Il tabù della violenza sessuale contro le donne disabili

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Troppa e frequentemente lesiva è la cronaca pertinente ai reati subìti dalle donne in generale, sia che trattasi di (ex) mogli oppure di (ex) fidanzate. Di contro raramente dalla stampa giungono notizie degli stessi reati a danno delle donne disabili, come se si trattasse di donne di serie B e spesso sono persino discriminate dalle stesse concittadine di genere.

 

Allora una riflessione rispettosa va dedicata proprio alle donne disabili offese di reati, sia ristorati dalla giustizia che in attesa di riparazione, come un’esortazione, affinché attingendo tanto dalla propria coscienza quanto dalla propria consapevolezza di persone e quindi di cittadine, trovino la forza e l’autodeterminazione per l’affermazione di sé.

Da qualche lustro di troppo ed esponenzialmente in crescita sta ritornando la misoginia, sospinta da pregiudizi ed istinti bestiali, che parevano morti e sepolti alla fine degli anni settanta. Invece …. invece rieccoli ridestati come l’idra di Lerna, più feroci che mai. Purtroppo molto inchiostro si riversa a fiumi sull’argomento, a torto ed a ragione, senza venirne a capo ancora nel ventunesimo secolo con una giustizia equa e solerte. Ma non di questo si vuole trattare qui, semmai ridare voce e spazio a quante sono tacitate, loro malgrado.

 La violenza sessuale è il reato più grave a danno di una persona, perché avviene contro la sua volontà, riducendola ad oggetto; sconvolge le sue coordinate del mondo e della fiducia verso il prossimo, introvertendo la sua esistenza e riducendo l’orizzonte del futuro; colpisce la sua fisicità, cioè il suo territorio per definizione e mina la sua salute, non di rado con effetti irreversibili. Ancora più devastanti per una donna disabile. Il suo vissuto non di rado è improntato all’anonimato ed alla riservatezza, come assunti comportamentali di un’intera vita dedicata alla coltivazione delle proprie capacità volte all’affermazione tanto professionale che sociale, peraltro nient’affatto riversata all’esibizionismo, men che mai di solito la sua indole propende ad imporre, né ad esporre, né a strumentalizzare i suoi deficit fisici (lo fanno già i suoi detrattori ed i razzisti!!) per un ben inteso ed ammirevole senso di dignità frammisto al pudore.

