“La donna brutta” di Eleonora Tarabella

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Persino un’icona del femminismo come la sua amica Simone de Beauvoir l’aveva detto chiaro: è brutta. Ma Violette Leduc la bellezza la ricavava dalle parole e, proprio con l’incoraggiamento della scrittrice, divenne un’autrice di romanzi e racconti apprezzata dai più grandi nomi dell’editoria e della letteratura francese.

Pubblicata al suo esordio da Gallimard nella collana diretta da Albert Camus, e subito lodata da Jean-Paul Sartre, Jean Cocteau e Jean Genet, Violette Leduc riscattò, con i suoi scritti, un passato da figlia (illegittima) di una madre troppo dura, che aveva fortemente minato la sua autostima. E continuò a scrivere con successo di storie immaginate o autobiografiche, mantenendo l’amicizia con la de Beauvoir per tutta la vita.

Nel suo ultimo saggio, La donna brutta, pubblicato in e-book per l’Enciclopedia delle donne, Eleonora Tarabella – esperta di letteratura inglese e autrice di opere critiche dedicate a scrittrici di culto (come Ti dico un segreto. Virginia Woolf e l’amore per le donne, Iacobelli, 2017) – ci svela la Violette Leduc meno conosciuta: la donna che, al di là del successo della sua celebre autobiografia La bastarda, si raccoglieva a scrivere all’aria aperta nella quiete della campagna francese, incurante di tutto, ma soprattutto di non rispecchiare i canoni classici della bellezza.

Virginia Woolf e l'amore per le donneAppena laureata in Lingua e letteratura inglese, hai mostrato un chiaro interesse per l’opera di Virginia Woolf: per approfondirla, hai lavorato come volontaria del National Trust a Monk’s House, la dimora di campagna dei coniugi Woolf, e hai svolto ricerche presso la casa natale di Virginia in Hyde Park Gate a Londra. Oggi, invece, i tuoi studi sono rivolti alla scrittrice francese Violette Leduc. Ci vuoi raccontare le ragioni del tuo ‘passaggio della Manica’?

Una ragione molto semplice: ho visto il film Violette per la regia di Martin Provost e sono rimasta folgorata dalla protagonista: una donna complessa, bistrattata. Ho sentito l’impellenza di occuparmi di lei senza saperne niente. Dal film sono passata ai libri. Prima quelli (pochi, purtroppo), già tradotti in italiano, poi, armata di dizionari di francese, ho studiato tutta la sua opera, compresi i primi articoli che scriveva per la rivista di moda “Pour Elle” che ho tradotto in appendice. Anche per Violette Leduc sono andata direttamente a Faucon, il paese da lei tanto amato e dove ha voluto essere sepolta. Quando mi immergo in un’autrice ho bisogno non solo di affrontare l’apparato critico già esistente su di lei, ma di recarmi fisicamente nei suoi luoghi, di immaginarla mentre mangia, cammina, scrive circondata dall’ambiente che vedeva tutti i giorni. L’ho fatto per Virginia Woolf ma anche per Violette Leduc. Carlo Jansiti, il suo biografo pubblicato da Gallimard, mi ha messo a disposizione anche molto materiale originale. È stato emozionante.

Violette Leduc è stata un personaggio molto tormentato: dopo un’infanzia infelice, oscillò per tutta la vita tra relazioni con donne e matrimoni con uomini, perse il Prix Goncourt per un soffio e morì di tumore al seno. I titoli delle sue autobiografie, La bastarda e La follia in testa, riflettono il suo senso di inadeguatezza e la consapevolezza della sua eccentricità. La letteratura costituì per lei un luogo tranquillo ove rifugiarsi, o rappresentò fedelmente le sofferenze della sua vita?

Direi tutte e due le cose anche se, parlando di rifugio, non lo si può definire “tranquillo”. “Inevitabile”, sì. Maurice Sachs e Simone de Beauvoir si accorsero che la scrittura avrebbe potuto avere una funzione terapeutica per Violette e la spinsero a lavorare. “Andate sotto a un melo e scrivete”, la esortò Sachs. Mentre Beauvoir, ogni volta che la incontrava a cadenza bisettimanale, le chiedeva come prima cosa se avesse lavorato, se avesse prodotto pagine scritte. La letteratura, per Violette Leduc, diventò anche un pegno amoroso nei confronti di Simone de Beauvoir: scrivendo, aveva la possibilità di incontrarla, di parlarle. Certamente gli elementi autobiografici sono molto presenti nell’opera di Violette ma non sempre fedelmente, per usare l’avverbio che hai impiegato tu. Sapeva anche inventare ma restava sempre genuina, onesta con sé stessa nel riportare le proprie sofferenze. “Sempre io in ciò che scrivo”, diceva. E quell’“io” poteva essere finito in clinica per un elettroshock o aver ballato una polka in allegria col sindaco di Faucon.

La donna bruttaIl tuo libro (che è stato citato sul sito ufficiale della scrittrice: https://violetteleduc.net/2019/07/20/parution-la-donna-brutta-par-eleonora-tarabella/) è stato edito in forma digitale da Enciclopedia delle Donne. Ci vuoi parlare di questo progetto?

La donna brutta: vita e scrittura di Violette Leduc è stato stampato in diverse copie cartacee e lo si può trovare o ordinare in tutte le librerie. È disponibile anche in e-book. Quando l’Enciclopedia delle Donne ha accettato di pubblicarlo sono stata felicissima. Il loro progetto è fantastico: andando sul sito enciclopediadelledonne.it si possono consultare diverse voci “enciclopediche” riguardanti moltissime donne che si sono distinte nei campi più svariati. Inoltre l’Enciclopedia svolge attività editoriali pubblicando e promuovendo donne che parlano di donne.

