Elogio dell’oralità: il dialogo e la memoria

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Nella complicatezza di essere donne e uomini cerchiamo di soddisfare tutti i nostri bisogni, di colmare le lacune e di riempire i vuoti. L’atavica paura del vuoto, che si fa vuoto esistenziale, chiede di “riempire” anche con l’esposizione orale.

di Maria Giovanna Farina

Le gloriose gesta degli eroi omerici ci sono state tramandate oralmente e ognuno ha potuto immaginarsele muovendo la propria fantasia, finché un giorno la scrittura le ha “imprigionate” nel bianco e nero dei caratteri imponendo dei limiti, creando argini alla fantasia. Esse restano un’importante testimonianza di come, ascoltandole e raccontandole, tante persone abbiano potuto arricchire la loro immaginazione divertendosi, ma anche superando carenze affettive e relazionali spesso avvertite come vuoto esistenziale. “Non ho progetti, non ho obiettivi da raggiungere. La mia vita è inutile” è una considerazione tipica di chi è imprigionato e non riesce a colmare il vuoto. Il raccontare riempie il vuoto del silenzio arricchendo l’esistenza con argomenti su cui riflettere. Se ascoltiamo il racconto di un tradimento e in quel momento ci sentiamo traditi, è facile trovare un punto di contatto con la storia narrata, è possibile ritrovarsi catapultati nel bel mezzo della trama ed avvertire un’immensa solidarietà con l’interprete, più facilmente se è del nostro stesso sesso. A quel punto diventa possibile seguire le sue orme, ci può apparire come modello e apripista per un cambiamento risolutivo della nostra vicenda personale.

flavio lappoChe cosa ci è accaduto? Ci siamo fatti plagiare da un personaggio seducente? No, con molta probabilità abbiamo adottato una decisione tanto desiderata ma troppo difficile da prendere: l’incontro con l’esperienza altrui ha creato un dialogo interiore tra noi e le nostre difficoltà. Da questo fertile incontro è nata la forza necessaria per la svolta, per una nuova visione della realtà fuori e dentro di noi. Ora realizzare il cambiamento ci sembra una possibilità di più facile attuazione, semplicemente siamo pronti ad affrontarne le diverse possibili conseguenze.

Un grande merito nello sviluppo della capacità d’ascolto lo dobbiamo alla radio e agli argomenti che diffonde. Anche se l’evoluzione tecnologica consente in tanti casi la “radio visione” che muta il nostro rapporto con il mezzo, il sentire la voce senza vedere alcuna immagine ci permette di fantasticare, di immaginarci non solo il volto di chi narra ma di rappresentarci i personaggi e le situazioni in modo personale. Ecco come l’ascoltare, a qualsiasi età, sia un utile allenamento per la fantasia, indispensabile facoltà della mente per una maggiore apertura sul mondo. Chi ha fantasia non rimane chiuso nel recinto di una vita stereotipata e di conseguenza non accetta passivamente i soprusi. Chi sviluppa la fantasia accresce parallelamente la propria intelligenza e sappiamo come un’intelligenza attiva sia il miglior rimedio per districarsi tra le difficoltà di tutti i giorni. Raccontare ai bambini storie dal contenuto autobiografico, penso a tutti i papà e le mamme, le nonne e i nonni che narrano, è salvaguardare un patrimonio culturale dall’oblio della dispersione. Trasmettere ai figli e ai nipoti le proprie avventure diventa un momento di confronto, un modo per tramandare un bagaglio culturale di esperienze da prendere in considerazione anche in modo critico. Ecco entrare in gioco la Filosofia con il ruolo di custode della memoria: raccogliendo ciò che i filosofi hanno elaborato nel corso dei secoli diviene autobiografia di sé stessa, storia dell’uomo che si interroga. Mnemosyne, dea greca della memoria e madre originaria del ricordare, vive con la Filosofia una relazione di intima amicizia. Mi piace immaginare Mnemosyne come una giovane donna con occhi che non dimenticano. La memoria sa essere immortale se la aiutiamo nel suo lavoro quotidiano, se non la lasciamo mai sola a crogiolarsi tra brutti ricordi, se diventiamo testimoni della nostra e altrui esistenza. Non dovrà mai più essere detto “Noi siamo un segno non significante…quasi abbiamo perduto nell’esilio il linguaggio”. Questo verso toccante nella sua tragicità, tratto dalla poesia Mnemosyne del poeta Holderlin (1770-1843), è dedicato alla memoria dimenticata di un’umanità, di cui fa parte anche l’autore, che non ha lasciato testimonianza di sé.