di stefania lai

di stefania lai

Tutto ciò non avviene per caso. In generale la sua è una fisicità vissuta spesso soltanto con la sintassi della sofferenza, congenita oppure acquisita, attraverso cui di pari passo costruisce ed evolve il senso di sé ed anche, forse soprattutto, della sacralità inviolabile del proprio organismo, la cui base principale è costituita proprio dall’indispensabile pudore. Anche quando la presenza di una malattia viene compensata dalla valorizzazione di altri pregi morali, culturali e spirituali, notoriamente non costituenti né merce di scambio, né baratto corrente, dall’altra parte raramente ottiene degli apprezzamenti professionali e sociali; ancora meno conosce una diversa dimensione fisica, cioè quella della maternità e della possibilità di una famiglia propria, che forse potenzialmente e parzialmente potrebbero risanare gli altri limiti materiali esistenti. Se ciò non avviene, non è conseguenza di un’aprioristica scelta, al contrario è l’esito della discriminazione sociale, machista, persino condivisa dalle concittadine di genere. E secondo la mentalità misogina corrente tornata in auge proprio ed ancora di più  la fisicità della donna disabile è declinata al rango più basso, quello della terra di nessuno, di una zona franca da ogni regola e da ogni limite. Ancora peggiore è la strumentalizzazione del suo stato di portatrice di handicap fisici, ritenendo a torto che tale condizione sia sinonimo di handicap mentale e-o anche di un essere inferiore privo di volontà, di cultura e di status sociale oppure di altro, ed in funzione di tale convinzione usare il discrimine mirato al compimento di reati in uno stato di presunta impunibilità. Quanti retrivi e presunti impuniti, pur tuttavia, persistono prostituendo la loro credibilità con maschere da subdoli devoti di moralità e religiosità d’accatto. E quel che è peggio: quanto silenzio assordante attorno a questi casi!
Come se non bastasse, per una donna disabile, a denuncia presentata con i fatti circostanziati e documentati, il calvario giudiziario è ben peggiore che per gli altri casi. Infatti, non sempre, ma spesso, quegli stessi criteri discriminanti alla base dei reati subìti, secondo  modalità differenti sono fatti propri da taluni inquirenti con una sfilza di argomenti mirati al ritiro della querela (“ma che attrattiva avrà mai con quelle sue condizioni fisiche … non se lo sarà immaginato? ma è sicura? Abbiamo altre priorità, per esempio gli omicidi. Cambi casa, quartiere, ect.”) ed a minare la fiducia di sé, in caso contrario ecco pronto qualsiasi appiglio per l’archiviazione e vanificata ogni opposizione.
Ma c’è dell’altro, cioè la pressione sociale degli impuniti ricorrendo all’attività persecutoria con ogni mezzo: la sottrazione della corrispondenza postale, altre e reiterate violazioni domiciliari con danni ai mobili, agli elettrodomestici, con furti di documentazione fiscale e sanitaria; se trattasi di soggetti “ammanicati” non lesinano le intercettazioni telefoniche, né il boicottaggio di pratiche bancarie e burocratiche proprie della vittima fino a giungere poi alla diffamazione. Evidentemente troppi e più marcati sono gli atti ritorsivi ed intimidatori scatenati a danno della donna disabile vittima, nel vano tentativo di intimorirla, di condizionarla mentalmente e di manipolarle il comportamento, il cui evidente intento è la riduzione al silenzio ed all’isolamento sociale, oltre che criminalizzarla, ribaltando i ruoli. Una diceria, calunniosa o meno o anche peggio si diffonde con tanto maggiore rapidità quanto più incontra bestiali istinti diffusi come un’aspettativa bulimica, senza freni inibitori di nessun tipo, né argini. Come se la prova della propria verità ed innocenza fosse la delegittimazione altrui, semmai è vero il contrario, occorrerebbe sempre porsi il quesito: “qual è l’interesse del calunniatore”, “che la tale o il tale stia forse tentando di tutelare se stessa/o”. La/il criminale confida nell’efficacia manipolatoria della sua diffamazione in ordine ad un presunto ed errato parterre a suo favore per proprio calcolo opportunistico a sua discolpa. La diffamazione è come il potere mediatico, perché esige la spettacolarizzazione ed il suo eccesso, occulta i crimini di alcuni e crea l’artefizio dell’immondo mostro qual non è la vittima: anche questo è pornografia, ad uso di coloro le quali ed i quali in assenza di vita propria vogliono distruggere moralmente l’esistenza altrui. D’altronde ben si sa, che gli scandali sessuali sono montati da chi è privo di ogni ambizione di esemplarità morale forse anche istituzionale. A tale attività mistificatoria screditante la donna disabile e vittima, talvolta si aggiunge il tentativo della carta della pazzia e dell’anormalità psichica. Ma questo non basta ai colpevoli impuniti, giacché vogliono privare la donna disabile della sua identità conquistata più faticosamente rispetto alle altre donne  e della sua rettitudine, riversando il fango che a loro stessi esubera; vogliono privarla del valore migliore della vita, che loro stessi ignorano riversi come sono alle piccinerie, agli infantilismi, alle meschinità ed ai crimini turpi; il loro obiettivo è l’annientamento altrui come prova della loro esistenza, se tale può definirsi una vita sprecata all’insegna del sadismo e della persecuzione. D’altronde vivono come animali da branco, che continuamente devono braccare chiunque capiti loro sotto tiro, meglio se con determinati requisiti atti a garantire l’impunità, secondo la loro mentalità ristretta, ammesso che comunque ne abbiano una.

A questo punto qualcuno obietterebbe trattarsi di contesti e di conseguenze comuni a tutte le donne: obiezione respinta. No, purtroppo tutto è più amplificato per il movente particolare, per l’entità, per il tipo di accanimento usato spesso protratto per anni ed anni, ma soprattutto tenuto conto della particolare soggettività di una donna disabile. Non si sottovaluti, che la conquista del suo spazio sia fisico che esistenziale nel mondo è subordinata alla sua malattia, scandita dalle acutizzazioni, nonché dai tempi di cura dei protocolli medici sottratti alla quotidianità comune e dai limiti oggettivi, materiali. E’ una conquista faticosa, sempre che avvenga, prima molto lungamente ponderata, elaborata e compiuta soltanto in un secondo tempo, quando, cioè ha imparato a conoscersi profondamente, a costruire ed affinare le sue doti lentamente collaudandole nel tempo, in una continua rimessa in discussione del tutto a fronte degli aggravamenti di salute e dei comportamenti discriminatori subìti: altrimenti altro giro, altra corsa di tentativi altrove. E sempre comunque con quell’interrogarsi continuo di quale e quanto stabile sia il suo spazio tanto sudato fino a che arriva lo sconquasso della violenza sessuale a polverizzare il suo territorio.

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Profilo Autore

Patrizia Cordone

Patrizia Cordone- E' un'ex dirigente bancaria, che ha svolto una significativa esperienza anche nel settore librario in qualità di redattrice per testi di saggistica e narrativa presso l'Editrice Bibliografica, Garzanti, Sellerio, Baldini & Castoldi ed il gruppo Il Sole 24 Ore-Pirola. E' assidua lettrice di libri e coltiva le materie umanistiche,  tra cui l’arte e la letteratura, oltre che la storia del novecento, il tutto meglio se declinato al femminile. E' impegnata  in varie attività di volontariato dal genere filantropico a quello culturale".

2 commenti

  1. tutti possono essere vittima di violenza sessuale, belli, brutti, disabili o normodotati

  2. Cassandra D'Eleonora on

    Ma non tutte le vittime sono equiparate allo stesso modo e l’articolo argomenta benissimo questa tesi, mettendo in luce l’emarginazione delle donne disabili anche in sede giudiziaria. Inoltre spiega chiaramente, che quella stessa emarginazione è alla base delle violenze sessuali.

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