Anna de’ Medici

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Questa è la breve storia di una bambina, una Medici, morta adolescente, che non ha fatto in tempo ad affacciarsi completamente alla vita.

Molte le difficoltà per rintracciare qualche frammento di questa esistenza. Sono state proprio queste difficoltà ad avermi convinta che di Anna bisognava parlare, che bisognava seguire le poche tracce e cercare di costruire, se pur sbiadita, una piccola storia. Perché Anna de’ Medici non venga del tutto dimenticata.

Per le donne nobili le tappe esistenziali da ricordare e celebrare sono prevalentemente due, esclusa la nascita che di rado viene salutata con enfasi, gioia e festeggiamenti: la prima è il giorno delle nozze, quando cominciano il compito di “fattrici” di eredi, possibilmente maschi; la seconda è quella della morte, quando il compianto si arricchisce di cerimonie funebri, orazioni e panegirici. Su di Anna quindi sono scarsissime le notizie: la sua è stata una vita breve, appartata, trascorsa soprattutto fra le mura delle dimore medicee a causa della salute cagionevole che l’ha uccisa quando era ancora un’adolescente. Sono le lettere dei suoi congiunti a nominarla, a permetterci di dare un po’ di luce a quella esistenza.

anna-de-mediciAnna de’ Medici nasce il 31 dicembre 1569, è la terzogenita di Francesco I de’ Medici e di Giovanna d’Austria. Prima di lei erano venute al mondo le sorelline Eleonora e Romola, morta dopo pochi giorni; dopo di lei Isabella e Lucrezia, entrambe scomparse a pochi mesi, poi Maria, futura regina di Francia. Solo femmine sembra mettere al mondo l’arciduchessa d’Austria Giovanna d’Asburgo, “incapace” per undici anni di procreare l’atteso erede maschio.
La nascita della piccola Anna lascia la puerpera a letto per un po’, “fresca di parto et assai travagliata dal latte” come Giovanna d’Austria stessa scrive in una lettera indirizzata a Guidobaldo della Rovere. Forse nell’animo della giovane madre si insinua anche una vena di malinconia mista a delusione per questo terzo parto di bambina: sa bene qual è il suo compito e non può ignorare che tutti intorno a lei, primo fra tutti il marito Francesco, aspettano impazienti la nascita di un futuro granduca.

Nel settembre del 1570 le prime preoccupazioni. La piccola, insieme alla sorellina più grande Eleonora, è a Firenze con il nonno Cosimo I; la madre Giovanna, lontana, scrive per sapere le condizioni di salute delle figlie, ha saputo che Eleonora è ammalata, si parla forse di vaiolo o di rosolia. Cosimo I, che è stato un buon padre, affettuoso e presente con figlie e figli, è ora anche un buon nonno: “l’Alt.za V. può stare con l’animo quieto, che non si lasserà opera o diligentia alcuna per la sua buona cura et si farà tutto quello… che sarà possibile con il medesimo amore che farebbe lei stessa se fusse presente”. Anna viene separata dalla sorellina per paura del contagio e per un po’ di tempo viene affidata a una certa donna Isabella perché non si ammali. Cosimo è sempre presente e attento, scrive alla nuora: “la picina sta bene et è in casa donna Isabella e da domane in lá la potrò visitare poi che sino a hora per buon rispetto mene sono astenuto”. Ora che il pericolo è passato (“Già siamo chiari il mal della Leonora non esser né vaiolo né rosolia perché è passato il termine che di ragion si doverria scoprire”) le giornate sembrano trascorrere più serene.
Anna, pur nell’ambito della corte, viene allevata e accudita dalla balia Emilia, moglie di uno dei servitori di Cosimo I, Bastiano. La donna serve con fedeltà la famiglia e, come testimonia Giovanna d’Austria in una lettera al suocero, “in questa nurritura di quella figliuolina s’è portata con quella vigilanza, diligenza,… et amorevolezza possibile, da restarne molto satisfatta”; la granduchessa sente di dover aiutare la sua balia chiedendo a Cosimo di dare alla donna la porzione di un’abitazione perché possa avere una dimora sicura: ”Alt.za m’haverà per iscusata, s’io la prego a farle questa mercede et gratia, della quale sentirei nondimeno molto piacere, per la voluntà ch’io porto alla detta Emilia , com’io penso ancora che faccia v. Alt.za per esser moglie di Bastiano suo buon serv.re, et propostami nel principio da lei per balia”.

