Maria e Lucrezia de’ Medici

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Sono due sorelle sfortunate Maria e Lucrezia de’ Medici, entrambe figlie di Cosimo I e Eleonora di Toledo, entrambe amate e seguite con sguardo attento dai genitori. Si sono affacciate alla vita solo per poco: cresciute per affrontare destini degni del loro rango, si sono spente nel fiore degli anni.

di Barbara Belotti

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Maria fu la primogenita di Cosimo I e Eleonora di Toledo. Le venne assegnato il nome delle due nonne, Maria Salviati e María Osorio y Pimentel, come voleva la tradizione.
Per il padre Cosimo la tradizione fu rispettata anche per un altro motivo: Maria era la prima nata e, come accaduto più volte in passato nella famiglia, questo preannunciava la futura nascita di un erede maschio: “Alle 3 dì di questo la S. Duchessa per gratia di N. S. Dio con molta facilità ha expedito el suo parto et dataci in luce una bella figliola della quale oltra il buono esser di S. Ex. siamo restati non men contenti che se fusse stato maschio perchè lei ha seguitato l’ordine di tutte le altre che si sono maritate con la casa nostra da Cosimo Vecchio in qua le quali nel primo parto hanno fatto una figliola et dipoi lo prossimo i maschi e così noi ci rendiamo certi che quest’altro sarà maschio”. La neonata fu affidata alle cure di Maria Salviati che costantemente inviava notizie alla nuora Eleonora e al figlio. Con la prima nipotina e poi con Francesco e Isabella, nati nei due anni successivi, la nonna paterna visse prevalentemente nella Villa di Castello e nella Badia fiesolana, come la stessa Eleonora caldeggiava: “lei [Eleonora di Toledo N.d.R.] teneva non piccola dispiacere che S. S. et detti Sig.ri fig.li stessino di presente in Fiorenza, dove conoscie essere cattivissime aere per loro, così ha preso contentezza non piccola della resolutione fatta per la stanza loro alla Badia di Fiesole, et si rallegra assai che se sia ritrovato un luogo salubre per la sanità loro come dicono essere quello […]”.
L’educazione della piccola Maria fu degna del suo ruolo di principessa: studio delle lingue straniere, lo spagnolo in particolare, cultura umanistica, latino e greco, musica e danza, attività fisica, discipline nelle quali la ragazzina si applicò in maniera diligente; ebbe una particolare predilezione e propensione per il disegno, anche se gli interessi verso l’arte furono coltivati indistintamente nei principi e nelle principesse Medici. Non c’erano fra loro sostanziali differenze nei princìpi educativi, erano tutti e tutte molto amati dai genitori che, quando gli affari politici e di corte lo permettevano, mostrarono una vicinanza non usuale con figli e figlie.
In più occasioni li condussero con loro durante le battute di caccia e di pesca, o nel corso di passeggiate all’aperto o di viaggi ufficiali; la vicinanza si dimostrò anche con l’uso, davvero unico per l’epoca, di pranzare insieme ai figli e alle figlie, cercando di creare un’unità familiare e un calore affettivo sorprendenti. Padre e madre seguirono, anche se spesso a distanza, la crescita dei figli e delle figlie, Cosimo chiedeva notizie sulla salute, Eleonora ordinava calze, vesti, scarpe per ciascuno di loro valutando l’opportunità di quel tessuto o di quelle misure. Quando la piccola Maria espresse a mamma e papà la richiesta di avere un nuovo giocattolo (“La S.ra Donna Maria [de’ Medici] m’ha detto gli scriva gli mandi una bambola et me l’ha replicato poi alla presentia del Duca et della Duchessa miei signori”) il segretario di Cosimo, Lorenzo Pagni, prontamente scrisse al maggiordomo di corte a Firenze, Pierfrancesco Riccio, perché la richiesta della piccola fosse esaudita; l’invio del giocattolo non fu così tempestivo e fu Eleonora a farsi sentire: “Maravigliasi assai la prefata signora Duchessa [Eleonora di Toledo] che la S.V. [Riccio] non habbi mai mandato una bambola a donna Maria [de’ Medici], et vuole che gliene mandi una quanto prima è possibile. […]”.

