Come crème caramel

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La solita scusa del lavoro, della stanchezza, dei casi spinosi e urgenti.

 

«Paola, amore, scusami ma non so che ora farò stasera. Ho una pratica urgente e domani ho un’udienza alle nove. Devo necessariamente chiudere, sai c’è di mezzo un minore, caso delicato.»

«Ma, amore, è il tuo compleanno. Ti sto preparando una sorpresina. Non potevi chiedere al tuo collega di fermarsi, almeno oggi?»

«Non posso Paola, non posso. Rimanderemo i festeggiamenti a fine settimana, e poi lo sai che i compleanni mi mettono la depressione. Un anno che passa, sempre più stanco, le prime rughette, bilanci e sempre bilanci. Ne sono stufo. Dai, vedrai che se sabato é bello ce ne andremo al mare.»

La solita scusa del lavoro, della stanchezza, dei casi spinosi e urgenti.
Ripose il telefono sullo stesso tavolino dove le loro foto erano esposte nella collezione di cornici preziose e d’antiquariato che tutte le amiche le invidiavano. Lei e Fabio lanciavano sorrisi smaglianti e radiosi, Fabio con la solita faccia da impunito e lei progressivamente più grassa. Nella foto più vecchia era in abito da sposa con il bustino che le strizzava la vita e le sue belle spalle tornite e Fabio la teneva in braccio mentre varcavano la soglia di casa. Erano arrivati e avevano trovato gli amici a fare la ola alle tre di notte. Per poco non erano finiti tutti in caserma per schiamazzi notturni, per questo ridevano come matti. Matti e felici. Nella foto più recente, invece, Fabio non riusciva più a cingerle la vita e le appoggiava semplicemente un braccio sulla spalla, in atteggiamento compagnone. Due amici, ecco cosa erano diventati.

Si sentiva una fiacchezza addosso che non le permetteva nemmeno di provare un sentimento forte come la rabbia. Se ne ritornò lemme lemme in cucina. La crostata di fragole troneggiava sull’alzatina. Non aveva ancora finito di decorarla. Ebbe l’impulso di scaraventarla nel bidone della spazzatura o, peggio, di buttare tutto all’aria, di spiaccicare pezzi di torta per la cucina, di sciogliersi in lacrime dense come gocce di crema pasticciera. Un tempo lo aveva fatto, ma poi finiva sempre con la sfacchinata di ripulire i suoi stessi danni. Era solo un modo di aggiungere danno al danno. Ormai gli anni della disperazione erano finiti. Questi erano gli anni della vendetta. Il piano funzionava alla perfezione, peccato troncarlo all’improvviso. Da abile cuoca aveva applicato alla vita i motti della cucina.

«La vendetta è un piatto che si serve freddo», si era detta quando aveva scoperto che Fabio la tradiva. Fabio e il suo debole per le donne. Prima erano state le sue colleghe all’università, poi le segretarie, qualche cliente, qualche donna delle pulizie più avvenente. Scusava tutto con i suoi improvvisi e inderogabili impegni di lavoro, scadenze, udienze, sbalzi d’umore. La prima reazione era stata quella di lasciarlo, ma lui, ogni volta, la convinceva a restare e lei, innamorata, restava. Poi, visto che non ci riusciva, le era venuta in mente l’idea di una vendetta, sottile, disgustosa. Gliela aveva suggerita Fabio stesso, una sera che stranamente guardavano la televisione insieme. Stavano intervistando una donna malata di una disfunzione che la immobilizzava al letto a causa di un sovrappeso che nessun intervento chirurgico era mai riuscito ad arrestare. La donna faticava perfino a parlare e si mostrava alla telecamera in tutte le sue nudità. Un ammasso di carne informe, a tratti granuloso e traballante come un enorme budino, in altri cavernoso come se un indice fosse affondato in un aspic di gelatina.

