Virginia de’ Medici d’Este

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La storiografia ha per molto tempo liquidato Virginia de’ Medici, figlia illegittima di Cosimo I e di Camilla Martelli, come una posseduta dal demonio o come una pazza: giudizi spietati che hanno nascosto o alterato tutto ciò che di positivo ha realizzato nella vita.

 

 
virginia2Virginia nasce nel 1568, quando ancora suo padre Cosimo e sua madre Camilla non sono sposati; sarà legittimata solo dopo la celebrazione delle loro nozze, nel 1570, per subsequens matrimonium come prevedeva una norma introdotta da Giustiniano nel diritto romano. Anche lei, come tutte le figlie di stirpe nobile, è destinata a nozze combinate, prima con Francesco Sforza conte di Santa Flora poi, dopo il fallimento delle trattative matrimoniali, con Cesare d’Este, figlio di Alfonso marchese di Montecchio.
A pianificare l’alleanza nuziale, in nome della Realpolitik del tempo, ci pensano i fratellastri maggiori, Francesco I e il cardinale Ferdinando, con la complicità di Bianca Cappello, tutti convinti della necessità di trovare accordi e strategie politiche vantaggiose per il granducato toscano. Virginia accetta ubbidiente la volontà della famiglia, ha ben poche alternative e ha visto cosa è capitato alla madre dopo la morte del vecchio Cosimo: rinchiusa forzatamente in convento. Dopo la celebrazione delle nozze il 6 febbraio 1586, la giovane lascia Firenze per affrontare il suo nuovo destino di duchessa di Ferrara, Modena e Reggio, almeno fino al 1598 quando papa Clemente VIII, non riconoscendo il ruolo di Cesare a Signore di Ferrara, riprende il pieno possesso di quei territori e conclude il dominio estense.

Virginia, al suo arrivo, viene accolta con onore e rispetto: “Per la figlia di Cosmo accogli et orna/ — scrive Torquato Tasso — Nobili dame e cavalieri egregi/ […] Perché già seco al suo venir se’n torna/ Schiera da far invidia a’ duci, a’ regi:/ Sì rari ha sempre e sì diversi pregi/ Ove passa, ove giace, ove soggiorna […]”.
Madre prolifica, mette al mondo quattro figlie e sei figli ma i suoi compiti non rimangono confinati al solo ruolo materno. Quando nel 1601 il marito si trova lontano, Virginia assume la reggenza dei territori, come ha fatto altre volte in passato. Dimostra carattere nel difendere l’autonomia di Modena dalle manovre politiche del Podestà, che forse spera di scalare il potere ritenendo il governo della Duchessa meno capace e sollecito, e viene definita nelle cronache del tempo degna erede di suo padre: “[…] per la prima volta che è stata in simili maneggi, governa prudentissimamente, e bene si scorge essere figliuola del gran Cosmo de Medici […]”. Virginia è in attesa del suo ottavo figlio, Niccolò, ma non risparmia le energie e la fatica, “sta su sino a ore dieci di notte a dare audienza, provedere et ispedire per il stato”.

virginia de-mediciUna donna capace, quindi, equilibrata e attenta alla quale il destino però sta riserbando un tragico epilogo.
“Umore malinconico” le viene diagnosticato nel 1608, ma anche precedentemente si erano manifestati disturbi mentali. La sua vita a corte non facile: l’accettazione del matrimonio con un uomo che non le manifesta mai un gesto di affetto e di cortesia, la sopportazione del legame d’amore del marito con la marchesa Bradamante Bevilacqua, le regole imposte dall’etichetta di corte al suo ruolo la fanno sentire “sprezzata non potendo nientissimo”.
All’inizio della primavera del 1608 la corte modenese è tutta concentrata nei preparativi per l’arrivo di Isabella, figlia di Carlo Emanuele I di Savoia e di Caterina Michela d’Asburgo, la sposa del primogenito di Virginia e Cesare. La duchessa vive appartata, sta male, non segue l’organizzazione degli allestimenti e delle decorazioni del palazzo e della città come invece, visto il suo ruolo di madre, avrebbe dovuto fare.

Alle diagnosi dei medici si aggiungono quelle dei religiosi che parlano di possessione demoniaca: come riferisce Giovan Battista Spaccini nelle sue Cronache di Modena, la duchessa viene visitata dal gesuita Padre Girolamo Bondinari che senza mezzi termini le comunica “Madama, mi dispiace a dirvelo, Vostra Altezza è inspiritata”. La reazione della donna è immediata e altrettanto brutale, arriva alle percosse contro il religioso, agli insulti, alle urla e tutta scena non fa che rinforzare il parere e le affermazioni del gesuita. Virginia è assente anche all’arrivo della giovane nuora che giunge scortata, come vuole il suo alto rango, da numerose dame di compagnia: segregata e nascosta almeno fino a quando ci sarà tanta animazione a corte. I “comunicati ufficiali” parlano di indisposizione e febbrette, ma le indiscrezioni cominciano a circolare; l’ambasciatore mediceo scrive che la duchessa Virginia “non si vede mai alla finestra e tutto il dì e la notte fu sentito gridare e piangere ininterrottamente”; pochi mesi dopo aggiunge che è stata visitata da un padre benedettino il quale conferma la possessione: ”ha in sé degli spiriti perché ha sentito tremare la colonna del capo e ha visto tremarle gli occhi e le guance”. Le notizie che giungono a Firenze sono allarmanti e imbarazzanti per la corte medicea.