Maria era considerata “di bellezza rara e di costumi reali” e il padre e madre predisposero per lei un matrimonio di alto rango promettendo la sua mano ad Alfonso II d’Este. Le nozze non furono però mai celebrate. Maria morì a Livorno nel novembre 1557 dopo un periodo di malattia, come testimonia la lettera del padre Cosimo: “Resta che con grandissimo nostro cordoglio vi diciamo come la signora donna Maria nostra figliola primogenita, […] dopo esser stata malata […] di febre, et d’un gravissimo catarro, passò all’altra vita, la cui perdita, et perchè l’amavamo tenerissimamente, et per molti altri respetti, ci hà sommamente afflitto, et pur considerando che da Dio viene ogni cosa, et che lui che ce l’ha tolta, ce l’haveva data, ci quietiamo patientemente à quello che è di sua sola volontà”.
Le relazioni diplomatico-matrimoniali fra la famiglia Medici e la corte Estense, sospese dall’improvvisa scomparsa della giovane Maria, vennero presto riprese con la proposta di sostituire la primogenita con la quintogenita Lucrezia. Le nozze si svolsero nel 1558 a Firenze, in Palazzo Vecchio, ma Lucrezia non lasciò la città perché, appena tredicenne, era ancora troppo giovane. Nata nel 1545, aveva condiviso con sorelle e fratelli la vita di corte e l’educazione umanistica, forse con risultati meno brillanti rispetto alla “saggia” Maria e dando prova di un carattere meno effervescente e brillante rispetto all’altra sorella isabella.
Il giorno delle sue nozze, il 3 luglio, venne organizzato un ricco banchetto al quale parteciparono “110 gentildonne fiorentine, nobili e belle”. I festeggiamenti andarono avanti, sontuosi, per più giorni con mascherate, musiche e danze, caroselli e anche partite di calcio fiorentino, una versione più rude e violenta delle moderne partite calcistiche. Le cronache dicono anche che il matrimonio venne subito consumato nonostante la disapprovazione di Eleonora di Toledo, che riteneva la propria figliola ancora una bambina e non pronta a unirsi sessualmente al marito. Alfonso ripartì tre giorni dopo le nozze e Lucrezia rimase a vivere a Firenze con la sua famiglia fino al 1560 quando, il 17 febbraio, fece il suo ingresso a Ferrara, la nuova città in cui sarebbe vissuta con il titolo di duchessa. Fu accolta con tutti gli onori e con fastosi festeggiamenti duranti più giorni, che non furono da meno di quelli organizzati a Firenze in occasione delle nozze.

lucrezia-de-mediciIl clima festoso di Ferrara per l’arrivo della giovane Medici fu in parte mitigato dal lutto dovuto alla morte di Ercole d’Este, suocero della giovane Lucrezia, che scrive alla sorella Isabella: “Ill.ma Signora sorella e padrona osservantissima, Vostra Signoria mi terrà bene per malcreata perché io non li ho scritto, ma la supplico che mi perdoni perché son tante le feste che si fanno qua che io non ho tempo per niente, e non so che nuove ne li dar di qua, se no che andai a vede l’altra sera la madama [Renata di Valois, sua suocera N.d.R.] che avevo un po’ che male ag[l]i occhi, e tutte quelle signore pensavano che io piangessi el mio suocero, e tutte mi tennono per molto amorosa, e io aspetto a scrivere più a lungo a vostra signoria perché stasera mi verranno a vedere li basciadori di Venetia e subito li scriverò tutte le cerimonie che si faranno”.
Ma anche i festeggiamenti in onore di Lucrezia terminarono e il clima familiare estense si rivelò molto diverso da quello più caldo e partecipato che la giovane sposa era abituata a vivere nella sua famiglia. Soffrì la solitudine, i silenzi della corte ancora in lutto e l’atteggiamento della suocera, Renata di Valois: “Adesso vengo da pigliar licentia da madama mia suocera, che certo mi è stato di molto fastidio. La prima cosa per lei, e poi, vedendo lasciar le signore mie cognate tanto discontente […]”. La giovane Medici, nelle lettere inviate alla sorella Isabella, chiedeva sempre notizie della famiglia, di cosa accadesse a Firenze, voleva conoscere gli aspetti della vita a Palazzo Pitti e della moda che si seguiva in Toscana. In alcune accennò anche al desiderio di un figlio maschio, forse sperando con la gravidanza di trovare la sua giusta collocazione e il riconoscimento nella corte ferrarese. Il figlio non venne mai e non solo a causa della sterilità del marito. Lucrezia morì da lì a poco, nell’aprile del 1561, appena sedicenne, dopo due mesi di malattia e sofferenze. Saputo che la figlia era grave, il duca di Firenze inviò subito un medico per seguirla costantemente. Non ci fu nulla da fare e probabilmente la causa del decesso fu la tisi, la stessa malattia che aveva colpito già la sorella Maria.
La morte precoce della giovane duchessa di Ferrara ispirò, in seguito, il monologo drammatico The last duchess, scritto da Robert Browing nel 1842 e pubblicato nel 1845 nella raccolta Dramatic Romances and Lyrics. Il testo riprese alcune voci, fatte circolare dalle fazioni antimedicee, secondo le quali la morte di Lucrezia poteva essere causata dal veleno usato contro di lei dal marito Alfonso.
Il testo è tratto dalla ricostruzione storica pubblicata su “Memorie” nel sito www.toponomasticafemminile.com

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