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Il nero come inizio e non come fine
Nel nero profondo, l’ ”antiromanzo'' di Mariella Soldo, nuova giovane scrittrice lucana.
NEL NERO PROFONDO,
ARDUINO SACCO EDITORE

Sulla copertina il suo stesso volto, intenso, chino come su un immaginario guanciale. Copertina rigorosamente nera…
Che già suggerisce, almeno per me, diverse possibili interpretazioni…Dal nero, voglio partire in questo rapido viaggio all’ interno di un romanzo “antiromanzo'',che è dichiaratamente una discesa nel nero , quello più profondo.

Nella cultura occidentale, il nero è un colore che spesso ha un’accezione negativa. Lo associamo al lutto, alle tenebre, alla morte, ad uno stato di dolore. Quando pensiamo al nero, immaginiamo un’assenza totale di luce. Il nero è spesso anche legato all’ idea del potere, a forme di crudeltà.  Ma il nero, liberato da questi stereotipi, è anche ALTRO, ha una simbologia positiva. Il nero è anche un colore /non colore dal rigore ascetico, legato all’idea dell’anima. Il nero è una severa, cosciente e introspettiva visione cromatica del mondo.  Non si può prendere coscienza del bianco senza conoscere il nero. Il nero è anche simbolo del principio e della fecondità, rappresenta l’indistinto primordiale, la sintesi universale. La vita, cioè, avrebbe avuto origine dal nero. Il nero del caos come forza generatrice e feconda. Il nero, colore /non colore è così complesso da racchiudere l’intelligenza della costruzione. Jung , e molta parte del pensiero psicanalitico, sottolinea come l’oscurità sia un luogo di “germinazione'', di potenziale origine di qualcosa di nuovo. E anche la natura, ce lo suggerisce. Un chicco, nascosto  nel buio, genera una nuova pianticella.

Qual è l’idea di nero profondo che attraversa queste pagine? Io, direi, entrambe. In questo caso ci troviamo di fronte ad una costruzione artistica e letteraria, ad un’ opera che proprio dal nero profondo è scaturita in tutta la sua inquietante  e seducente bellezza, una germinazione nata da pensieri scomposti e fitti, che non esclude però, il senso del dolore, della morte. Sempre lì, presente, nascosta tra le pieghe dell’anima. Ma una morte quasi sublimatoria, una catarsi che ha un sapore dolce, quella morte che può rappresentare una rinascita, ogni giorno della nostra vita. L’atto creativo è di per sé, una scelta suicida, ma in senso positivo. Si muore dopo aver scritto qualcosa che brucia dentro, per tornare a rinascere e a morire mille altre volte ancora…sulle pagine, nella scrittura. E le pagine, non dimentichiamolo, sono bianche…sono un candore che resta, nonostante il delirio fremente delle parole.

“ Fare del buio una letteratura per pochi eletti'', scrive Mariella. Esiste una vera letteratura che non sia per pochi eletti? Che non contempli un' idea di infinito? Che non sia una sorta di delirante  ossessione? Chi scrive, non deve davvero perdersi per potersi ritrovare?

Questo lavoro di Mariella è complesso e avvolgente come uno scialle nero di pizzo prezioso. Nasce come antiromanzo, per la sua forma frammentaria, non ha una trama , ne suggerisce soltanto una lieve traccia, da seguire solo se si vuole.

In realtà, di esso si può aprire  una pagina qualunque, cominciare a leggere, immergendosi già, in una scrittura che scortica, avvince, taglia come la lama di un bisturi. Una scrittura sinuosa ma anche fortemente e deliberatamente scandita con sicurezza  e precisione.Scuote, provocando un lancinante pulsare del cuore che, perdendosi nelle molteplici sensazioni descritte ed evocate, sembra quasi voler scoppiare. Scrosta le vecchie vernici che ci portiamo appiccicate addosso e ci fa pervenire ad una sorta di nudità che può anche apparirci scomoda…ma che poi, ci affascina, ci mostra la nostra fragilità e la nostra forza …

Perché la vera protagonista di questa discesa nel nero profondo è la stessa scrittura, la poesia…che ti prende con frasi spesso ripetute nel libro, quasi come una litania salmodiante… aveva il mio stesso sentire ed io non ho sentito. Una sintesi perfetta, in queste parole, che fa della scrittura di Mariella Soldo non una prosa poetica, ma un vero e proprio linguaggio tutto suo, integro, rigoroso , che è più affine alla poesia che alla prosa.

Oggi si stampano tanti libri inutili. Pieni di luoghi comuni, di sciatteria linguistica. QUESTO LIBRO ha invece una sua ragione di esistere pienamente, è un lavoro davvero letterario, da inserire in un filone di sperimentazione e degno della massima  attenzione, perchè si muove in territori originali , tutti ancora da calpestare, anche da parte di chi legge.

Un percorso che ha già una ricercata e raffinata identità espressiva, un valore direi anche “sensoriale'', impregnato com’è di corporeità ma anche di spessore interiore, animistico, di mistero e guizzi di leggera follia.

