shakespeare ivi ambientata. Gelo e nebbie spettrali, piogge e venti, marosi violenti, sono tuttora lo scenario abituale dei luoghi, con improvvise folgorazioni di luce nei giorni soleggiati.

    Nella fascinosa residenza i pochi oggetti portati dal Kenya, sopravvissuti alla vendita all’asta degli arredi della fattoria, sono la cassapanca con lamine dorate, dono di Farah Aden, il servitore factotum e amico fedele sino all’ultimo; i dischi e i libri, la pendola appartenuta al padre che lei fermava il venerdì per rispetto del giorno di riposo dei domestici musulmani. Senza dimenticare il grammofono (regalo di Denys, portato nei safari per ascoltare Schubert) al cui cospetto Meryl Streep, durante la visita a Rungstedlund, si era commossa.

    Via via Karen era diventata filiforme, un’asciuttezza che faceva risaltare i grandi occhi scuri fosforescenti, il sorriso tra lo sprezzante e l’ironico, la voce rauca per l’abitudine al fumo di sigaretta. Del resto fin da ragazza si era ripromessa di restare disincarnata, elegante fino all’osso, al punto che durante le conferenze negli Stati Uniti negli anni Cinquanta la definivano “una piccola signora scheletrica”. Mangiava pochissimo e faceva chilometri in bicicletta per non prendere l’autobus, arrivando a pesare 38 chili e alla fine 35. Complici le numerose patologie, in particolare un’ulcera che aveva reso necessaria l’asportazione di parte dello stomaco, quindi molti ricoveri e altra chirurgia, per non dire delle amfetamine di giorno e dei sonniferi di notte.

    La sua vocazione narrativa aveva intanto trovato logico sbocco nella scrittura, un talento apprezzato anzitutto da Ernest Hemingway (compagno di safari del marito), tanto da fargli dichiarare, quando aveva ricevuto il Nobel nel 1954, che il premio l’avrebbe meritato lei. Del resto era in grado di esprimersi in diverse lingue, incluso lo swahili imparato in Kenya, e scriveva le sue opere sia in inglese che in danese. Indifferente a ideologie e gusti dominanti, già circondata da cavalli e cani, si era pure impegnata contro la vivisezione e per la realizzazione del santuario degli uccelli.

    Come dimostra Out of Africa, nel suo intimo continuava a splendere il tesoro delle esperienze estatiche vissute con Denys, i cieli stellati primordiali e i panorami magnifici, quegli incontri resi straordinari da lunghi periodi di separazione e attesa, quando la gioia di ritrovarsi poteva ripagare i problemi di sopravvivenza e malattia. Perché li aveva accomunati un’idea letteraria del sentimento, lo sfiorarsi onirico di esseri precari sul fondale gigantesco e drammatico della Natura. Non per nulla lui la chiamava Tania o Titania (la regina degli elfi) e le chiedeva di raccontargli fiabe nordiche emulando Sheherazade.

    Allora Karen aveva imparato ad accettare il destino, padrone da onorare fedelmente per misurare la propria altezza; talché dovremmo chiederci non chi siamo, ma chi serviamo e se il suo livello è consono alla nostra realizzazione. Difatti citava una vecchia favola accompagnata da segni tracciati su un foglio, nella quale un uomo, svegliato da un tremendo rumore, usciva all’aperto e nel buio scivolava in uno stagno, sbagliava strada, cadeva in un fosso e poi rientrava esausto. A quel punto sulla carta si delineava la cicogna che egli vedeva l’indomani aprendo la finestra. Ecco la sorte, un faticoso andirivieni in penombra, che solo al termine, forse, svela una parvenza di coerenza.

    Un’ulteriore lezione viene appresa a conclusione del romanzo il giorno della partenza: possono accadere cose che non riusciamo a concepire, né prima né dopo, e neppure nel momento del loro verificarsi. Le circostanze contengono una forza motrice per cui gli eventi si succedono senza ruolo dell’immaginazione o della comprensione umana. Si mantiene il contatto con gli avvenimenti attimo per attimo, come un cieco che si lascia guidare ignorando la direzione: “Gli animali di un circo, probabilmente, provano la stessa sensazione durante gli spettacoli. Chi vi è passato può dire di aver attraverso la soglia della morte”. Inutile perciò cercare di proteggersi dall’ignoto e dagli assalti del fato, meglio considerarlo amico, perché si è nelle sue mani da sempre.

    Alla stazione di Samburu, mentre viene rifornita d’acqua la locomotiva, Msabu Karen scende dal treno per fare qualche passo sulla piattaforma insieme al fido Farah. A sud-ovest scorge le colline del Ngong, l’onda nobile dei monti si erge sulla terra piatta sotto un azzurro cielo. Ma a quella distanza le vette paiono insignificanti, appena distinguibili: “Il contorno della montagna veniva lentamente ammorbidito e livellato dalla mano della lontananza”.
    Addio, volto rivelato e benedetto della Vita.
    Avevo una fattoria in Africa…

    (comparso anche su Umbria Green Magazine)

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