Trasformare lo scarto in “materia prima seconda”

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I POLITICI OGGI DOVREBBERO PARLARE DI ECONOMIA CIRCOLARE E NON PIÙ DI ECONOMIA LINEARE.

di arch. Anna Maria Gismondi
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L’Economia circolare, è un sistema economico in cui circolano idee di rigenerazione, di riciclo, di riuso.
L‘economia circolare è un sistema economico pensato per potersi rigenerare da solo giocando con due tipi di flussi di materiali,  quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e
quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera.
Il nome di “economia circolare” deriva dai meccanismi presenti in alcuni organismi viventi in cui le sostanze nutrienti sono elaborate e utilizzate, per poi essere reimmesse nel ciclo sia biologico che tecnico.
I sistemi economici secondo l’economia circolare, dovrebbero imitare questo concetto di “ciclo chiuso” o “rigenerativo.
I maggiori obiettivi dell’economia circolare sono l’estensione della vita dei prodotti, la produzione di beni di lunga durata, le attività di ricondizionamento e la riduzione della produzione di rifiuti.
In sintesi, l’economia circolare mira a vendere servizi piuttosto che prodotti.
Secondo l’economia circolare i rifiuti sono “cibo”, sono nutrienti, quindi in un certo senso non esistono.
Se intendiamo un prodotto come assemblamento di componenti biologici e tecnici, allora esso deve essere progettato in modo da inserirsi perfettamente all’interno di un ciclo dei materiali, progettato per lo smontaggio e ri-proposizione, senza produrre scarti.
Rispettivamente, i componenti biologici in una economia circolare devono essere atossici e poter essere semplicemente compostati.
Quello tecnici – polimeri, leghe e altri materiali artificiali – saranno a loro volta progettati per essere utilizzati di nuovo, con il minimo dispendio di energia.
Per meglio capire come si articola l’economia circolare bisogna innanzitutto spiegare quali sono i tre pilastri su cui è fondata.

1) Il primo fondamento è quello di riscoprire i giacimenti di materia scartata come fonte di materia, limitando quanto possibile il processamento.
Si tratta dunque di prendere tutto quello che buttiamo, sia nel privato che nel mondo industriale e reintrodurlo in cicli di produzione.
Come in natura, dove nulla viene sprecato e ogni scarto diventa elemento nutriente di un altro organismo, lo stesso deve accadere nella produzione, dall’agricoltura all’industria attraverso riciclo, riuso, gestione degli output produttivi, rigenerazione.
Tutte pratiche fondamentali per trasformare lo scarto in “materia prima seconda”.
Il luogo di eccellenza per “l’estrazione” di questa materia prima seconda sono le città che diventano nuovi giacimenti (urbani) dove attingere per produrre nuovi beni materiali.
Quando guardate ai bidoni della raccolta differenziata, nell’economia circolare, non dovete più pensare al concetto di “rifiuto” ma ad un sistema di estrazione di materia di cui voi siete i minatori inconsapevoli.
Al di la del classico riciclo di plastica, carta e vetro, oggi ci sono “riciclerie” centri di recupero rifiuti che ospitano artigiani e artisti che riadattano e riusano materiali scartati per fare oggetti nuovi e venderli.
In Italia sono noti il centro di Ri-Uso di Capannori e il C.R.E.A., il Centro Riuso ed Educazione Ambientale di Pergine Valsugana, in Trentino.
Ecopneus è uno dei consorzi di raccolta rifiuti, nello specifico Pneumatici fuori uso, più moderni efficienti. Dalle gomme non più utilizzabili riescono a ricavare isolanti acustici, granulato per pavimentazioni per campi sportivi e gioco, materiale per l’edilizia e prossimamente, grazie alla rivulcanizzazione anche nuovi pneumatici.
Una start-up di Rovereto, la Eco-Sistemi, insediata dentro Progetto Manifattura, l’hub della green e circular economy, impiega vecchi tappi delle bottiglie di plastica come carrier negli impianti di depurazione acque, ovvero come “casette” per i batteri che si mangiano lo sporco negli impianti di depurazione.