Un linguaggio spesso ardito, che mozza il respiro.  Una parola che trascina con il suo ritmo come una musica ora dissonante, ora più piena, un suono metallico e duro che si stempera in improvvise impennate più melodiose e sognanti. Sogni fuori dal comune che non hanno nulla di stupito, non conoscono la meraviglia, non hanno nulla della retorica del sogno, ma sono, caso mai, una lucida presa d’ atto della realtà, osservata con occhio spesso crudo ma anche onirico, a tratti più lirico, un occhio  “fuori dal coro'', illimitato e aperto alla messa in gioco totale dell’ essere, anche il gioco più scabro e difficile. Una realtà che - di fatto - non esiste, che si contorce in un confine molto umano, quello tra la vitalità più delicata e quasi non raccontabile e il senso della precarietà e della morte. “Per scrivere, dovevamo rubare le parole, rischiare la vita''. Sì, perché la scrittura, quella vera, versata sulle pagine con il sangue, il sudore, con tutto il corpo, è un atto rischioso, che deve rasentare, a volte, il limite estemo, per ritrovare poi, una possibilità di salvezza nel suo stesso rischio.

Per tentare di raccontare la bozza di una trama sotterranea, che si dipana lungo pagine attraenti, che avviluppano come un profumo intenso, dal fondo amaro e dal sentore vibrante e puro dello spleen, di una indescrivibile e struggente malinconia, esso è il racconto appena accennato di un ‘amicizia fatta di impensabili affinità , tra due donne. 

Che non sono personaggi ma “essenze'', come la stessa autrice le definisce. Una poetessa, colta, visceralmente combattiva verso tutto quello che è mediocre, e per questo, tormentata e che non ha nome …ed una “spogliarellista'' decadente, Elettra, un nome che potrebbe anche nascondere un senso volutamente oscurato…una figura tragica della mitologia greca, ripresa da Eschilo e da Sofocle in tragedie sublimi. Il complesso di Elettra è, poi, il contrappunto al femminile di quello Edipo, denota la vita infelice di una fanciulla che ama il proprio padre…(c’è una frase del libro, che non mi è sfuggita… Elettra è una “bambina deformata dal non amore di sua madre errrante). La poetessa viene da una “rivoluzione'' non ben definita, una rivoluzione che come tutte quelle che hanno attraversato la storia, produce uno stato di dittatura, di non libertà. Io penserei a una vera e propria rivoluzione che tocca la “filosofia'' stessa del linguaggio, l’estetica della letteratura. Anche Elettra, con la dozzinale tuta in pvc che ridisegna il suo corpo, con i tacchi a spillo su gambe perfette che feriscono gli uomini, è una creatura paradossalmente generata anch’essa dalla poesia.

Due essenze fluttuanti, in cui si scontrano ombre e luci, anime sempre in bilico, immerse in un paesaggio urbano scioccante e che si immagina degradato. Due amiche che non conoscono la separazione tra corpo e spirito e si muovono, sia pure in modo differente, verso un assoluto che ha quasi una valenza mistica, spirituale, anche se fortemente enigmatica e delirante, un enigma che mai viene svelato dall’ autrice. E’ il mistero stesso della poesia, che ogni cosa contiene e rende sublime…LA POESIA E’ SPORCA DI TUTTO QUELLO CHE NON SI PUO’ DIRE, ama scrivere Mariella.  Una affermazione che condivido alla lettera. Ed è in quel non detto, nel silenzio spesso cosciente dello scrittore, la chiave di lettura di tutto il suo percorso artistico e forse, anche umano. 

Non voglio svelare troppo quello che già è avvolto da un velo, credo, per scelta voluta dell’autrice. La morte volontaria di queste due donne, una fisica, l’altra simbolica, è metafora che sempre ci porta verso il tracciato lacerante del linguaggio. La morte, direi, quasi dolce, descritta con un lirismo meravigliosamente tragico, dell’ amica spogliarellista, figura solo apparentemente antitetica a quella della poetessa, questa spogliarellista che rappresenta la parte più decadente del mondo e ai limiti della vita (mi fa pensare a certe figure di Zola, o a personaggi di grandi film della nouvelle vogue francese….) coinciderà con la cancellazione proprio materiale, sulle pagine del romanzo, della stessa scrittura della poetessa. Un‘altra scelta stilistica, in cui la forma è contenuto, in cui dopo aver sventrato con un coltello la letteratura, essa viene uccisa…

Quello che maggiormente intriga, è - e mi ripeto - una scrittura impregnata di dolente lacerazione, condotta con uno stile di rara bellezza, una scrittura che coinvolge il lettore portandolo a qualche strappo interiore, alla discesa nel suo io più profondo, dove, sperimentando il tormento e la magia della tenebra, forse potrà pervenire ad una luce accecante, al riflesso più puro della realtà.

Il romanzo, o l’antiromanzo, è espressamente dedicato a Rimbaud, poeta simbolista francese e al suo battello ebbro.  Credo, molto importante per la formazione della scrittrice.  Ho ritrovato, sia pure come vaga atmosfera, quel linguaggio vicino alle lattescenze, alla visionarietà, alla sensazione ''spogliata dal senso, tanto presente nel grande poeta e scrittore francese. Questo mio discorso , anch’esso volutamente vago, fatto di cenni e poco organico, vuole lasciare l’ ebbrezza della scoperta ai lettori.

Che si ubriachino di parole, e vivano una sorta di immersione nella liquidità delle lacrime ma anche delle forti e straordinarie emozioni che Mariella riesce a trasmettere. …Io, amo definire questo libro, un PROTOROMANZO, certa come sono che Mariella Soldo, giovanissima,  approderà presto ad altri lavori  anche più organici. E aggiungo che NEL NERO PROFONDO è perfetto anche per una trasposizione teatrale.  L’autrice ha doti introspettive molto marcate, una personalità schiva e profondamente attenta alle impercettibili sfumature degli altri e di se stessa,un folle amore per la lettura e una dedizione alla letteratura come forma massima di espressività… e soprattutto, ha il talento la grandezza  e la “follia'' di una vera scrittrice.

 
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