Enciclopedia delle Donne ha pubblicato un’opera in apparenza antitetica alla tua: C’era in Atene una bella donna, di Vittoria Longoni; in realtà il libro, come dice il sottotitolo (Etere, concubine e donne libere nella Grecia antica), descrive la condizione della donna greca. ‘Bellezza’ vs ‘bruttezza’: pensando a un concetto meno letterale e più ampio di ciascun termine, quanto contano, secondo te, questi ‘parametri’ nella vita delle donne di oggi?

Purtroppo, anche pensando alla bellezza e alla bruttezza in senso letterale, questi parametri hanno un peso ancora troppo gravoso nella vita delle donne di oggi. Molte continuano a percepire sé stesse secondo un’ottica maschile e non con uno sguardo proprio. Selfie e social non aiutano, ovviamente. Ampliando però i concetti, mi viene da dire che la bruttezza di Violette Leduc – che in senso lato abbracciava il senso di esclusione da lei stessa alimentato – diveniva bellezza pura quando si metteva a scrivere. Il titolo del mio saggio – La donna brutta – è d’impatto ma Simone de Beauvoir stessa chiamava Leduc “la femme laide” e qualche volta, com’è facile supporre, l’ha fatta soffrire anche se non intenzionalmente. C’è da chiedersi perché una femminista come Beauvoir desse importanza a questa caratteristica fisica ma forse era diventata un’abitudine meccanica – anche se assai negativa – riferirsi in questo modo a Violette Leduc in alcune lettere (certamente non destinate all’amica).

Tra le tue opere, il saggio Oltre il sesso, sulla scrittrice Erica Jong, che hai pubblicato nel 2018 con L’Iguana. Che cosa possiamo fare nostro, oggi, del pensiero di questa scrittrice femminista?

Purtroppo il mio saggio Oltre il sesso riguardante Erica Jong è un progetto non andato a buon fine. Il libro è rimasto nel cassetto della mia scrivania anche se è stato pubblicizzato online. Non esiste fisicamente né è possibile scaricarlo in rete. A causa di problemi tecnici, L’Iguana editrice ha scelto di pubblicare la mia raccolta di racconti La Voyeuse. Quella sì che esiste! Parlando di Erica Jong, molto del suo pensiero può essere fatto nostro. Basti osservare le sue continue lotte per i diritti delle donne. Erica è un caterpillar: va in giro per il mondo a parlare di femminismo senza risparmiarsi, nonostante le fatiche dell’età che avanza e, come donna statunitense, esprime continuamente tutta la propria indignazione contro Trump. Il mio libro non pubblicato parla di Erica decostruendone l’immagine di “puttana della letteratura” che purtroppo l’ha perseguitata a causa di Paura di Volare. Mi sono occupata anche delle sue poesie che in Italia non sono molto conosciute. Peccato sia rimasto tutto lì.

Hai in cantiere altri progetti di critica letteraria, naturalmente su donne speciali?

Sì, ho in cantiere un altro progetto. Diciamo che è già parecchio avviato. È un ritorno indiretto a Virginia Woolf passando per Victoria Ocampo. Ma non voglio rivelare troppo… Non si sa mai…

Foto in b/n di Violette Leduc: fonte https://www.nziff.co.nz/2014/archive/violette-leduc-in-pursuit-of-love/

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Profilo Autore

Chiara Santoianni

Chiara Santoianni, scrittrice, giornalista, counselor e docente, pubblica dal 1984 e ha collaborato a numerosi quotidiani e periodici italiani. È autrice del saggio Popular music e comunicazioni di massa (ESI, 1993), del manuale Sicurezza informatica a 360° (Edizioni Master, 2003), del libro per ragazzi Preso nella Rete (Sesat Edizioni, 2012). Ha scritto inoltre il romanzo umoristico Il lavoro più (in)adatto a una donna (Cento Autori, 2011) e i romanzi di chick lit Il diario di Lara (ARPANet, 2009), Provaci ancora, Lara! (ARPANet, 2012) − vincitori delle edizioni 2008 e 2012 del concorso ChickCult −, Cocktail di cuori e Missione a Manhattan (Cento Autori, 2015 e 2016). È autrice e curatrice della raccolta di racconti di chick lit Volevo fare la casalinga (e invece sono una donna in carriera) (Albus 2012) e, dal 2015, della collana di Cento Autori "A cuor leggero". Inoltre, è autrice delle guide turistiche Enogastronomia, Turismo Balneare, Turismo Giovanile, Turismo Enogastronomico (Electa Napoli, 2004-2006); co-autrice delle guide di viaggio Pacific Coast (Edimar, 1999) e Napoli. Costa e isole (De Agostini, 2002). Suoi racconti sono contenuti nei volumi collettivi Lavoro in corso (Albus Edizioni, 2008), Timing semiserio per un matrimonio quasi perfetto (ARPANet, 2011), Non proprio così (Giulio Perrone, 2011), ManifestAmi (2013). Ha scritto per anni la rubrica Numerando per la rivista d’informatica “Internet Magazine”. Ha inoltre ideato e realizzato il sito web Chiara’s Angels − finalista al Premio DonnaèWeb e all’Italian eContent Award 2006 − e il blog di recensioni librarie Spazio Autrici. La sua passione, oltre alla scrittura, è la tecnologia in tutte le sue forme.

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