C’erano una volta uomini, non-uomini e animali

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L’intenzione non è certamente addentrarsi in un’articolata analisi delle differenze tra uomini e animali. Mi piacerebbe raccontarvi qualcosa di simile ad una favola, che ahimè è decisamente reale.
Esistono tre mondi: quello degli uomini, degli animali e infine quello dei non-uomini.

Nel mondo degli uomini –  da intendersi come mondo degli “esseri umani” – i rapporti sono fondati sul rispetto: uomini e donne convivono non condizionandosi, non denigrandosi, non abusando gli uni delle altre e viceversa, nutrendo le relazioni con amore ed empatia e basandole sulla tolleranza e sulla libertà reciproca.
Nel mondo degli animali, spesso anche definite volgarmente “bestie”, si vive rispondendo istintivamente a degli stimoli. Un animale uccide per sopravvivere. Semplicemente non ha modo di agire diversamente.
Conosco però animali empatici, anche se alcuni sono scettici rispetto all’intelligenza e alla sensibilità del mondo animale, e ne riconosco forme di lealtà e solidarietà. In questo mondo ci si accoppia per portare avanti la specie, e alcuni restano insieme per la vita, mentre altri ad ogni stagione si uniscono ad un altro membro del branco. Non sono gelosi, non attuano forme di persecuzione e non seguono che l’istinto. L’esistenza è semplice e il modo di vivere è banalmente funzionale ai pochi bisogni a cui si deve rispondere.
C’è infine un ultimo mondo, agli estremi, inclassificabile. È composto da un nutrito gruppo di ex uomini che hanno scelto consapevolmente di liberarsi di ogni forma di umanità, di ogni traccia di empatia, da ogni puro legame e conservano un unico tratto umano: la razionalità, il calcolo. Vengono spesso scambiati per animali, perché secondo alcuni agirebbero istintivamente nelle loro manifestazioni violente e autoritarie, ma il raptus è per lo più una scusa che serve ad alleggerirli dalla responsabilità di aver agito secondo ragione, come solo gli esseri umani sanno fare.
Nel mondo umano, infatti, vige la razionalità. Ci piace avere degli scopi. Ci piace adoperare mezzi a nostra scelta per poterli conseguire. Altro che raptus. Il disegno è sempre ben preciso.

Cosa succede nella mente di un uomo che uccide?
Escludendo forme di instabilità mentale medicalmente e precedentemente già identificate, l’uomo che uccide sceglie di farlo secondo pensieri ben formulati, premeditando il gesto, e giungendo – razionalmente – alla conclusione che è l’unica soluzione possibile al problema sorto.
Rinuncia, forse per sempre, al sentimento di umanità e al principio fondamentale del rispetto dell’altro.
L’uomo che perseguita una donna lo fa con l’intenzione di farla sentire sotto costante pressione. Lo fa perché non accetta la fine di una relazione e ritiene dunque di avere il diritto di rivalersi su di lei per il torto subito.
Se poi arriva ad uccidere lo fa perché, non essendo riuscito a farle cambiare idea, si avvale del diritto di privarla della sua vita, e talvolta di quella dei figli avuti insieme.
Alla base c’è un’idea di possesso non comune nel mondo animale e che non si riscontra fra gli umani che hanno scelto di vivere secondo la cultura del rispetto e dei sani sentimenti.
La vita si sviluppa naturalmente attorno a rapporti che nascono e si esauriscono.
Quest’ultimo aspetto sfugge agli uomini violenti.
La manipolazione, il bisogno di controllo, l’oggettivazione dell’amato e il senso di possesso che su di esso viene riversato sono solo il sintomo dell’impossibilità di amare. Quest’ultima è la caratteristica principale del mondo non-umano.
La conoscenza dei tre mondi è fondamentale per non confondere uomini con animali, uomini con non-uomini e non-uomini con animali.
Non è così corretto soprannominare i violenti, i maniaci e i persecutori “bestie”.
Se potessero, gli animali avrebbero qualcosa da ridire al riguardo.
E anche gli uomini dall’animo gentile si vergognerebbero all’idea di essere paragonati ai non-uomini. D’altra parte, essi sono una vergogna per il genere umano.

Con questa “favoletta” si potrebbe quindi ammonire chi attribuisce nomi sbagliati alle cose solo per la fretta di chiamarle in qualche modo. Il femminicidio non è un omicidio passionale, non è dettato dall’amore e non va definito raptus.
L’uomo che uccide una donna non è un uomo e offende gli uomini.
Non agisce secondo istinto. Agisce secondo possesso, che è solo l’esito di una errata educazione al sentimento.

 

 

©katerina plotnikova photography

 

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Profilo Autore

26 anni, laureata in Scienze Politiche e di Governo con una tesi sulla tutela comparata dei diritti riproduttivi; ex operatrice volontaria di un centro di primo ascolto per donne vittime di violenza; interessata in particolar modo al tema della violenza domestica (psicologica, sessuale ed economica) e alla tutela del diritto all'interruzione volontaria di gravidanza. In partenza per un anno con il Servizio Volontario Europeo, sognando di diventare operatrice umanitaria.

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