Fino ad ora i documenti hanno visto come protagonisti la mamma, il nonno della bambina e qualche esponente di spicco della corte fiorentina. La figura del padre, Francesco I, è piuttosto assente: il matrimonio con Giovanna non è un matrimonio felice, lui preferisce trovarsi lontano dalla famiglia, immerso nei suoi doveri istituzionali, negli interessi culturali e nella storia amorosa con anna-de-medici a coloriBianca Cappello. Appare, fra i documenti d’archivio che riguardano sua figlia Anna, soprattutto quando si tratta di decidere del suo futuro e stabilire alleanze matrimoniali.
La prima proposta viene fatta alla corte d’Asburgo con la quale la famiglia Medici ha già stretti vincoli di parentela. Nel novembre del 1578 Francesco I scrive a Belisario Vinta, suo primo segretario, perché faccia recapitare alla corte austriaca un ritratto di Anna, che ancora non ha compiuto otto anni. Da pochi mesi è morta la moglie Giovanna, il desiderio del granduca è che i legami con la famiglia imperiale vengano ulteriormente rinsaldati dalle nozze fra sua figlia e Carlo, erede di Ferdinando arciduca d’Austria e conte del Tirolo. Nella lettera Francesco I intende rassicurare sulla salute di Anna: “ella non ha male alcuno alli occhi, ne li lagrimano altrimenti, ma perché son molti mesi che cascò, et si percosse il naso, et se li enfiò un poco, che per non esser’ curato da principio bene come cosa di poca importanzia quando è guarito, et quando è ritornato un poco enfiato, et ultimamente che hebbe la rosolia, et la febbre se li asciugò quella poco di materia che vi cadeva, et ritornò come prima, et perché ella non ha maculato il viso, ne altro”. Per far giungere a buon fine le trattative è necessario che arrivi il consenso del re di Spagna. Non si sa se il re abbia negato il suo assenso, sta di fatto che i negoziati si concludono con un nulla di fatto visto che, poco meno di tre anni dopo nel febbraio 1581, Francesco cerca di far sposare la ragazza a un altro partito coronato, Carlo Emanuele I da poco nominato duca di Savoia. Anche in questo caso la trattativa non raggiunge gli esiti sperati.

Di Anna rimane una sola lettera, datata febbraio 1583, inviata al padre in cui si scusa per non aver scritto di suo pugno il testo: “né si maravigli V.A.S. s’io non gli scrivo di mia mano, il che fo a fine, che non mi si muova il sangue dal naso”. È malata la ragazzina e i documenti successivi testimoniano della sua salute precaria. Esattamente un anno dopo il padre Francesco I scrive al fratello cardinale Ferdinando: “Otto o dieci giorni prima che io partissi di Fiorenza si aperse alla Principessa Anna la vena del naso et ne uscì circa tre libre di sangue il quale si fermò et stette otto o x giorni benissimo, talchè noi ce ne venimmo a Pisa et in capo a tre giorni gli si aperse un’altra volta et ne uscì circa cinque libre con lassarla assai stracca, et gli sopragiunse un poco di febre la quale per la debolezza in che l’ha lassata ci da tremere un poco”. È l’11 febbraio 1584, meno di una settimana prima della morte di Anna. Il 17 febbraio Bianca Cappello scrive al cognato Ferdinando annunciando un certo miglioramento nello stato di salute della ragazza.
Ciò rende meno angosciante la lontananza sua e di Francesco I che da Pisa, dove si trovano, si spostano verso Livorno. Due giorni dopo, il 19 febbraio, la sorella Eleonora scrive al padre preoccupata e implorante: “Deve havere inteso V.A. per una di mastro Piero in nel male termine che si trova la Sig.ra P. Anna, ora sipinta da e’ pregi suoi vengo in nome suo a preghar V.A. si contenti innanzi che lei muoia di darli satisfatione di lasciarsi rivedere, e questo gli scrivo per parte sua”. Anna non riesce a scrivere, è in fin di vita e chiede di poter vedere un’ultima volta il padre. Da corte giungono nella stessa giornata messaggi contraddittori. Si afferma che la giovane sta meglio “La Principessa Anna va tutta via migliorando”, salvo poi smentire tutto in un altro foglio e annunciarne la morte improvvisa: “Doppo l’haver scritto è venuto l’aviso della morte della Principessa Anna che ha dato grandissimo travalgio a lor Altezze et particularmente alla Granduchessa [Bianca Cappello] che non travoa luogo perchè son molti giorni che sarebbe voluta andare a Fiorenza, ma il male pareva leggeri fin all’ultimo”. Il giorno successivo è proprio la granduchessa Bianca a scrivere al cognato cardinale:” Io mi trovo così occupta dal dolore, che io sento infinito della perdita c’habbiamo fatto della S.ra Principessa Anna, ch’io non ho parole da narrare a V. S. Ill.ma questo ultimo suo accidente, il quale a me è giunto tanto nuovo, quanto che […] li medici ci havevan data speranza della sua salute.”
Anche il padre Francesco scrive al fratello: “ella è andata sempre migliorando con esser le febre sempre scemate, et variate l’hore et pure hieri i medici mi scrissono, che il miglioramento seguitava, et che la febre era minore, ma in un subito quell’humore se li gettò al cuore, et in questo punto mi scrivono che ella morì hieri alle 20 hore con tutti i sacramenti della chiesa. Il dispiacere che io n’ho sentito è infinito, ma bisogna… accommodarsi al voler di Dio”.

Anna è morta senza aver rivisto suo padre.
Il testo è  tratto dalla ricostruzione storica pubblicata su Memorie nel sito www.toponomasticafemminile.com

 

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Profilo Autore

Barbara belotti

Barbara Belotti ex insegnante di storia dell'arte in un liceo di Roma. Ha partecipato alla stesura di Roma. Percorsi di genere voll. 1-2 (Iacobelli, 2011 e 2013) e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate. È fra le socie fondatrici dell'associazione Toponomastica femminile. Ha collaborato al volume Le Mille e fa parte della commissione toponomastica del comune di Roma.

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