Haiti e gli Zombie

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Diversi anni fa, decisi di andare ad Haiti per staccare dal mondo arabo, la storia sembrava interessante a leggerla su internet, c’era un dittatore, un capo dei ribelli bellissimo, un paese che era stufo di essere sottomesso.

 

di Barbara Schiavulli

 

Diversi anni fa, decisi di andare ad Haiti per staccare dal mondo arabo, la storia sembrava interessante a leggerla su internet, c’era un dittatore, un capo dei ribelli bellissimo, un paese che era stufo di essere sottomesso. Così andai senza sapere che mi sarei trovata a vivere una delle storie più incredibili, intense, forti e pericolose che avessi mai immaginato.
Dopo tre ore che ero arrivata senza sapere neanche bene dove fossi, cucivo la testa di un collega colpito da un machete. Ma non è questo che volevo raccontare, ci fu la rivoluzione, la capitale cadde, il dittatore Aristide fuggì. La sua casa venne saccheggiata, mi ritrovai all’interno a frugare tra le cose di un presidente che tutti odiavano, gli americani erano già passati e avevano preso il materiale sensibile.
C’erano migliaia di libri, un pianoforte, scaffali di documenti che sarebbero andati distrutti perché il popolo non ci avrebbe messo molto ad arrivare e come cavallette a distruggere tutto. Avevo solo bagaglio a mano quindi non potevo salvare nulla. Presi solo delle piccole cose, una copia in francese di Giovanna D’arco del 1871. Scoprii solo dopo che dentro c’era un foglio di carta, una copia numerata di una lettera scritta con una calligrafia decisa firmata De Gaulle. Niente meno che il testamento del generale. Non so perché Aristide lo tenesse lì.
Poi . Lo presi.
Tornai a casa, misi via tutte le cose, e feci una piccola ricerca su quel tessuto. Scoprii che era una potente bandiera voodoo, dedicata a uno spirito e così ancora in piena atmosfera haitiana dove il voodoo regola la vita della gente e in tutta tutta la mia saggezza di non credente, non superstiziosa, non influenzabile, mi sono spaventata, l’ho piegata, incelofanata e l’ho nascosta in un armadio. D’allora ho fatto due traslochi e non l’ho mai riaperta.
Oggi cercavo una bomboletta per pulire il computer, quelle di aria compressa, che di solito ti congelano la mano, avendo sistemato le cose un po’ qua e là o meglio non avendo mai sistemato tutto da quando ho traslocato, stavo controllando dappertutto, quando dal nulla mi è piombato tra le braccia quel pacchetto sigillato. Ho capito subito cosa fosse.
Ho mollato tutto, mi sono seduta sul divano e l’ho aperto. Piano, piano. Senza fretta io, vogliosa e pronta lei. Mi si è parata davanti lucente e bellissima come se il tempo non fosse passato. Invece sono trascorsi 13 anni. Ero felice in quel periodo, ero piena di prospettive e di parole. Sognavo avventure e storie da raccontare.

Ora sul divano nel mio piccolo mondo, guardo questo metro quadro di arte pensando cosa farne. Una parte di me, vorrebbe ributtarla nel suo esilio incelofanato, dimenticarmela ancora per 13 anni “perché non si sa mai e meglio non rischiare”, ma un’altra parte di me, quella scettica, risoluta e impavida, mi ricorda che non ha senso, che un’opera d’arte merita di essere vissuta. Facciamo così adesso la lascio respirare. Domani vedremo che farne. E se stanotte mi bussano gli zombie, taglierò teste…

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