Memoria e Filosofia sono due amiche inseparabili: Memoria rimane giovane ed efficiente grazie all’allenamento mentale a cui è sottoposta incessantemente da Filosofia; Filosofia non potrebbe esistere senza Memoria, amica e protettrice di tutte le sue riflessioni. Flavio Lappo, nel quadro che accompagna questo articolo, ci rappresenta la nascita della memoria come dono, illuminante e prezioso, della dea Mnemosyne all’umanità; nell’immagine l’artista stesso si fa custode, la bottiglia-contenitore in primo piano porta il suo nome, e promotore del ricordare.

La Filosofia per portare a compimento la sua missione contro l’oblio deve mantenere vive le proprie origini, deve rimanere aperta a nuove elaborazioni altrimenti gli sforzi che i filosofi hanno dovuto sostenere per diffondere le loro dottrine si rivelerebbero fatiche vane. Che utilità può avere studiare il pensiero di filosofi vissuti tanto tempo fa senza che tra quell’idea e il nostro modo di pensare non si possa instaurare un dialogo? Il significato originario del termine dialogo è, dal greco, dia leghein (dire attraverso), pertanto se “diciamo attraverso” le nostre parole si muovono tra noi e gli altri rompendo la barriera dell’incomunicabilità per offrirci l’opportunità di parlare con gli altri, degli altri ma allo stesso tempo anche di noi.

In ultima analisi il dialogo con i filosofi del passato si rivela un mezzo idoneo per entrare in contatto con tutte le parti di noi che loro sanno evocare. Ogni filosofo si è occupato di argomenti diversi o ha dato contributi differenti circa lo stesso argomento e se ciò può farci temere di entrare in confusione, in realtà ci dona l’opportunità di scegliere ciò che più s’addice alla nostra visione della vita in riferimento anche al momento storico in cui viviamo. Pensiamo all’uomo, Aristotele (IV sec. a. C.) lo considerava un animale sociale bisognoso e desideroso di vivere in mezzo agli altri per stare bene con se stesso e realizzarsi come cittadino, mentre all’opposto troviamo la concezione di Democrito, vissuto sessant’anni prima, che scorgeva l’origine della felicità nell’autosufficienza e nella capacità di cercare in sé stessi, vedendo l’autosufficienza uno strumento in grado di dominare paura, dolore e tristezza.

Gli opposti ci invitano a ri-cercare il nostro spazio personale, il luogo più idoneo per vivere la nostra esistenza di donne e uomini che si confrontano attraverso le parole.

In immagine: Mnemosyne: la dea della memoria, acrilico su tela di Flavio Lappo, 2019

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Profilo Autore

Maria Giovanna Farina

Maria Giovanna Farina si è laureata in Filosofia con indirizzo psicologico all’Università Statale di Milano. È filosofa, consulente filosofico, analista della comunicazione e autrice di libri per aiutare le persone a risolvere le difficoltà relazionali. Nei suoi testi divulgativi ha affrontato temi quali l'amore, la musica, la violenza di genere, la filosofia insegnata ai bambini, l'ottimismo e la scelta. Studiosa di relazioni umane, è autrice di numerosi articoli e di interviste anche in video fatte ad alcuni tra i più noti personaggi della cultura e dello spettacolo. Impegnata contro la violenza, ha contribuito a far inserire la parola Nonviolenza, in un'unica forma verbale, nella Treccani.it il suo sito www.mariagiovannafarina.it

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