Si consolida sempre più l’idea che un demone malvagio abbia preso possesso della nobildonna, si arriva addirittura a dargli un nome, Re Azica, entrato nel suo corpo e nella sua mente a causa di qualche stregoneria. Rivela cose incredibili lo spirito maligno: prima di tutto che non è solo in quel povero corpo di donna, perché da oltre venti anni molti demoni se ne sono impossessati, e inoltre che il maleficio ha ingannato tutti facendo passare la possessione demoniaca per disturbi mentali. Lui, Re Azica che parla per bocca di Virginia, si dichiara contrario al sacro vincolo del matrimonio e questa affermazione giustificherebbe l’odio profondo che Virginia prova nei confronti del marito Cesare.
La duchessa non accetta però di essere indemoniata, rifiuta le orazioni, gli esorcismi, le preghiere che dovrebbero liberarla dal maligno, non vuole seguire i consigli del frate benedettino che immagina “una terapia d’urto” per guarirla dal rancore che prova verso il coniuge, basata su un costante, quotidiano e terapeutico ripetersi delle nozze con il duca. Virginia non vuole ragionare, accettare i fatti quindi, secondo il frate, non vuol guarire: è il religioso in prima fila ad affermare che forse lo stato di posseduta è una condizione attraente per lei, uno stato di grazia e di piacere da cui non vuole regredire. Considerata quasi complice del demone, anzi dei demoni, si ritiene che Virginia intenda proseguire nella sua condizione di spiritata.
virginia3Il 18 ottobre del 1608 viene sottoposta a un’indagine scrupolosa dei comportamenti e, richiusa in una stanza, è osservata dal buco della serratura. La vedono denudarsi e, come riportato da Grazia Biondi nel suo Madama mi dispiace a dirvelo, vostra altezza è inspiritata. Demoni ed esorcisti alla corte di Cesare d’Este, la sentono dichiarare “Ben mio, sete pur venuto una volta, sete pur anco bello e rosso” e poco dopo anche “Non avete pur calcagni”: più diavolo di così non si può, ormai la possessione di Virginia è accertata.
Vivrà fino al gennaio 1615 l’infelice duchessa di Modena, considerata sempre meno affetta da disturbi mentali e sempre più vicina agli spiriti malvagi. Si racconta che Virginia abbia continuato a vivere lontana da ogni forma di mondanità, eleganza e raffinatezza, nutrendosi di pane e acqua, coprendosi di povere pezze di lana, ribaltando i ruoli e inchinandosi di fronte a coloro che avrebbero dovuto servirla. Segregata nella corte come figura impresentabile, torna ad avere una dignità solo nel momento delle esequie solenni. Nella sua orazione funebre vengono snocciolate tutte le caratteristiche positive dimostrate in passato (le capacità di governo, l’equilibrio nell’azione politica) che la possessione diabolica ha soffocato. Anzi la sua segregazione viene riletta non come una terribile condizione che l’ha vista a lungo sacrificata, ma come un percorso per raggiungere la pace dopo la morte: “l’aspro e pungente cilicio la ricopre di gloria immortale, la veste preparata di lana ruvida le tesse un chiaro ammanto di sole, … le danze et allegrezze mondane poste in non cale, le riempiono il cuore di giubilo; gli ornamenti donneschi magnanimamente disprezzati gli intessono corone di stelle”.

Forse se non fosse stata la consorte del duca di Modena avrebbe rischiato di essere definita una strega, con conseguenze ancora più tragiche.
Meglio posseduta dal demonio che pazza? Si, la pazzia gettava una terribile ombre sul casato sia mediceo che estense, visto che anche la figlia di Virginia, Laura, soffre degli stessi disturbi; dai malefici del maligno ci si poteva salvare con le preghiere, le intercessioni della Chiesa e dalla volontà divina.
Come scrive Grazia Biondi i tentativi di curare e controllare la malattia illuminano in maniera tragica la cultura di inizio Seicento. Virginia è uscita dagli schemi “di normalità” e la possessione serve “a coprire la pazzia e poi della pazzia a coprire una volontà irriducibile”. Lei non accetta la diagnosi degli spiriti maligni, si ribella a chi la definisce “inspiritata” diventando vittima “dell’ingranaggio del controllo e del disciplinamento”. A lei e alle donne come lei “viceversa, la malattia, letta come possessione diabolica, conferisce, paradossalmente, la possibilità di esprimere senza veli i propri sentimenti. Prima che cali il silenzio.”

Il testo è tratto dalla ricostruzione storica pubblicata su “Memorie” nel sito www.toponomasticafemminile.com

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Profilo Autore

Barbara belotti

Barbara Belotti ex insegnante di storia dell'arte in un liceo di Roma. Ha partecipato alla stesura di Roma. Percorsi di genere voll. 1-2 (Iacobelli, 2011 e 2013) e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate. È fra le socie fondatrici dell'associazione Toponomastica femminile. Ha collaborato al volume Le Mille e fa parte della commissione toponomastica del comune di Roma.

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