Cristina di Lorena

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Le donne che appartenevano a famiglie dominanti seguivano, per esercitare il potere, strade più complesse e meno dirette , rispetto agli uomini. E’ il caso di Cristina di Lorena.,

di Barbara Belotti e Alessandra Rossi

lorena-lettera-galileoLe donne che appartenevano a famiglie dominanti seguivano, per esercitare il potere, strade più complesse, rispetto agli uomini. Meno frequente era l’azione diretta nel governo politico, più consueto l’esercizio di ruoli politici e sociali cui si affiancavano, in “una dimensione plurima”, “forme alternative del potere nel quale trovavano spazi e funzioni non marginali”. Dal mecenatismo all’assistenza caritatevole, dalla pianificazione di strategie matrimoniali alla costruzione di una solida rete di rapporti e alleanze familiari, per le donne si aprivano percorsi meno usuali che la storiografia a lungo ha ignorato e che le ricerche storiche più recenti hanno cominciato a indagare.

Cristina di Lorena ha avuto modo di agire su entrambi i fronti: il potere politico diretto e le “altre vie”, quelle più informali e meno scontate. Nata nel 1565, da subito la sua vita apparve segnata dalla potente stella della famiglia Medici. La nonna, infatti, era Caterina de’ Medici, la prima regina di Francia del casato fiorentino, una figura chiave per la storia della famiglia e per la storia francese.

Cristina era figlia di Claudia di Valois, morta ancora molto giovane e a sua volta figlia della “regina madre”, l’educazione della piccola erede fu per questo affidata a quella nonna così influente, tenace e raffinata; sembra che Caterina fosse molto affezionata alla nipotina, tanto da lasciarle in eredità una buona parte delle sue sostanze. Fu proprio la nonna a occuparsi delle trattative per il suo matrimonio con Ferdinando I, più grande della fanciulla di quindici anni, che aveva urgente necessità sia di lasciare eredi dopo di lui, sia di allontanare il ricordo degli scossoni assestati alla vita familiare dall’impetuoso amore tra Francesco I e Bianca Cappello, soprattutto dopo la loro morte così misteriosa.
Il desiderio di Ferdinando, uomo già avanti con l’età che aveva senza esitazione e senza rammarico preso le redini del Granducato abbandonando l’abito cardinalizio, era quello di ridare stabilità all’immagine della famiglia e riguadagnare consensi. Cristina di Lorena riuscì ad adempiere perfettamente a questo compito, educata alla perfezione al ruolo che le era stato assegnato. Con sé, al momento del matrimonio celebrato in Francia nel febbraio 1589, la nuova granduchessa portava in dote la cifra considerevole di 600.000 ducati, numerose proprietà e i diritti sul possesso del ducato di Urbino, un altro lascito della potente nonna Caterina, oltre a un’importante rete di relazioni affettive e politiche con la Francia e con mezza Europa.

cristina-di-lorenaA Firenze Cristina giunse l’anno successivo, accolta in modo sfarzoso come spesso accadeva per i matrimoni medicei; durante i festeggiamenti la città divenne per giorni lo scenario di molte produzioni teatrali: ovunque si tenevano commedie, era tutto un fiorire di sfarzo intrecciato alla cultura. Questo fu solo l’inizio di un‘unione felice e prolifica sotto tutti i punti di vista, non ultimo quello della progenie: Cristina e Ferdinando ebbero, infatti, nove tra figli e figlie, condivisero il potere restituendo l’immagine di una coppia solida, capace di raccogliere il favore delle ricche famiglie fiorentine e di percorrere un’attenta politica di consenso e di conciliazione. Fu davvero un momento di ripresa per la famiglia Medici sia dal punto di vista finanziario che da quello amministrativo: il Granduca riguadagnò le redini dello Stato dopo che suo fratello Francesco, più interessato alle scienze e all’alchimia che all’esercizio del potere, lo aveva lasciato nelle mani di molti delegati; Cristina non fu da meno del marito che la volle vicina nelle questioni politiche più importanti e delicate, nel controllo amministrativo dei beni della famiglia e nella gestione delle numerose ville medicee. Scrisse il segretario granducale Lorenzo Usimbardi che Cristina “fece sì con la dissimulazione e patienza sua, che Ferdinando, vinto a poco a poco dall’accorto ossequio di lei […] cominciò a darle il maneggio della casa e famiglia, sgravandosene”.