«Non vorrei essere nei panni di suo marito» aveva osservato Fabio con un sarcasmo che l’aveva fatta vergognare. Nemmeno una donna malata era riuscito a risparmiare. Lui e la sua ossessione per le donne. Quella frase era stata una folgorazione. Lo avrebbe punito con la sua pena del contrappasso, utilizzando proprio quelle doti culinarie che coniugate alla sua bellezza avevano conquistato Fabio nel più classico dei modi. Si era riempita la cucina di ricettari e si era messa a cucinare e mangiare senza risparmiarsi. Anzi, l’obiettivo era quello di diventare una moglie grassa, dalle carni molli e gelatinose, un tronco di quercia informe dove il busto s’innestava sui fianchi senza restringimento e, di profilo, il seno, un tempo prosperoso e alto in contrasto sublime col vitino sottile, si rivelasse in asse perfetto col ventre dilatato. La pappagorgia, tutt’uno con il decolletè che avrebbe continuato a mostrare come ai vecchi tempi quando gli uomini non potevano restarle indifferenti, avrebbe rovinato i tratti perfetti di un viso bello e illuminato da due occhi maliziosi. Solo la malizia sarebbe sopravvissuta di quel tempo. «Caro maritino, non ti sbarazzerai di me così facilmente.»

Il fascinoso avvocato Fabio Signorelli, che a cinquant’anni ancora appariva atletico e fighetto, ora si sarebbe portato al fianco una moglie grassa e traballante, che per quanto spendesse in abbigliamento, gioielli e parrucchiere, avrebbe preservato del passato soltanto la statuarietà, quella di un armadio di legno massello più che di una donna. Al telefono Fabio le aveva chiesto di programmare il fine settimana. Lo avrebbe fatto, si ispirava sempre alle sue parole. Una moglie fedele asseconda il marito. Per ora doveva finire di decorare la torta. Le fragole erano già lavate e tagliate. Le sistemò sulla crema una a una, disponendole lungo il cerchio dall’esterno verso l’interno con meticolosa pazienza. L’attenzione per il decoro, per il bello, per l’equilibrio le era connaturata. Solo in un caso l’aveva tradita, una forma di punizione atroce che infliggeva a Fabio passando attraverso il suo corpo. Ci sono donne che s’ammazzano per amore. Patetico! Ci sono altre che si vendicano con le stesse armi e tradiscono. Ci sono quelle che spendono la vita a piangersi addosso. Stupide, rimangono sole. E le acide, peggio di limoni che non sarebbero mai più riuscite a fare innamorare o a innamorarsi. Lei, invece, gli sarebbe rimasta fedele fino alla morte, sempre al suo fianco, a condividere gli stessi spazi, magari sottraendogliene un poco o tanto. Si sentiva serena. La torta fiammeggiava di un rosso rubino che lo strato di gelatina rendeva lucido e libidinoso. In fondo la gola è da sempre un surrogato della lussuria. Due peccati capitali. Non resistette. Tagliò un pezzo di crostata e godette al fondersi del burro della frolla con il dolce della crema e l’agre della fragola. Non le bastò: si tagliò una seconda fetta. La vendetta sarebbe riuscita meglio. E una terza ancora, complimentandosi con se stessa per la sua bravura nelle arti culinarie. Un tempo era stata brava anche a fare l’amore. Ecco. Ora che ci pensava Fabio le aveva chiesto di programmare il fine settimana. Sarebbero andati al mare e lo avrebbe obbligato a fare l’amore con lei, con quel corpo grasso che profumava di fragola e crema e si muoveva alla cadenza d’un crème caramel. Perfetto: Fabio odiava il crème caramel.

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Profilo Autore

lucia sallustio

BIOGRAFIA Lucia Sallustio (Bari, 1960) risiede a Molfetta. Collaboratrice di varie riviste letterarie, è autrice di racconti e poesie disseminati in numerose antologie. Le proprie liriche sono state ripetutamente premiate in concorsi di poesia nazionali. Nel luglio del 2011 è stato pubblicato il suo primo romanzo breve, La fidanzata di Joe (Faligi- Aosta). Per tale occasione ha inaugurato il blog www.lafidanzatadijoe.wordpress.com. In ottobre 2014 è stata pubblicata la silloge poetica Inter-city (Wip editore- Bari). Nel 2016 è stato pubblicato il romanzo “L’equilibrio imperfetto”(Intermedia edizioni-Orvieto). Cura dal 2009 il sito personale www.luciasallustio.wordpress.com.

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