Eleonora degli Albizzi

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La bellezza di Eleonora degli Albizzi era celebre nella Firenze della seconda metà del XVI secolo.

 

La bellezza di Eleonora degli Albizzi era celebre nella Firenze della seconda metà del XVI secolo.
Fu forse questo a renderla desiderabile agli occhi di Cosimo I de’ Medici, vedovo ormai da qualche anno di Eleonora di Toledo e pronto a godersi una seconda esistenza amorosa; oppure a incantarlo furono il carattere gioioso e la giovane età della ragazza.

eleonora degli albizziFiglia di Luigi degli Albizzi e di Nannina Soderini, Eleonora apparteneva a due casate celebri a Firenze, anche se la posizione economica del padre non era più molto solida. Probabilmente quando Cosimo notò la giovane donna, Eleonora si sentì lusingata dalle attenzioni del signore di Firenze, provò l’ebbrezza del potere, subì il fascino della corte medicea, rimase abbagliata dall’eleganza e dalla raffinatezza di quel mondo inaccessibile fino a poco tempo prima. Il padre Luigi non ostacolò le attenzioni di Cosimo, anzi pensò che quell’unione fosse una manna dal cielo per i suoi problemi finanziari, che la sua famiglia sarebbe tornata in auge e sarebbero terminate tutte le difficoltà. In fondo il duca era vedovo e nulla ostacolava il possibile matrimonio, certo non i 24 anni di differenza fra Cosimo ed Eleonora.
La loro relazione cominciò nel 1565, la giovane rimase presto incinta e nel 1566 nacque una figlia, morta ancora in fasce, di cui non si conosce il nome. Il duca Cosimo sentiva di vivere una seconda giovinezza e accolse quella neonata con entusiasmo e profondo affetto tanto da cominciare a pensare di rendere ufficiale la loro relazione sposando la giovane amante. Dopo la morte prematura della bambina, il duca colmò di attenzioni Eleonora organizzando per lei feste e battute di caccia con cui distrarla e farla tornare alla serenità. Pensò anche di garantirle un vitalizio perpetuo di 1000 scudi con cui metterla al riparo da eventuali difficoltà.

Su questa breve storia d’amore si addensarono però ben presto nubi molto fosche. Francesco de’ Medici, il figlio di Cosimo destinato a diventare il futuro granduca, mal digerì la notizia del possibile matrimonio e, come scrive Guglielmo Enrico Saltini nel suo Tragedie medicee 1557 -1587, “apertamente fece al duca rimprovero di queste sue debolezze”. Cosimo scoprì così che il suo segreto non era più tale e si convinse presto che il suo più fidato e stretto servitore, Sforza Almeni, aveva tradito le sue confidenze. La vendetta non si fece attendere e con lucida determinazione il duca lo affrontò e lo pugnalò in Palazzo Vecchio.

Nel 1567 Eleonora diede alla luce il secondo figlio, battezzato con il nome di Giovanni, mettendo ancora di più in agitazione la corte medicea, che vedeva nel nuovo nato un potenziale pericolo per l’assetto ereditario; fu Cosimo a imporre nuovamente la sua volontà riconoscendo il bambino e legalizzandone la nascita.
Ma per Eleonora fu solo un breve periodo di serenità, l’incapricciamento di Cosimo per lei stava già esaurendosi. L’amore paterno per il piccolo Giovanni non servì a consolidare l’unione e la giovane divenne un ostacolo per la libertà del duca mediceo, ormai solo una concubina di cui disfarsi. Forse, nella decisione di Cosimo di porre fine alla relazione con Eleonora, pesarono le rimostranze del papa contro questo legame irregolare e le minacce di non dare seguito alla tanto agognata nomina a granduca.
Svanita l’idea delle nozze, forse già infatuato di un’altra giovane donna, Camilla Martelli, il Signore di Firenze pianificò l’addio a Eleonora con un contratto matrimoniale che a lui garantisse la massima libertà. La donna fu costretta a sposare un nobile fiorentino, Carlo Piantacichi, sul cui capo pendeva una condanna a morte per omicidio. Le accuse gravissime furono fatte cadere e in cambio l’uomo accettò di convolare a nozze con Eleonora ricevendo anche una dote di 10000 scudi. Cosimo donò come risarcimento alla ex amante una cintura di rubini e perle con al centro uno zaffiro bianco. Dal nuovo matrimonio forzato nacquero 3 figli che non misero Eleonora a riparo da ulteriori dolori. Nel 1578 Carlo Piantacichi accusò la moglie di adulterio costringendola alla vita di clausura nel monastero di Fuligno a Firenze.

In base ai documenti conservati nell’ Archive Medici Project, la vita di Eleonora continuò a essere afflitta da prepotenze e ingiustizie anche in convento. Nel 1616 Francesco Renzi, agente di Don Giovanni de’ Medici a Firenze, scrisse più volte al suo padrone lamentando il comportamento di Carlo Piantacichi e del figlio Bartolomeo. Scrive Renzi che Bartolomeo, “huomo oggi ozioso et in parte bisognioso ma non di pensiero” si presentò al convento obbligando la madre a pagare i suoi debiti. Triste il commento della povera donna ormai anziana che, sempre leggendo la lettera di Renzi, “non vol più sapere de fatti sua che quel poco che ha stare in questo mondo ci vuol vivere quieta”; nel tempo furono intentate azioni contro la famiglia Panciatichi per il recupero della dote. È il figlio Giovanni de’ Medici ad aiutarla, a sostentarla e anche a denunciare i soprusi di cui è vittima. In una lettera a Maria Cristina di Lorena de’ Medici, sempre del 1616, Don Giovanni scrive “Mia madre […] è ridotta in età quasi decrepita a esser molestata et maltrattata da chi ella ha procurato levar del fango. […] Saprà adunque V. A. S. che Bartolommeo Panciatichi, non huomo ma peggio che animale senza ragione, pretende da essa signora mille impertinenze, et dopo haverla infinite volte ingannata, con inganni vergognosissimi per ogni vilissimo plebeo aggiratore, la vuole hora, con donazioni surretizie, molestare, perchè ella non possi far…  del suo quel che gli piace”. Negli anni la situazione non migliorò se, il 19 ottobre 1620, Francesco Renzi scrisse a Don Giovanni ipotizzando che la madre fosse stata avvelenata: “Harivò poi il medicho di S. S. Ill.ma [Eleonora degli Albizzi] m.re Benedetto Mattonari, il quale la visitò et gli trovò una gran febbre con un polso alterato assai et domandò quello che gli era venuto; trovò che laveva vomitato et presa la febbre con il freddo. Io dubitai di veleno perchè uno male così alli in proviso mi parve cosa grande”.
Visse a lungo Eleonora degli Albizzi, nonostante i dolori provati. Si spense a Firenze nel 1634 alla veneranda età di 91 anni.

Il testo è tratto dalla ricostruzione storica pubblicata su “Memorie” nel sito www.toponomasticafemminile.com

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Profilo Autore

Barbara belotti

Barbara Belotti ex insegnante di storia dell'arte in un liceo di Roma. Ha partecipato alla stesura di Roma. Percorsi di genere voll. 1-2 (Iacobelli, 2011 e 2013) e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate. È fra le socie fondatrici dell'associazione Toponomastica femminile. Ha collaborato al volume Le Mille e fa parte della commissione toponomastica del comune di Roma.

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