Eppure a lungo il suo ruolo è stato definito marginale, la sua popolarità una conseguenza indiretta delle capacità di governo del coniuge: “Ben poco ebbe parte in quest’opera riformatrice, pur se poté godere i benefici di una popolarità giuntale di riflesso; di temperamento mediocre in cui avevano ben attecchito spiriti controriformistici, Cristina si dedicò soprattutto alla fondazione di monasteri e conventi, quali ad esempio il monastero della Pace a Firenze e quello delle convertite a Pisa (1610). I riconoscimenti per tale opera non tardarono: Sisto V nel 1589 e Clemente VIII nel 1593 le inviarono la rosa d’oro”. A questo giudizio negativo se ne sono aggiunti altri ben più sfavorevoli che valutano come “nefasto” il suo governo diretto sul Granducato.
Su di lei Ferdinando I sapeva di poter contare: lo aveva dimostrato in vita, lo dimostrò al momento della morte, nel 1609, nominandola tutrice delle figlie e dei figli e reggente per conto del primogenito Cosimo II, non ancora in età per occuparsi dello Stato; in seguito anche il figlio, che mostrava una fisionomia più sbiadita rispetto a quella paterna, nel testamento designò la madre, insieme alla moglie Maria Maddalena d’Austria, reggente del nipote Ferdinando II, ancora troppo piccolo.

A lungo il governo di Cristina di Lorena è stato giudicato il punto di inizio della china discendente del potere mediceo. Le sono state attribuite gravi colpe: inettitudine nel governo e scarso interesse del bene pubblico, spese enormi capaci di impoverire le casse dello Stato, bigottismo e asservimento alla politica papale, soprattutto nella disputa del Ducato di Urbino i cui diritti di successione le erano arrivati per linea diretta dalla nonna Caterina. Più recentemente l’analisi sul suo operato ha cominciato a mutare in favore di un generale riconoscimento delle sue azioni, di una rivalutazione del suo pensiero politico e del ruolo avuto nei primi decenni del XVII secolo, valutazioni che appaiono più coerenti con i giudizi positivi dei suoi contemporanei. C’è da domandarsi quali e quanti pregiudizi abbiano offuscato le opinioni storiche su Cristina di Lorena definita da Filippo Cavriani, medico curante della regina Caterina de’ Medici con licenza di informare il casato toscano delle vicende di Francia, una delle giovani rampolle “più instrutta nei maneggi di Stato” che si potesse trovare.

ruota-perpetuaCristina ci è stata descritta come una donna non particolarmente avvenente ma capace di affascinare: uno dei suoi ritratti più noti, quello dipinto da Scipione Pulzone nel 1590, ci restituisce una figura elegante, dallo sguardo diretto, penetrante e indagatore. Colta e raffinata, era animata da una fede profonda ma anche dalla passione per le scienze. A lei, alla fine del XVII secolo, il matematico, astronomo e scienziato Antonio Santucci dedicò un’incisione dal titolo La ruota perpetua, con la quale era possibile individuare, per ogni giorno dell’anno, il sorgere del Sole, le fasi lunari, la lettera dominicale, il numero aureo e l’epatta. L’immagine è formata da cinque ruote nel cui centro viene raffigurata una sfera armillare mentre alla sommità due figure misurano con il compasso le distanze del Cielo e della Terra.