2) Il secondo principio è legato alla fine dello spreco d’uso del prodotto (unused value), prima ancora di essere scartato.
Magazzini colmi di macchinari in attesa di essere dismessi, scatoloni in cantina pieni di vestiti con scarso valore affettivo inutilizzati, oggetti comprati e usati una volta l’anno.
Un ammortamento inutile di assets il cui valore non è fatto fruttare.
Guardatevi intorno a voi con nuovi occhi e vedrete quanta materia che giace inerte, sprecata, prima di essere definitivamente buttata, dopo non essere stata usata.
Tralasciate magari il peluche, abbandonato, nell’armadio dei ricordi dell’infanzia.
Il resto è solo spreco di materia.
La soluzione? Condividere con altri consumatori e creare processi commerciali dove invece di possedere un oggetto lo si usa come servizio (in inglese si chiama Product-as-a-service).
Di prodotto come servizio sono davanti a tutti.
Un esempio classico usato nella letteratura è quello del car-sharing.
Un’auto di proprietà viene usata per circa il 4% del suo tempo-vita.
Le auto e scooter condivise da servizi come Enjoy, ZigZag, Car2Go, SharenGo invece vengono usate per oltre il 45% del loro tempo vita.
Società come Toyota offrono sistemi di leasing a breve tempo, con possibilità di restituzione o acquisto del mezzo.
Fablab come l’italiano Witlab o shop di tool-sharing (condivisione strumenti) come i toscani Toolsharing.com condividono attrezzature tech e hardware, dalle stampanti 3D e laser alle motoseghe, trapani o persino ruspe.
Si paga a consumo e in aggiunta ci sono servizi aggiuntivi di assistenza e progettazione.
Michelin offe pneumatici in forma di “prodotto-come-servizio”. Grazie a Michelin Solution è possibile prendere in leasing, con un accordo di performance, le gomme.
Dal 2011 Michelin Fleet Solutions ha contrattualizzato oltre 300mila veicoli in oltre 20 paesi europei.
Non cedendo il prodotto, e quindi mantenendo pieno controllo sulle proprie gomme, Michelin può ritirarle in ogni momento quando si stanno per usurare in maniera critica, estendendo così la propria validità tecnica attraverso la ricostruzione o riscolpitura per la rivendita.

3) Il terzo principio è fermare la morte prematura della materia.
Sebbene riciclo e riuso siano strategie fondamentali di recupero della materia, spesso condanniamo a morte – cioè alla dismissione – materia perfettamente sana.
Spesso a rompersi o guastarsi è solo una parte di un oggetto, mentre le restanti componenti rimangono perfettamente funzionanti.
Oppure è la moda a dichiarare morto un vestito o un oggetto di design.
Riparare, upgradare, rivedere le pratiche di obsolescenza programmata, essere fuori dalle mode, sono strategie auspicabili per fermare questo scempio di materia.
Fairphone ad esempio è il primo telefono che è stato disegnato per garantire longevità e riparabilità del prodotto per massimizzare la vita media del prodotto e permettere agli acquirenti di avere un controllo totale sulle modifiche, upgrade e riparazioni.
Invece che cambiare cellulare quando volete una fotocamera o un processore più performante potete cambiare solo un pezzo.
E’ facile da riparare ed è disegnato per essere facilmente disassemblato a fine, vita.
Patagonia, il noto produttore di vestiti sportivi, ha lanciato un progetto che si chiama Worn Wear promuove in tutto il mondo la filosofia “riparare è bello”, dismettendo l’adagio “comprarlo nuovo costa meno.
Nei negozi e ad eventi dedicati si può ricevere assistenza gratuita per la riparazione.
Il semplice gesto di far durare più a lungo i capi che indossiamo, avendone cura e riparandoli quando necessario, consente di non doverne acquistare di nuovi, evitando così di generare le emissioni di CO², la produzione di scarti e di rifiuti, e il consumo di acqua associati ai cicli produttivi del settore tessile.
Se vogliamo salvare la terra ed i suoi abitanti dobbiamo cambiare stile di vita, dobbiamo smettere di possedere e condividere.
Architetto Anna Maria Gisondi

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Dols

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