Seguendo da madre l’educazione della prole, Cristina volle per loro un’istruzione allargata verso ogni sapere, in cui alla formazione classica fossero affiancate la conoscenza delle lingue moderne, la matematica, la cosmografia, la meccanica, le scienze; tra il 1605 e il 1608 fu precettore nella corte fiorentina Galileo Galilei che, guidando nella formazione il giovane Cosimo, ne divenne anche amico. L’interesse della granduchessa verso una cultura moderna, aperta a tutti i campi e di impronta nel complesso liberale e non bigotta, si evidenzia anche in una lettera indirizzatele da Galileo: si tratta di uno scritto di fondamentale importanza in cui lo scienziato intendeva dimostrare l’impossibilità di leggere la natura attraverso i passi della Bibbia. In questa fase della sua vita Galileo aveva bisogno del consenso della cattolica Cristina, consapevole dei rischi cui andava incontro schierandosi in favlettera galileo-lorenaore dell’eliocentrismo: “Leggendosi nelle Sacre lettere, in molti luoghi, che il sole si muove e la terra sta ferma, né potendo la Scrittura mentire o errare, ne seguita per necessaria conseguenza che erronea e dannanda sia la sentenza di chi volesse asserire, il Sole esser per me stesso immobile e mobile la terra…Sopra questa ragione parmi […] non poter mai la Sacra Scrittura mentire, tutta volta che si sia perpetrato il suo vero sentimento. […]. Dal che ne seguita che, qualunque volta alcuno, nell’esporla, volesse fermarsi sempre nel nudo suono literale, potrebbe, errando esso, far apparir nelle Scritture non solo contraddizioni e proposizioni remote dal vero, ma gravi eresie e bestemmie ancora…” scrisse nel 1615 Galileo alla Granduchessa. Egli cercava di separare la Bibbia, per principio infallibile ma unicamente nell’ambito religioso e morale, dall’interpretazione scientifica affermando che “nelle dispute di problemi naturali, non si dovrebbe cominciare dalle autorità di luoghi delle Scritture, ma dalle sensate esperienze e dalle dimostrazioni necessarie”.

Le tesi di Galilei cercavano di salvare, e al tempo stesso limitare, il valore interpretativo delle Sacre Scritture; l’invio della missiva alla Granduchessa presuppone che Galileo riconoscesse a Cristina la capacità di comprendere tematiche tanto importanti quanto scottanti. Egli cercava, forse, l’appoggio di una donna illuminata sì, ma anche di potere e la lettera acquista un po’ il sapore di una richiesta di protezione. Cristina però non poté salvarlo né dal tribunale e dal processo, né dalla condanna.
La potente Granduchessa di Toscana sentì per tutta la vita di essere stata destinata ad alti compiti, sentì l’orgoglio della sua stirpe francese ma accolse in pieno anche quello della corte fiorentina in cui era entrata. Fu una donna dal forte senso del dovere, attenta e partecipe alla vita della sua famiglia – marito, figlie, figli, nipoti – e al tempo stesso consapevole, come scrivono Elisabetta Stumpo e Beatrice Biagioli, “della propria condizione femminile con la conseguente necessità di dover adeguare le proprie decisioni, di volta in volta, a quelle del marito, del figlio o di chi detiene il potere sovrano”.
La storiografia l’ha definita incapace al governo, “di scarso ingegno e di ancor minore capacità politica” eppure rimase al vertice del Granducato a lungo, fino a quando il nipote Ferdinando II, succeduto a Cosimo II, la allontanò dalla corte. Morì nel 1630 nella villa medicea di Castello.

Il testo è tratto dalla ricostruzione storica pubblicata su “Memorie” nel sito www.toponomasticafemminile.com

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Profilo Autore

Barbara belotti

Barbara Belotti ex insegnante di storia dell'arte in un liceo di Roma. Ha partecipato alla stesura di Roma. Percorsi di genere voll. 1-2 (Iacobelli, 2011 e 2013) e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate. È fra le socie fondatrici dell'associazione Toponomastica femminile. Ha collaborato al volume Le Mille e fa parte della commissione toponomastica del comune di Roma.

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